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giovedì 13 dicembre 2007

IL VOLTO DEL NEMICO



Donne provenienti da ogni parte del mondo s’incontrano a Teheran per un confronto sul costruire la pace avviato dal Consiglio ecumenico delle chiese

Gianna Urizio

Qual è il volto del nemico visto da vicino? È una domanda che dovremmo proprio imparare a farci in un mondo sempre condizionato dai media e da un flusso di notizie sempre uguale e che ci condiziona a pensare sempre più in termini di amici e nemici, di «noi» e «loro» dove i «loro» sono ovviamente i cattivi.Sono da poco tornata dall’Iran, proprio uno dei paesi «cattivi». Prima che partissi molti amici, persone ben informate, reagivano con preoccupazione alla notizia: «ma è pericoloso», «mi raccomando, stai attenta», «che Dio ti benedica». Eppure non stavo andando nella fossa dei leoni. È vero, l’Iran è uno dei paesi «canaglia». Ma chi l’ha deciso? Quanti di noi conoscono l’Iran? Se ci pensiamo un attimo, le nostre opinioni sull’Iran scaturiscono dalle letture dei giornali. Leggiamo definizioni del tipo «L’Iran è una potenza nucleare che nutre una pericolosa ambizione egemonica su quell’immensa area geopolitica – e petrolifera – che va da un Iraq ormai debole sino ai paesi del Golfo e che infine arriva nel Medio Oriente propriamente detto». Su questo stesso giornale. Sono definizioni che ci scavano dentro, che lasciano un’impronta, senza che ce ne accorgiamo. E la paura del «nemico» cresce e alimenta i nostri stereotipi. Ci colloca dentro un fronte, dove gli altri sono il nemico.Sono atterrata a Teheran in un’alba buia. Il nuovo aeroporto internazionale è tutto vetri e acciaio, moderno e trasparente. Ed efficiente. In meno di venti minuti sono fuori su un taxi. Bene.Il dipartimento per il dialogo interreligioso del Consiglio ecumenico delle chiese ha organizzato proprio qui un incontro di donne per costruire percorsi di pace. Perché in Iran e perché donne? Perché io poi, che non sono né teologa né particolarmente addentro al dialogo interreligioso? Infine è possibile dialogare con un Paese dove l’Islam è il fondamento dello Stato (repubblica islamica) e quindi assoluto? Da sempre il Cec ha la passione della frontiera: ha aperto dialoghi con l’Est, quando l’Est era il Male; ha accompagnato i percorsi di indipendenza dei giovani Stati africani, non sempre andati a buon fine; si è schierato con forza contro l’apartheid e da anni contro la violenza domestica sulle donne. Temi spinosi che mettono a soqquadro il nostro mondo «occidentale». Ora pretende di dialogare con i cattivi.Con questi pensieri sono atterrata a Teheran. Ancora a Roma, ero andata a leggermi (rapidamente) la Costituzione dell’Iran, in borsa avevo la Lonely Planet, una mia amica che era stata per tre anni corrispondente Ansa a Teheran mi aveva dato un suo libro su questa esperienza e mi aveva introdotto all’addetta culturale dell’ambasciata italiana. Ero dotata di una varietà di foulard di «camicioni» da indossare. L’Iran non è un paese arabo. È la prima constatazione che un visitatore può fare. Tutto è più ordinato. Le strade ampie e pulite, dall’aereo si vede la pianificazione urbanistica e, strano ma vero, le città non sembrano circondate dalle gigantesche bidonville che caratterizzano oramai tutte le grandi città del mondo, da Roma a Phoenix, da Città del Messico a Delhi, da Johannesburg a San Paolo e, a quanto mi dicono, oggi anche Shanghai e Pechino. Sembra quasi o un paese socialista o l’Australia. Più socialista direi.In effetti, girando le città non ho visto mendicanti, solo a Teheran pochi che suonavano e chiedevano un’offerta. Le poche città che ho visto, Teheran, Isfahan e Yazd – purtroppo mi sono persa Shiraz – recano le tracce di un passato robusto. Non una storia di nomadismo, o di semplici commerci. Ma impianti di trasporto dell’acqua del 900 a.C., e forse anche più antichi (Yazd). Produzioni di vasellami in vetro da alto medioevo quando noi facevamo le finestre con l’alabastro. Università medievali annesse