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martedì 6 maggio 2014

RIAPRE LA “FABBRICA” DEI PAPI SANTI.COMMENTI A MARGINE DELLE CANONIZZAZIONI


37625. ROMA-ADISTA. Non si sono ancora spenti i riflettori sulla doppia canonizzazione del 27 aprile scorso che già si mormora di una imminente beatificazione di Paolo VI, il quale potrebbe salire agli onori degli altari entro la fine dell’anno (si parla del 19 ottobre prossimo, a conclusione del Sinodo dei vescovi). Tra i tre che ormai sono stati proclamati santi (Pio X, Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II) e i tre che sono sulla buona strada (Pio XII, Paolo VI, Giovanni Paolo I), degli otto pontefici del ‘900 solo due – Benedetto XV e Pio XI – non hanno ancora compiuto neppure un passo sulla via della santità, e il primo per ovvi motivi.

Numeri eccezionali se si pensa che nell’ultimo millennio solo sette papi sono stati proclamati santi (compresi Wojtyla e Roncalli) e nove beati, e che dovrebbero indurre a una riflessione, come più volte Adista ha sottolineato in questi anni (v. Adista Notizie nn. 1/10, 37/11 e 16/14), su una Chiesa che, canonizzando i propri vertici, santifica se stessa.

Criticità, questa ed altre, sulle quali in questi giorni, al di là del coro di giubilo, più di un osservatore si è soffermato.


Scelte politiche

Sulla valenza politica del fenomeno santità ha posto l’accento, in un commento apparso su la Repubblica (24/4), il teologo Vito Mancuso. «La politica – scrive – ha sempre giocato un grande ruolo nella storia della Chiesa alla prese con la dichiarazione della santità dei suoi figli migliori. Nel bene e nel male». Inoltre, prosegue Mancuso, la politica ecclesiastica «non si esprime solo sulle canonizzazioni in positivo, ma anche su quelle in negativo, sull’esclusione cioè di chi meriterebbe di essere riconosciuto santo ma non lo diviene». È il caso di mons. Oscar Romero, «ucciso dagli squadroni della morte il 24 marzo 1980 mentre celebrava la messa nella cattedrale di San Salvador per la difesa dei diritti dei poveri, e mai beatificato da Giovanni Paolo II, che anzi in vita l’umiliò, né in seguito da Benedetto XVI. Ed è il caso di Hélder Câmara, il vescovo di Recife, nel nord del Brasile, famoso per la sua lotta a favore degli ultimi, per la sua gente già santo ma non per il Vaticano». «La santità esprime un grande ottimismo sulla natura umana in quanto ritenuta capace realmente di bene e per questo – è opinione del teologo – il suo istituto è tanto importante e andrebbe governato con maggiore spirito di profezia. La politica però ha purtroppo spesso la meglio, e la canonizzazione parallela di due papi tanto diversi – conclude Mancuso – lo dimostra ancora una volta».

Sulla stessa lunghezza d’onda Paul Vallely, visiting professor di Etica pubblica e Media presso la University of Chester e autore di Pope Francis: Untying the Knots, che sulle pagine del New York Times (23/4) ha rimarcato il «gesto astutamente equilibrante» di papa Francesco il quale «unendo le due canonizzazioni papali, intende segnalare a conservatori e progressisti contemporaneamente che nessuno deve essere escluso dall'abbraccio della Chiesa. Ma anche così – prosegue Vallely – le sue azioni hanno dimostrato pubblicamente quanto la canonizzazione sia diventata un fatto politico che rischia di svalutare l'idea che i santi siano prima di tutto modelli per indicare alla gente comune come vivere una vita santa». Una politicizzazione che per Vallely «è diventata più evidente in tempi recenti» rendendo sempre meno edificante un sistema che invece avrebbe dovuto esserlo. «Così – prosegue – Josemaria Escrivà, fondatore del movimento conservatore Opus Dei, è stato canonizzato a di tempo record sotto Giovanni Paolo II, che favorì l'Opus Dei al punto da sottrarre il gruppo al controllo dei vescovi locali». Mentre nello stesso periodo «la via alla santità fu intralciata per l'arcivescovo martirizzato Oscar Romero». «Sotto Francesco, che viene chiamato “il papa del popolo”, ci si potrebbe aspettare più santi presi tra la gente comune che tra i preti. Tanto più che Francesco ha dichiarato con forza in diverse occasioni che il clericalismo è la piaga della Chiesa moderna. Appare quindi profondamente paradossale che questo fine settimana il papa si trovi a canonizzare due uomini al vertice della gerarchia clericale. Una doppia canonizzazione papale non è mai avvenuta nella storia bimillenaria della Chiesa. Sarebbe saggio – conclude Vallely – che Francesco facesse in modo che non accada più». 

