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lunedì 5 dicembre 2011

L'IDOTA IN POLITICA. ANTROPOLOGIA DELLA LEGA NORD. UNA RECENSIONE

Lynda Dematteo



L’idiota in politica. Antropologia della Lega Nord


trad. it. di M. Schianchi, prefazione di G. Lerner.
Feltrinelli, Milano 2011, pp. 266, euro 16,00
ISBN 978-88-07-17207-6


Quella attuale è certamente per la Lega Nord una delle crisi più gravi che si ricordino nella sua oramai ventennale storia politica: mai come negli ultimi mesi il partito di Umberto Bossi è apparso infatti dilaniato dai conflitti interni, ciò a cui ha fatto seguito l’ennesimo e disperato tentativo di recupero dei vecchi miti fondatori della secessione e del razzismo, nella speranza di cementare nuovamente l’unione padana ed epurare le frange più ostili ai padroni del partito. A fronte di ciò, la lettura del volume di Lynda Dematteo, L’idiota in politica. Antropologia della Lega Nord, restituisce perciò l’effetto di un ulteriore affondo nel travaglio della formazione nordista. In questo libro, di scrittura chiara e di agevole lettura, la Dematteo ricostruisce la storia simbolica della Lega attingendo alla sua esperienza di un anno e mezzo all’interno dell’ambiente leghista bergamasco e raccogliendo una vasta gamma di aneddoti che ben rendono il senso vissuto dell’ideologia padana. Un senso che sfiora talvolta il tragicomico, come nel caso del sindaco di Coccaglio che ha inventato il White Christmas per rivendicare il Natale come festa identitaria, e che pur sostenendo l’assenza di criminalità nel proprio comune, ha ritenuto tuttavia doveroso controllare a tappeto le case degli extracomunitari; o in quello della giovane militante che ha rivendicato la necessità, per lavorare nella bergamasca, di apprendere il dialetto locale – nella stessa misura in cui per lavorare all’estero è necessaria la conoscenza della lingua inglese; o infine in quello del ministro ideatore del Maiale day, che ha condotto un suino al guinzaglio nel luogo in cui doveva sorgere una moschea per ‘infettarne’ il terreno.


In buona sostanza, L’idiota in politica è un esercizio che per l’appunto a partire dall’esperienza dell’autrice convalida, nell’applicarla al fenomeno Lega, gran parte della concettualità della sociologia e dell’antropologia filosofica del Novecento, e che ben mostra il divenire quotidiano dell’improbabile o, per usare un termine di matrice teatrale fatto proprio dalla psicoanalisi, il divenire osceno della scena. Perché è proprio del rovesciamento operato dalla Lega che tratta questo libro, un rovesciamento di natura ideologica, una sorta di rivincita simbolica su di un ordine contestato, e ancor più un’abolizione dell’apparato simbolico della rappresentazione politica. Ciò a partire dall’idiota che campeggia nel titolo, da intendersi nel suo etimo greco di ‘uomo privato’, ‘particolare’, sintesi per l’autrice di un’esaltazione patologica dell’autoctonia, di un’iperautoctonia che ha come rovescio l’incapacità di superare il proprio confine culturale. L’idiozia di cui parla la Dematteo è infatti l’esito della farsa indipendentista – della messa in scena cioè «di un senso di impotenza reinterpretato sul registro della rivincita sul piano simbolico» (p. 246) –, di una farsa che ha tuttavia costruito una nuova egemonia e per la quale la Lega, come ha scritto Gad Lerner nella sua prefazione, «non rinuncerà mai all’idiotismo come essenza della sua diversità» (p. 13). Quella che va sotto il nome di politica dell’idiozia è dunque sottesa da un’impostazione di carattere eminentemente culturale qualificabile come «prepotenza della semplicità», nella misura in cui ha sostituito a contrasti di natura economica conflitti giocati su uno sfondo culturale in senso proprio: la formazione leghista ha «rafforzato gli stereotipi della semplicità e ha accusato la sinistra di essere un partito di “cervelloni” che ignorano i problemi reali […]. Negli ambienti popolari la spocchia di coloro che sanno sembra essere diventata più insopportabile di quella di coloro che hanno» (p. 121), ciò che ha consentito appunto alla Lega di affiancarsi a Silvio Berlusconi.