alle moschee. Un rinascimento vero e proprio del ‘500 con palazzi e moschee di una bellezza spettacolare (Isfahan). Un impero dell’800 tronfio almeno quanto quello di Napoleone Bonaparte, e poi tracce di invasioni, mongole, turkmene, un succedersi di dinastie degne della storia dei regni Europei, storie di battaglie con i sultani (musulmani) della vicina India. Ovunque oggi una popolazione discreta e gentile. Le donne hanno l’obbligo del copricapo, ma dopo un po’ si colgono le differenze, ci sono donne con il chador (le donne di famiglie religiose o più tradizionali) e donne con il foulard, più o meno stretto, più o meno negligentemente messo a coprire il capo. Anche gli abiti devono arrivare al ginocchio con sotto i pantaloni (le gambe devono essere coperte fino alle caviglie). Tra le giovani si coglie una gara «al corto» e all’attillato.Ma torniamo all’incontro. Il Cec apriva un dialogo con un Istituto per il dialogo interreligioso di Teheran, una Ong diretta da Mohammad Ali Abtahi, vice di Khatami durante la sua presidenza. Abtahi è stato più volte relatore all’Istituto ecumenico di Bossey. È proprio grazie a queste relazioni che è nata l’idea di favorire il dialogo tra donne di diverse fedi. Dentro l’Iran e tra donne di diverse paesi. Diciotto donne in tutto, non teologhe ma donne impegnate in diverse professioni, insegnanti universitarie, formatrici, mediche, psicologhe, giornaliste e registe. L’idea era quello di non incontrarsi per condurre un dialogo interreligioso, ma quella di riflettere, a partire dalle diverse appartenenze di fede, in quale modo la nostra fonte di fede aiuta a costruire la pace con le nostre professioni. Un rovesciamento di campo: al centro dell’incontro non era il dialogo religioso astratto, fatto di principi, concetti, rivelazioni, fonti, ma la costruzione della pace, attraverso la conoscenza, la condivisione di problemi e speranze.Primo obiettivo, per noi delegate del Cec era riconoscere al nostro stesso interno le diversità: che cosa hanno in comune una giovane donna cristiana del Pakistan che lavora in Tailandia per la Conferenza cristiana dell’Asia e una pastora svedese consulente per i temi interreligiosi del vescovo di Goteborg? E un’insegnante universitaria, musulmana del Senegal con me, regista di una rubrica televisiva protestante?O ancora, una insegnante di teologia greca ortodossa con una donna di origini iraniane nata in America e insegnante di comunicazione nel New Jersey?Lo stesso ben presto è stato possibile dire tra le donne iraniane: c’era una psicologa cristiana armena, e una musulmana, consulente del ministro della Salute per l’Aids, due registe, una della televisione musulmana, e una free lance, cristiana; una giovane esperta di economia di una grande banca iraniana, la promotrice di palestre di fitness e aerobica in tutto l’Iran e un’antropologa dell’università di Teheran. Donne diverse che nella diversità hanno constatato ricchezza e possibilità di crescita. Il dialogo è avvenuto in tre ambiti: educazione, sviluppo e informazione/comunicazione. Tavole rotonde durante le quali ci si è potuto ascoltare approcci diversi, contenuti e metodi diversi che sono stati individuati e sottolineati. Infine l’incontro molto atteso: siamo state ricevuto da Mohammed Khatami, il presidente progressista sconfitto alle ultime elezioni da Ahmadinejad. Un signore composto, intelligente che con forza a posto al centro del suo discorso la pace, la pace tra popoli, Stati, popolazione, uomini e donne.In conclusione la sensazione generale è stata quella che l’Iran è un paese complesso e composito, colto e moderno, con un intenso dibattito interno, sia civile sia religioso, che conduce questo dibattito all’interno di uno scenario religioso dato dalla sua Costituzione, ma che forse proprio per questo ha le premesse per costituire una vera evoluzione dell’Islam verso la modernità. Concetti difficili sui quali vorrei provare a ritornare in futuro.
tratto da www.riforma.it
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