Più o meno le stesse riflessioni della sezione italiana del movimento Noi Siamo Chiesa la quale sottolinea che «il sistema di canonizzazione di tutti, o quasi tutti, i papi dell’ultimo secolo e mezzo, bilanciando personalità e linee pastorali del tutto diverse ed anche opposte tra di loro, ha fortemente favorito una vera e propria papolatria contraria al Vangelo (e al Concilio). Quando un cristiano diventa papa – è la domanda di NsC – la santità diventa forse un corollario del suo ruolo? O forse solo santi sono eletti al pontificato?».

Due papi, due Chiese

Quello della valenza politica delle canonizzazioni non è l’unico elemento ad aver alimentato critiche. Per quanto in questi giorni ci si sia affannati a rimarcare una qualche continuità tra i due papi celebrati – in molti, compreso Francesco, hanno detto che questa doppia canonizzazione era una celebrazione del Concilio Vaticano II, aperto da Giovanni XXIII e al quale Giovanni Paolo II partecipò – l’accostamento tra i due, in realtà tanto diversi tra loro, non ha mancato di far discutere.

«Mettere insieme il papa del Concilio Vaticano II e quello che scientemente e scientificamente l’ha abolito, svuotandolo di ogni residuo di vita, è il massimo del sadismo religioso, una nuova forma di tortura teologica», ha commentato don Paolo Farinella (MicroMega, 27/4). «La Curia romana della Chiesa cattolica, che Francesco non ha ancora scalfito, se non in minima parte, è riuscita ancora nel suo intento, imponendo al nuovo papa un calendario e una manifestazione politica che è più importante di qualsiasi altro gesto o dichiarazione ufficiale. La vendetta curiale è servita sempre fredda». «Papa Giovanni XXIII non ha avuto fortuna da morto», prosegue Farinella ricordando che nel 2000 fu dichiarato beato insieme a Pio IX, «il papa del Concilio Vaticano I, il papa che impose al Concilio la dichiarazione sull’infallibilità pontificia, il papa del caso Mortara, il papa del Sillabo, il papa che in quanto sovrano temporale faceva ammazzare i detenuti politici perché combattevano contro il “papa re”». «Accomunarli insieme – è l’opinione di don Farinella – aveva un solo significato: esaltare il potere temporale di Pio IX e ridimensionare il servizio pastorale di Giovanni XXIII. Un sistema di contrappeso: se avessero fatto beato solo Pio IX, probabilmente piazza san Pietro sarebbe stata vuota; papa Giovanni, al contrario, con il suo appeal ancora vivo e vegeto, la riempiva per tutti e due». «A distanza di quattordici anni, per la dichiarazione di santità – prosegue Farinella –, Giovanni XXIII si trova accomunato di nuovo con un altro papa agli antipodi dei suoi metodi e del suo pensiero, con Giovanni Paolo II, re di Polonia, Imperatore della Chiesa cattolica, idolo dei reazionari dichiarati e di quelli travestiti da innovatori».

Così anche l’editoriale di Redes Cristianas (21/4). «È la seconda volta – scrive la rete – che a Giovanni XXIII tocca fare da jolly per la promozione agli altari di papi controversi». «Come in altre recenti occasioni (ci riferiamo alle beatificazioni dei martiri della Guerra civile spagnola) anche oggi – prosegue Redes Cristianas – appaiono distintamente i due fronti della Chiesa, coloro che sono a favore del suo rinnovamento e coloro che continuano a scommettere su tradizioni che il tempo ha già superato».

Stesse considerazioni del teologo spagnolo Juan José Tamayo, il quale ha sottolineato come Giovanni XXIII non abbia avuto «la migliore compagnia nei processi di beatificazione e canonizzazione». Nel lungo commento apparso ancora su Redes Cristianas (29/4) il teologo ha posto l’accento soprattutto sul perpetuarsi di una struttura patriarcale della quale le canonizzazioni del 27 aprile rappresentano la migliore incarnazione, con «due papi, 150 cardinali, 700 vescovi, 6mila sacerdoti, tutti uomini rivestiti di un potere sacramentale ed ecclesiastico che dicono di aver ricevuto da Dio, mentre la maggior parte delle volte viene esercitato come un potere terreno amministrato in modo autoritario e patriarcale senza alcuna legittimazione popolare».