È certamente un dato di fatto che a partire dall’esperienza di ‘Mani pulite’ la Lega è riuscita a sconvolgere il panorama politico italiano. Dapprima cavalcando il disgusto nei confronti della politica, e poi dirottando il disagio di ampie fasce della popolazione su molteplici figure espiatorie – dal meridionale all’immigrato –, il partito nordista ha imposto una vera e propria secessione di natura sociale che ha mandato in frantumi la nostra già precaria coscienza nazionale e la visione unitaria dello Stato. Sin dal principio ha infatti messo in scena un ampio apparato simbolico di cui Lynda Dematteo prova a mettere a fuoco lo spessore strategico, dalla costruzione del culto del capo alla rivisitazione del giuramento di Pontida, che ha consentito alla Lega di riattivare un simbolo rovesciandone completamente il senso, ossia ripetendo un atto di fondazione nazionale a vantaggio però non più dell’Italia, ma della Padania. Siamo così immediatamente catapultati nel meccanismo simbolico che presiede alla strategia politica leghista: al détournement dei vecchi simboli e alla loro riattivazione paradossale. E ben vediamo come la Lega, attraverso il suo immaginario caotico, abbia cominciato a costruire una nuova egemonia scalzando nel Nord quella della DC e del PC, e rassicurando «grandi fette di popolazione che hanno visto il loro universo sociale cambiare radicalmente nel giro di trent’anni» (p. 114). Con grande chiarezza la Dematteo restituisce tutto l’agire della Lega nel corso degli anni Novanta: l’agitazione dello spettro indipendentista, la presenza sul territorio, la paziente costruzione di un rapporto diretto col popolo attraverso le raccolte di firme e la promozione di referendum che, benché privi di validità giuridica, hanno avuto l’effetto di additare il potere statale come intriso di cattiva fede. E allo stesso tempo ci mostra come le crisi di legittimità democratica nella Lega non siano fatti di oggi, ma costitutivi del partito del capo. L’autrice segue infatti a ritroso il filo rosso dell’ostilità leghista verso la democrazia sin dal referendum sull’indipendenza del 1997 e dalla famosa assemblea costituente: «I militanti considerano qualsiasi elezione un imbroglio, perciò preferiscono affidarsi al capo, rivelando un palese disprezzo per una delle principali istituzioni democratiche: le elezioni a suffragio diretto» (p. 116). E ancora: «Scimmiottando l’Italia dei politici, la Lega Nord traduce l’avversione delle classi subalterne per la classe dirigente del paese. Riproducendo le principali istituzioni nazionali, mette in mostra ciò che chiama il “regime”. Attraverso queste modalità esprime il suo rifiuto per il sistema democratico, che non è costituito solo dal suo bersaglio preferito, la partitocrazia, ma anche dalle istituzioni nel loro complesso (elezioni, referendum), dai metodi di governo (dibattiti, concertazione) e dai sistemi di controllo (assemblee istituzionali, magistratura, organi della stampa). Rifiuta in pratica tutto ciò attorno a cui si è costruita la democrazia in Occidente. L’uso che fa la Lega delle regole democratiche è puramente strumentale: le convengono fin quando favoriscono le sue ambizioni politiche» (pp. 118-119).


Il meccanismo principale individuato dalla Dematteo, l’elemento caratterizzante il discorso leghista, insomma, la specifica prestazione simbolica del partito di Bossi è costituita comunque dall’imbroglio, vale a dire dalla creazione di disordine, e dal rovesciamento. Sul primo fronte, è attraverso elementi antistrutturali quali «eccessi, brogli stilistici, spostamenti di senso, mistificazioni» (p. 21), che Bossi crea disordine, che interviene cioè nella struttura e la rovescia promuovendo l’identificazione con l’elemento carnevalesco e popolare. Ecco così spiegata l’inclusione nel discorso del capo di tutta una serie di registri contraddittori – dal semplice sfogo violento ai discorsi filosofici, dagli insulti alle considerazioni più ingenue – che hanno come effetto da un lato l’annullamento della distanza critica (e ciò in forza della loro presa sull’emozione e sugli affetti), e dall’altro l’inganno dell’uditorio.


