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martedì 4 dicembre 2007

LEVINAS, VOCI INCROCIATE NEL DIALOGO INFINITO DELLA FILOSOFIA

Dal Sito Web Italiano per la Filosofia, traggo questo articolo di Stefano Catucci:


"Scoprire l'esistenza con Husserl e Heidegger": tredici saggi di Lévinas nel segno della riconoscenza ai suoi maestriDopo Heidegger sappiamo che l'uomo non è un sostantivo ma un verbo, un pensare mai separato dal fare

Emmanuel Lévinas, «Scoprire l'esistenza con Husserl e Heidegger», (trad. it. di Federica Sossi, Cortina Editore, pp. 276, € 23.50)

Il gesto del ringraziamento, l'omaggio che si rivolge ai padri e ai maestri con deferenza, ma senza sottomissione, è una parte fondamentale dell'insegnamento di Emmanuel Lévinas, un aspetto determinante di quella disposizione all'ascolto che distingue così nettamente la sua attitudine critica dal risentimento storiografico che troppo spesso, in filosofia, trasforma il commento di un testo in un processo all'autore.
Dal libro che nel 1949 Lévinas dedicò ai suoi maestri e padri riconosciuti, e che nel 1967 ripubblicò con l'aggiunta di nuovi saggi, dobbiamo dunque attenderci anzitutto quella particolare forma di ringraziamento che consiste nel tentativo di "pensare con", di colloquiare cioè con il testo filosofico rispettando la sua autonomia, ma traendone anche gli apprendimenti che consentono di alimentare il proprio percorso di pensiero.Scoprire l'esistenza con Husserl e Heidegger (trad. it. di Federica Sossi, Cortina Editore, pp. 276, L. .45.000) raccoglie così tredici saggi scritti nell'arco di un trentennio con l'intenzione non di costruire la propria meditazione elevandosi sulle spalle dei giganti che ci hanno preceduto, secondo la notissima immagine di Platone, ma di guardare quei giganti dritti in volto, per riconoscere la parola viva che proviene dai loro scritti e sentirsi al tempo stesso riconosciuti da loro, coinvolti in quel dialogo infinito che è appunto per Lévinas l'essenza stessa della filosofia. I due saggi che aprono il volume hanno entrambi carattere introduttivo - rispettivamente all'opera di Edmund Husserl e a Essere e Tempo di Martin Heidegger. Non potrebbe essere altrimenti, visto che anche in senso cronologico furono tra i primi contributi critici pubblicati in Francia su quegli autori.A partire da questi studi, Lévinas abbandona, però, il taglio dell'analisi specialistica e dà inizio a una meditazione che lo riconduce sempre di più verso Husserl e verso la sua fenomenologia, descritta come un "metodo aperto", una "disciplina" del pensiero e un esercizio "di vita spirituale" che spinge a ricollocare la ragione non al di sopra delle cose, ma in mezzo ad esse.
L'importanza di questa spinta, per Lévinas, è fondamentale. Husserl, infatti, ci ha insegnato a sporcare il pensiero con tutto ciò che una lunga tradizione filosofica aveva invece tenuto lontano dai suoi ideali di purezza e trasparenza: il finito, il contingente, l'ambiguo, l'impreciso, l'imperfetto. A ciascuna di queste realtà la fenomenologia restituisce dignità e valore. Per ciascuna di esse Husserl ritrova differenti modalità di accesso e specifiche forme d'esperienza. Contrariamente a quel che può supporre uno sguardo disattento, il problema della fenomenologia non è quello di attestare "la certezza del mondo oggettivo nel senso che Descartes dà a questo termine", ma quello di ritrovare le radici della libertà proprio laddove queste si compromettono con ciò che non ci appartiene, con l'estraneo e il non-familiare.
La fenomenologia, dunque, non esalta le tradizionali virtù della contemplazione filosofica, ma le disillude, così come non incoraggia il pensiero a moltiplicare le sue strategie di controllo, ma lo costringe a uscire "fuori di sé". La grande lezione di Husserl - scrive allora Lévinas - consiste nell'avere delineato una filosofia della libertà che evita di concepire il soggetto come un'entità isolata nello spazio privato del suo arbitrio e lo espone invece a quell'intreccio di relazioni, dipendenze e rispecchiamenti che si coagulano intorno a un unico concetto fondatore, quello dell'intenzionalità, e si dirigono verso un'unica necessità reale, quella di una nuova etica.Nel suo primo studio sulla fenomenologia, pubblicato in Francia nel 1930, Lévinas aveva lamentato il fatto che Husserl non si fosse curato di considerare il "filosofo come uomo", nella sua condizione esistenziale. Nei saggi di Scoprire l'esistenza il bisogno di estendere la ricerca in questa direzione riemerge di continuo e parte proprio da uno spunto interno all'opera di Husserl: la coscienza di cui egli ci parla, scrive Lévinas, "non è un'astrazione, non è una coscienza in generale", come quella dell'idealismo classico, ma è "una possibilità concreta in ognuno di noi".
Per comprendere l'individualità di questa coscienza dobbiamo però rivolgerci a Heidegger, ovvero all'ontologia che in Essere e tempo ci ha insegnato a vedere l'uomo non più alla luce di un concetto astratto, ma nella situazione reale della sua esistenza, nel qui del suo luogo e nell'ora del suo tempo.
Platone descriveva il filosofo come colui che rinuncia a una parte della propria umanità e che, per liberarsi dalle catene dell'opinione, assiste con distacco alla morte del proprio corpo. Con Heidegger avviene il contrario: il filosofo non rinuncia a nessuna catena e vive semmai l'angoscia dei suoi legami come la ragione più profonda di un'esistenza che non si domina con la forza della logica, ma nella quale si è "gettati" e della quale bisogna "avere cura".
Dopo Heidegger, scrive allora Lévinas, sappiamo che "l'uomo non è un sostantivo" ma "un verbo": un pensare che non si separa mai dal fare, una dimensione di senso che non si chiude nella staticità di uno schema, ma è sempre esposta all'arrivo dell'estraneo e del perturbante.
In Scoprire l'esistenza, Lévinas ripensa in questa chiave le implicazioni etiche della fenomenologia, ma soprattutto, negli ultimi saggi del libro, si avvia verso quella filosofia dell'apertura all'Altro che costituisce il tratto più originale della sua riflessione.Se qui egli si allontana dai suoi padri, è ancora una volta in segno di rispetto, non per un tradimento. Le figure di Husserl e di Heidegger restano per lui presenti come segni che attraverso certi "gesti" o certe "inflessioni della voce" formano "il volto di un interlocutore necessario a ogni discorso, persino a quello interiore". Ma l'avventura del pensiero è per lui un viaggio senza ritorno, una scoperta che, proprio come l'esistenza, non può mai prevedere la direzione dei suoi prossimi passi.
Lungo tutte le sue peregrinazioni, Ulisse in fondo non fa che spingersi verso la sua isola natale. A questo mito, Lévinas suggerisce di contrapporre la storia di Abramo, "che lascia per sempre la sua patria per una terra ancora ignota e che interdice al suo servo persino di ricondurre suo figlio al punto di partenza".


Tratto da http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/980714b.htm
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