Più ombre che luci

Ma è soprattutto sull’opportunità di canonizzare Giovanni Paolo II che molti commentatori, e non da oggi (v. Adista Notizie nn. 5/11, 35/13, 16/14 e Adista Documenti n. 28/13), hanno avanzato le maggiori perplessità.

A Juan Cejudo, spagnolo, membro del Movimento per il celibato opzionale (Moceop) e delle comunità cristiane popolari, questa doppia canonizzazione sembra «una delle soluzioni salomoniche della diplomazia vaticana per cercare di accontentare tutti: i settori conservatori della Chiesa e quelli più progressisti». «Non condivido queste soluzioni diplomatiche», dice, «perché il pontificato di Giovanni Paolo II è stato messo in discussione da ampi settori della Chiesa. E con ragione». Cejudo ricorda quindi l’opposizione di Wojtyla alla Teologia della Liberazione, il silenziamento, sotto il suo pontificato, di centinaia di teologi in tutto il mondo, la sua amicizia con il fondatore dei Legionari di Cristo, il pedofilo Marcial Maciel Degollado, la sua chiusura su temi relativi alla morale sessuale, le cordiali relazioni intrattenute con dittatori latinoamericani e il pubblico rimprovero, nel 1983, al sacerdote nicaraguense Ernesto Cardenal che al tempo ricopriva la carica di ministro nel governo sandinista che aveva destituito il dittatore Somoza (lo stesso Cardenal in questi giorni ha commentato la canonizzazione di Giovanni Paolo II definendola «una mostruosità», al contrario di quella di papa Roncalli, «gigante» che rivitalizzò la Chiesa).

In Francia, il settimanale Témoignage Chrétien dà un colpo al cerchio e uno alla botte con due commenti affidati a Jean-Pierre Mignard e Christine Pedotti. Se il primo, pur rilevando nodi critici nel pontificato di Wojtyla, conclude dicendo di ricordare il buono che ha fatto, non altrettanto generosa è Pedotti che smonta pezzo per pezzo i 27 anni di papato. «Giovanni Paolo II è colui che ha coperto gli scandali pedofilia e protetto l’ignobile Maciel fino all’ultimo giorno. Quanto agli enormi raduni delle Gmg, non sono stati altro che fuochi di paglia dal forte impatto mediatico. La grande operazione di “restaurazione”, il freno allo slancio conciliare, non hanno rallentato l’emorragia della pratica religiosa». «Ancora più grave – secondo Pedotti – la sua egemonia mediatica e la produzione compulsiva di testi normativi ed encicliche che hanno reso sterile il pensiero teologico». «Il suo indiscutibile carisma ha certo affascinato – conclude – ma dove sono i frutti?».

Il commento forse più duro è però quello del canonista p. Thomas P. Doyle (National Catholic Reporter, 25/4). «Poggiato su uno scaffale nel mio ufficio – scrive Doyle – c’è una copia del Codice di Diritto Canonico rilegata in pelle rossa. Non è una semplice copia delle regole della Chiesa. È stata firmata specificamente per me da Giovanni Paolo II» ed è «datata 6 giugno 1983». «Domenica quando Giovanni Paolo II sarà elevato agli altari, diventerà una reliquia, per quanto di seconda classe. Non la venererò, come non mi unirò alle folle plaudenti. Gli ultimi 30 anni mi hanno portato a pensare che la sua canonizzazione sia un profondo insulto alle innumerevoli vittime di abusi sessuali da parte del clero in tutto il mondo: che sia un insulto alle donne e agli uomini che sono stati perseguitati dalla Congregrazione per la Dottrina della Fede durante il suo regno e un insulto a Giovanni XXIII che ha la sfortuna di essere suo compagno di canonizzazione». «Domenica la Chiesa istituzionale concederà la sua più alta onorificenza all’uomo che, più di chiunque altro, avrebbe potuto porre termine all’incubo e salvare tante vittime innocenti. Non l’ha fatto». «Il libro rosso sul mio scaffale sarà pure una reliquia, ma è soprattutto un promemoria sul lato oscuro della Chiesa». (ingrid colanicchia)

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