Il rovesciamento ironico, che differenzia massimamente la Lega da qualsiasi altro movimento indipendentista («come possono gli indipendentisti padani pensare seriamente di creare un nuovo spazio politico reinterpretando sui toni dell’ironia un antico simbolo nazionale?» p. 21), corrisponde invece al rito di inversione di status proprio del carnevale e di analoghe cerimonie tipiche di alcune società primitive, che consolidavano in maschere il capovolgimento dei normali valori. Bossi è una maschera, e la Dematteo ci spiega appunto come la radice caratteriale e comportamentale dei leghisti vada ricercata in una riattivazione delle maschere del Carnevale e della Commedia dell’arte, oramai quasi destinate ai musei e perciò tanto più prepotentemente ingigantite in tratti dell’autoctonia. Si tratta però di maschere che se conservano ancora in parte la funzione di rovesciare lo stigma, facendo delle disgrazie di un popolo il suo punto di forza, oggi hanno più spesso una carica identitaria, una funzione che ne moltiplica l’intensità e dissimula i cambiamenti sociali. In altri termini, nell’ideologia del partito padano la maschera diventa l’elemento fisso nella variabilità del mondo. Il richiamo al Carnevale e all’autoctonia consente alla Lega di mantenere un che di equivoco nelle sue rivendicazioni, permettendole di giocare su di un registro simbolico che le assicura svariate possibilità: innanzitutto quella di presentare il dialetto come lingua della moralità e di nordicizzare il discorso politico, nel mentre riattivando gli stereotipi della Commedia dell’arte disattiva in parte la dimensione etnica dei suoi discorsi (cfr. p. 142); e inoltre di lanciare continue provocazioni, di caricare oltre misura le proprie posizioni e con ciò non solo di liberare una buona dose di aggressività sdoganando quel che il comune senso morale censurerebbe, ma di rispedire al mittente quella stessa riprovazione morale che su essa altrimenti si abbatterebbe. Ma oltre a questo, l’ambiguità insita nell’autorappresentazione della Lega è funzionale a tenere insieme quanti sostengono un serio progetto di riforma e quanti invece sono ancorati a una semplice ideologia a sfondo etnico; e dà altresì la possibilità, a chi pure ricopre incarichi di governo, di continuare a presentarsi come outsider relativizzando il proprio impegno politico e scaricando così la propria coscienza. E in questo gioco la derisione costituisce un’arma del tutto speciale, poiché permette di superare il limite del divieto e di scaricare in forma simbolica l’aggressività sull’altro. Richiamando le analisi di Marc Augé, la Dematteo può sostenere perciò che «l’arma della presa in giro è temibile non solo perché elude la spiegazione e alimenta i conflitti, ma soprattutto perché “segna al contempo un’appropriazione e un détournement delle forme, delle istituzioni”» (p. 119).


Introducendo sulla scena pubblica atteggiamenti che aboliscono il gioco della rappresentazione sociale, la Lega può così rovesciare il normale giudizio politico (nella misura in cui maleducato non è più chi manifesta un proposito razzista, ma chi vorrebbe contestare una simile intolleranza), fino a realizzare una delle più classiche operazioni del potere, l’elevazione del limite a valore: un comportamento comunemente giudicato indecoroso è fatto passare per un atto politico sovversivo; la volgarità è assunta a marchio di identità, e atteggiamenti prima considerati sconvenienti divengono gesti obbligatori per far parte del gruppo, per quanto spesso non siano che forme di aggressività atte a compensare un sentimento di impotenza (e il ‘celodurismo’ è al riguardo esemplare).


In tal modo i leghisti «sperimentano una forma di socialità “sovversiva” che cercano poi di estendere a tutto l’universo istituzionale» (p. 125). Attraverso la desacralizzazione della funzione politica, la ridicolizzazione della rappresentanza e il ridimensionamento del politico, la Lega riesce cioè a canalizzare risentimenti di varia natura, dalle ordinarie infelicità degli individui ai problemi e alle rivendicazioni più prettamente politici, e in «questo universo informale, i nuovi arrivati si integrano facilmente; si abituano rapidamente a vivere in questo “guscio regressivo” che compensa le vessazioni di cui si può essere oggetto altrove. A confronto, il mondo esterno sembra effettivamente ostile» (p. 125). Esaltando tutta una serie di immagini che poco hanno a che vedere con la realtà effettiva di cui si partecipa, l’appartenenza alla Lega consente di rinegoziare un’identità che in altri spazi sociali viene disprezzata, ciò che le assicura la possibilità di raccogliere nelle sue fila ogni genere di escluso, ogni genere di individuo che soffra di un qualsivoglia senso di sopraffazione. Come scrive la Dematteo, Bossi «si comporta come una maschera che trasgredisce le norme e che, realizzando un rovesciamento di status, permette a persone marginalizzate, provenienti da gruppi sociali e/o politici diversi, di ricrearsi un’immagine positiva di sé affermando la propria padanità contro il sentimento della maggioranza degli italiani. Realizza un riscatto» (p. 243).


Tale riscatto, fondato com’è su di un’adesione dissociata, è spesso incanalato verso il capro espiatorio extracomunitario, nella misura in cui la raccolta del consenso passa proprio per l’esasperazione delle tensioni esistenti tra questo e il locale, per una produzione di conflitto che non ha l’effetto di risolvere nulla. Da un lato la Lega blocca così ogni iniziativa di integrazione, e dall’altro critica le mancanze dello Stato sul fronte degli ingressi e delle espulsioni dei clandestini, al contempo però chiudendo più di un occhio sulla manodopera clandestina a basso costo. Ma in questo movimento lo stesso Bossi – sostiene la Dematteo rifacendosi a René Girard – diventa un capro espiatorio di secondo livello, giacché esprime una forma di estremismo verso la quale è incitato e di cui pure si ride, di modo che alla fine il militante può condannare indirettamente con lo scherzo la propria partecipazione, e riconoscere in ultima istanza il fanatico nella persona del capo.


Insomma, «per gli abitanti di queste province periferiche, l’emergere della figura di Bossi ha rappresentato l’occasione per rielaborare la propria identità. Riattivando la satira sociale, è venuto a significare il passaggio dal passato (contadino) al presente (post-fordista). Se gli italiani ridono dei piccoli imprenditori, […] questo nuovo tipo sociale ha tuttavia permesso ai provinciali del Settentrione di ridefinire la loro posizione nella società italiana, valorizzando ciò che in precedenza era stigmatizzato – il lavoro (un tempo degli emigrati) è ora la chiave del successo economico, e l’idiozia il segno dell’onestà – per allontanare le immagini della povertà, quelle veicolate da Arlecchino e dal mangiatore di polenta Gioppino, anche se oggi l’avidità messa in scena dalla maschere della tradizione si è trasformata in reale avidità economica» (pp. 228-229). Ma soprattutto, la Lega ha mandato in frantumi il patto di solidarietà nazionale, e ha portato avanti un progetto volto alla disintegrazione dello stato sociale e al decentramento del controllo amministrativo, tentando, in estrema sintesi «di realizzare una sintesi impossibile tra liberismo ed etnofederalismo» (p. 246). Il grido di libertà padano risuona perciò di tutto fuorché di libertà, poiché non incita al rifiuto di una qualche costrizione collettiva in vista dell’indipendenza, ma più semplicemente radicalizza l’individualismo, mirando a una «sommatoria di tutte le piccole secessioni individuali che, messe insieme, finiscono per formare questa antinazione» che è appunto la Padania (p. 246).
Ecco dunque ben rappresentata la grande potenza simbolica cui la Lega deve la sua efficacia. È però proprio qui che può riconoscersi un primo limite del lavoro dell’antropologa, ovverosia nella prepotente enfatizzazione della marca simbolica dell’egemonia leghista e nello scarso rilievo conferito invece a ciò che ha realmente contribuito al successo della Lega, a quella rete di interessi e a quel tessuto di potere che la Lega è stata cioè in grado di costruire negli anni e che le ha di fatto consentito di modificare l’agenda politica del Paese. Vero è che è premura della Dematteo mostrare come al di là di tutto la Lega si comporti come il più classico dei partiti – con le proprie radio, i propri giornali, le televisioni, le banche e l’automobile club, l’associazione delle donne padane e finanche il gay club padano –, ma resta pur sempre il fatto che la specificità del suo discorso, come si è fin qui messo in luce, riguarda la sfera simbolica.


Se sono dunque ben poche le pagine riservate alle strategie di potere della Lega – e fra queste, ad esempio, ai tentativi di estendere il suo raggio d’azione in Emilia Romagna intercettando e canalizzando i disagi prodotti dalle politiche delle cooperative –, molto interessante è però la profonda continuità, politica e simbolica, riconosciuta dalla Dematteo tra il partito di Bossi e la Democrazia Cristiana, tale per cui l’autonomismo del Nord sarebbe il prodotto di «un’ideologia periferica delegittimata, con un’evoluzione più o meno carsica, risalente all’inizio del Diciannovesimo secolo, ovvero alla reazione del partito clericale contro gli sconvolgimenti provocati dall’unificazione nazionale» (p. 212). In quanto nuova forma dello schema politico guelfo, insomma, la Lega non avrebbe fatto altro che dare un nuovo assetto a una rete già esistente. La rivoluzione leghista – afferma perciò l’autrice dopo una breve ma accurata ricostruzione storica degli autonomismi del Nord – «non rappresenta nulla di nuovo, è il ritorno del “prepolitico” in forma postmoderna, è la rielaborazione di un antico passato sotto le cui spoglie si vorrebbe prefigurare il superamento dello stato-nazione» (p. 210). E la Dematteo ben mostra come la Lega si sia appropriata – giungendo infine in qualche modo a coniugarli – di quelli che in termini foucaultiani potrebbero definirsi i saperi storici assoggettati, le storiografie non ufficiali, i saperi delle province del Nord sfruttate e tormentate dai giacobini, e più in generale di tutte le province ostili alla nazione italiana (dai saperi dell’autonomismo nordista a quelli dell’estrema destra e dell’estrema sinistra, forti talvolta del compiacimento, tal altra dell’opera attiva di molti intellettuali pure orientati ideologicamente all’opposto). E particolarmente interessante è risalire con l’autrice fino al risultato paradossale di una simile unificazione di storiografie movimentiste, vale a dire al «perpetuarsi dell’antistatalismo sessantottino riproposto sotto le bandiere di Berlusconi», ciò che va d’altronde di pari passo all’evoluzione della destra, che si è impadronita, rovesciandoli e mettendoli in pratica nella sottocultura destroide della tv commerciale, dei concetti gramsciani, determinando così uno stato di cose per cui nessuno sembra più preoccuparsi «del livello culturale dell’italiano medio ormai costretto a sguazzare nella mediocrità mediatica» (p. 240, con riferimento a M. Pananari, L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip, Einaudi, Torino 2010).


In definitiva, L’idiota in politica è un testo certamente molto istruttivo e ben documentato, che ricostruisce parte della nostra stessa storia e può fornirci dunque degli spunti sen’altro utili a modificarne il corso. Premesso ciò, esso offre però il fianco a diverse critiche, su due delle quali in particolare sarà il caso di soffermarsi, previa una parziale integrazione della diagnosi della Dematteo.


Volendo aggiungere delle ulteriori considerazioni di segno psicopolitico a conferma e specificazione del suo discorso, è infatti possibile sostenere che, alla pari di ogni altro meccanismo ideologico, il leghismo cela in sé tratti che risulterebbero altrimenti poco digeribili, e che per far questo ingigantisce ed esaspera proprio quel nucleo di verità su cui si fonda. Si tratta del fondamento di quella che Franz Neumann definiva ‘visione cospirativa della storia’ – elemento cardine dell’identificazione politica con un cesare –, e per la quale nel caso specifico l’immigrato, come il meridionale, rischia di diventare il responsabile della rovina del Nord e della sua perdita di status. Come ben spiegato da Neumann, l’identificazione cesaristica è regressiva in quanto caratterizzata da una obliterazione dell’Io, ed entra in gioco quando le masse si trovino in una situazione di pericolo oggettivo senza essere in grado di comprendere i processi storici di cui sono parte, e quando ancora l’angoscia attivata dal pericolo venga trasformata, attraverso la manipolazione operata dagli altri, in angoscia nevrotica persecutoria (aggressiva). Ne consegue una regressione soggettiva che determina da un lato la sostituzione del capo all’Io – vale a dire l’identificazione con il capo e la conseguente introiezione dei valori del gruppo –, e dall’altro la proiezione sugli altri delle proprie stesse paure. In altri termini, i gruppi sperano di liberarsi delle loro difficoltà attraverso l’identificazione con il capo, e ascrivono la responsabilità dei loro disagi a determinati soggetti che li avrebbero prodotti mediante azioni cospirative. Si produce in tal modo una semplificazione e una personificazione del processo storico tale per cui gli odi, i risentimenti e le paure derivanti da grandi sconvolgimenti sono direttamente concentrati su specifici soggetti stigmatizzati alla stregua di diabolici cospiratori. Ecco dunque il delirio di un nucleo di verità originario, che fa sì che quel che pure non è inquadrabile all’origine come razzismo in senso stretto – ed è esattamente il caso della Lega – corra però il rischio di tramutarsi in un fenomeno violento a causa dell’incapacità di governo dell’insicurezza sociale, dell’impoverimento complessivo del ceto medio, della crisi economica, del disagio generalizzato nei confronti del futuro. Paventando continuamente la catastrofe, la Lega trattiene il suo popolo in un perenne stato di angoscia rispetto al nuovo senza minimamente preoccuparsi di governare un fenomeno suscettibile di degenerare.


Fatte queste debite premesse, è dunque certo possibile sostenere che la trovata semiseria, come il carnevale, consente alla Lega di rinforzarsi nella sua idiozia – idiozia non come stupidità, ma come chiusura identitaria –, e che tutto avviene sul versante dello scherzo, dell’esagerazione e della parodia poiché è questa strategia ambivalente a far sì che si possa occupare una carica di governo e al contempo disprezzare il potere presentandosi come rappresentanti e vendicatori del proprio popolo, che si possano portare avanti offensive gigantesche e minacce violente salvo poi ridimensionarle e ricondurle alla dimensione di scherzo, che si possa figurare insomma come buffoni e insieme custodi dei più sacri valori. Bossi è senz’altro un giullare, e la Lega è un fenomeno diverso dagli altri populismi del Novecento. E tuttavia, un ragionamento che riduca a mero fattore di italianità carnevalesca il fenomeno Lega corre il serio rischio di sottovalutare la carica potenziale di aggressività che questo porta con sé.


Se scorrendo le pagine della Dematteo si ha talvolta l’impressione che la Lega abbia creato dal nulla il bisogno di sicurezza, è necessario infatti sottolineare innanzitutto la notevole abilità politica del partito nordista, capace negli anni di canalizzare quello che era un dato oggettivo per gran parte della società italiana, e nonostante ciò ignorato dalle altre forze politiche, vale a dire il mutamento sociale dovuto ai flussi migratori, tanto più poi in una fase di crisi economica, politica e sociale. Vero è che il partito di Bossi – come la Dematteo giustamente rileva – acuisce e non risolve i conflitti, ma con ciò esso fa appunto di necessità virtù, eleva cioè i suoi limiti a valore, con un’operazione propria di chiunque non abbia la forza di sostenere il movimento, la trasformazione e l’azione delle forze, preferendo al contrario incanalare le forze nuove in un processo nel quale queste appaiano come il rovescio di quel che inizialmente erano, e producendo così un blocco desiderante dagli esiti potenzialmente violenti.


È più che mai opportuno richiamare allora, con la Dematteo, La commedia delle vanità di Elias Canetti, che stabilisce uno stretto legame tra le ferite narcisistiche e il culto della personalità. Quest’ultimo non sarebbe infatti altro che una sorta di cura capace di suturare le ferite di quella che Canetti definisce «malattia dello specchio»: «La maschera del capo funzionerebbe […] come uno specchio comunitario. Il leader stesso sarebbe trascinato dagli effetti di questa specularità e diventerebbe la voce delle loro passioni represse» (p. 58). Nel nostro caso specifico, la Lega compie un’operazione politica di primo piano nella misura in cui riesce a far sì che il voto ad essa accordato corrisponda per il cittadino a un’esaltazione della propria immagine che favorisce una partecipazione politica dissociata – cosa che d’altronde, e seppure in modo molto diverso, è riuscita assai bene allo stesso Berlusconi. Resta però il fatto che questo meccanismo non è mai risolutivo e stabile, poiché sfruttare la mascherata carnevalesca significa riconoscere implicitamente la superiorità altrui e rinsaldarsi nella propria inferiorità, e se pure è il (ri)sentimento di inferiorità a fare legame e a trovare in Bossi il simbolo che retroagisce sull’identità popolare, questa retroazione contiene in germe una possibilità di violenza reale oltre che simbolica. La parodia, insomma, è stato sì il mezzo attraverso cui Bossi e i suoi si sono fatti accettare rastrellando progressivamente consenso e potere, ma nulla toglie che una siffatta parodia si trasformi un giorno in una farsa tragica. Sarà utile ricordare dunque con Michel Foucault che, al di là della figura del leader, il grottesco non è una disfunzione del potere, quanto piuttosto un meccanismo di potere, e più in generale una vera e propria categoria storico-politica di cui ancora non si è scritta la storia, categoria consistente nella massimizzazione degli effetti di potere a partire dalla squalificazione di colui che li produce. In altri termini, il carnevale non ha iscritta in sé la necessità dell’ambiguità e della limitazione, e può anche diventare il modo stesso dell’esercizio del potere.

Su di un piano più prettamente politico, e per formulare in conclusione una sorta di ‘precauzione per l’uso’, vorremmo rilevare quel che ci sembra costituire un possibile limite dell’analisi simbolica e antropologica della Dematteo – nonché un vizio certamente insito in un suo specifico impiego, che sarebbe altresì spia di una certa incapacità di comprensione del carattere di novità politica del fenomeno Lega. Ciò che intendiamo, più precisamente, è che sotto taluni aspetti quello della Dematteo conserva tutta l’ambiguità propria di un discorso antropologico volto a conseguire un effetto politico mediante la squalifica di un fenomeno antropologico di cui affermi implicitamente la natura non-politica o prepolitica. Nonostante tutto l’impegno profuso nel descrivere la buffoneria leghista, infatti, la spiegazione e l’analisi del fenomeno, pur rendendoci certamente più consapevoli dei meccanismi simbolici di creazione del consenso, rischiano infatti di restare ancorate al registro della condanna antropologica, ricadendo così nella mera squalifica di un soggetto ritenuto privo del diritto di intervenire sulla scena politica, e soprattutto reo di sconvolgere e offendere ogni possibilità di dibattito democratico. Ora, quest’ultima cosa è senz’altro vera, ma il complesso del discorso rischia di offuscare comunque la lucidità che dovrebbe esser propria di un giudizio politico sul fenomeno in questione. Insomma, sarebbe opportuno evitare di conferire un eccessivo peso politico a quello che è essenzialmente un discorso antropologico, pena la ricaduta nell’ennesimo attacco mosso dal versante culturale della sinistra a quello che è stato e continua ad essere troppo spesso rubricato come un fenomeno sociale, psicologico o per l’appunto antropologico, evidentemente ignorandone in toto la natura politica. Non a caso L’idiota in politica può iscriversi in parte in quel filone di critica sociale e antropologica della destra italiana che ha sempre da un lato sottostimato l’effettiva presa sulla popolazione delle istanze portate avanti da quest’ultima, e dall’altro mancato di infondere nella sinistra stessa non solo un serio proposito di fare i conti con le problematiche reali del paese, ma una qualsiasi volontà di modificare il proprio atteggiamento. Ed è questo un discorso assai simile a quello altrettanto spesso riservato al berlusconismo, da Biagio De Giovanni denunciato come vuoto di analisi e così illustrato nel modo più limpido: «il berlusconismo è ancora considerato un fenomeno a dominante sociologico-giudiziaria, o attinente al campo di quella vitalità “illegale” di una parte profonda del nostro paese, e non propriamente come un prorompente e ormai consolidato fenomeno storico-politico. Per alcuni (da Eugenio Scalfari, ad andare in giù) esso esprime le viscere dell’Italia peggiore, illegale, cialtrona, autoritaria, demagogica, illusionista, e insomma fascistoide, cui sembra potersi contrapporre l’Italia dei migliori, dei custodi della verità, dei garanti della memoria storica, e in modo più ravvicinato delle eterne radici, resistenziali e costituzionali, della nostra Repubblica. […]» (A destra tutta. Dove si è persa la sinistra?, Marsilio, Venezia 2009, p. 17). Considerazioni, queste ultime, tutte probabilmente esatte, ma che hanno però impedito alla sinistra italiana di rinnovarsi e di comprendersi in un orizzonte di lungo periodo.


E dunque, fare di questo libro un’ulteriore arma politica culturale nelle mani della sinistra avrebbe il solo effetto di favorire ulteriormente il risentimento contro la cultura cavalcato dalle stesse destre. Riposa infatti in questo un errore di natura teorica, quello di assumere un’antropologia al fine di condannarla e tentare di restaurare uno stato di cose probabilmente superato, senza però riconoscervi un dato politico oggettivo con cui confrontarsi per poter seriamente incidere su di essa, modificarla o combatterla. E sarebbe infine sbagliato continuare a ritenere – ciò che pure si è fatto da più parti – che la Lega sia soltanto un fenomeno provvisorio, e che il tessuto di potere e di soggettivazioni che essa ha contribuito a consolidare sia destinato a sfaldarsi una volta che sia venuto a mancare il suo capo carismatico.

tratto da  http://www.kainos.it



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