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domenica 22 maggio 2011

BARBIANA: QUELLA VOLTA CHE HO INCONTRATO LETTERA A UNA PROFESSORESSA

http://www.facebook.com/notes/arturo-ghinelli/barbiana/10150190718211472

Nel giugno del 1967, avendo finito la terza magistrale ero andato a lavorare in libreria per racimolare un po’ di soldi,come facevo tutte le estati dalla prima media. Un mattino dovetti portare a casa ad un cliente il libro appena uscito "Lettera a una professoressa" di Don Milani, che conoscevo perché mi aveva già avvinto con "L’obbedienza non è più una virtù". Ciò che mi affascinò subito di Don Milani fu la radicalità, la passione e la coerenza. Una coerenza e una radicalità che non smettono mai di provocarmi, una passione che non smette mai di entusiasmarmi. Il valore che Don Milani dà alla parola fece da subito venire i brividi a me che ero nipote timido di contadini e figlio di un operaio con la terza elementare. A me che ero della classe 1950 e che, malgrado fossi figlio di due operai, ero riuscito ad essere sempre promosso, senza aver fatto in tempo a fare la media unica, quella lettera fece molta impressione,consolidò la convinzione che volevo fare il maestro per impedire che i Gianni continuassero ad essere bocciati, come del resto tutti gli amici, miei coetanei di un intero quartiere "Il villaggio spontaneo"di case popolari sulle Morane a Modena. Le sue parole mi colpirono perché avevo provato le stesse umiliazioni dei ragazzi di Barbiana. Alle medie ricordo ancora di aver sentito la prof. di matematica tenerci una filippica con frasi come quelle che, anni dopo, avrei sentito nella canzone di Pietrangeli "Oggi anche l’operaio vuole il figlio dottore e pensi che ambiente ne può venir fuori…". Infatti la vecchia scuola media "Carducci"non mi offrì il Tempo Pieno, anche se mia madre lavorava e quando tornavo da scuola dovevo prepararmi il pranzo,mi offrì invece al pomeriggio un costosissimo corso di scherma, che poteva andar bene solo al mio compagno di classe figlio di un colonnello dell’Accademia militare o di quello figlio del Questore Gualandi,che tuttavia apprezzava i panini con la mortadella che preparavo quando veniva a casa mia a fare i compiti.
Con le lettere ai cappellani militari e ai giudici avevo tormentato, per tutto l’anno precedente, le lezioni dell’insegnante di religione. La "Lettera a una professoressa" divenne il mio punto di riferimento per tutti gli anni a venire. Nell’unico anno in cui,come i figli di papà,ho frequentato solo l’Università costituii un comitato di quartiere genitori-studenti e fu lì che diffusi il donmilani-pensiero. Nel Comitato i genitori c’erano davvero:erano le donne del mio quartiere di case popolari,alcune erano militanti dell’UDI,dove infatti andammo a ciclostilare i nostri volantini. Riuscii a coinvolgere anche un papà, un vecchio muratore,che dopo aver conosciuto Tanassi in guerra, aveva smesso di essere socialista ed era diventato comunista. Io e questo muratore andammo notte tempo ad affiggere,davanti alla scuola elementare del nostro quartiere,due manifesti copiati da "Lettera a una professoressa". I manifesti li avevo fatti in casa con l’aiuto di un compagno di università bravissimo a disegnare,senza il quale non sarei mai riuscito a riprodurre sulla carta da pacchi la piramide degli esclusi di una stessa leva scolastica.
Nell’altro manifesto campeggiava la scritta insegnanti vergognatevi ,perché le maestre della scuola "Manzoni"disincentivavano in tutti i modi la partecipazione dei ragazzi al doposcuola comunale.
Vinsi il concorso magistrale in provincia di Varese e il 1°ottobre del ‘69mi trovavo già dall’altra parte della cattedra. A Varese rimasi tre anni. Il secondo anno ebbi la sede a Somma Lombardo. In questa cittadina il consiglio comunale mi nominò direttore della Biblioteca Comunale. In tale veste organizzai alcuni dibattiti sulla scuola. Uno di questi dibattiti fu proprio sull’esperienza di Don Milani . Infatti ero riuscito a chiamare, per l’ introduzione, Michele Gesualdi,allora Segretario della FIM-CISL di Varese, che era stato allievo alla scuola di Barbiana. Il dibattito più seguito fu quello sulla scuola a Tempo Pieno a cui feci intervenire maestri del MCE di Milano e di Torino,che stavano già sperimentando la proposta contenuta nella "Lettera a una professoressa". Ricordo ancora che il cinema cittadino era stracolmo,erano venuti da Varese i segretari dei sindacati scuola Sinascel-CISL e della neonata CGIL-scuola.Unica assente la direttrice didattica Maria Mazzarisi.
Dopo tre anni riuscii a venire in provincia di Modena,a Carpi, dove nel 1974 arrivarono i primi posti di Tempo Pieno statale in base alla legge 820 del 1971. Era l’utopia di Don Milani che si realizzava,così quando il Direttore Stentarelli mi chiese se volevo sperimentare il Tempo Pieno,accettai entusiasta e ci insegno ancora.
I frutti del tempo pieno,che mi legano dal passato al futuro
Insegno continuativamente nella stessa scuola dal 1980,avevo già insegnato nel tempo pieno,ma c’era stata un’interruzione dovuta al mio distacco sindacale per due anni. Quando sono rientrato a scuola sono andato ad insegnare nella scuola"Giovanni XXIII°"posta nel quartiere Madonnina della mia città .
Siccome dopo tanti anni c’è ancora chi mette in discussione il Tempo Pieno,ho provato a riflettere sulla mia esperienza,pensandomi come un contadino che da tanti anni semina piante i cui frutti raccolgono altri. Ho catalogato le mie piante a seconda dell’età che hanno raggiunto:35 anni,30 anni,25 anni,20 anni,15 anni,10 anni. Sono tutte distanziate di cinque anni,che è appunto il periodo di tempo in cui io le curo prima che si spargano per il mondo. Mi ha sempre fatto imbestialire l’anatema lanciato dagli allievi della scuola di Barbiana a noi insegnanti: -Le maestre sono come i preti e le puttane. Si innamorano alla svelta delle creature. Se poi le perdono non hanno il tempo di piangere.-
Per questo ho sempre cercato di seguirne qualcuno per ogni classe,ma non ho certo potuto seguirli tutti(nemmeno il botanico ET. ce l’ha fatta) e perciò parlerò solo di alcuni. Si tratta quasi sempre di quelli che mi avevano stimolato di più e mi hanno aiutato a crescere nella mia professione.
35 anni: si tratta della prima classe in cui ho insegnato al mio arrivo nella scuola,con questi ragazzi ho lavorato solo due anni:la quarta e la quinta. Tra questi alberi c’è una pianta molto robusta Giacomo,affetto dalla nascita da tetraparesi spastica,ha proseguito gli studi fino alla seconda superiore. Ha dovuto abbandonare quando è andata in pensione la sua prof di lettere,l’unica che era disposta a dargli una mano. Le scuole superiori dell’epoca ignoravano l’esistenza dei disabili,Sergio Neri non era ancora riuscito a far passare la Circolare che ne prevedeva l’ingresso anche lì.
Giacomo non si è dato per vinto, lavora al computer in un ufficio commerciale ed è andato a vivere da solo con l’ausilio di un assistente.
30 anni: questa classe che ho avuto per tutti i cinque anni,è stata quella che più di altre ogni tanto mi invita a cena per ricordare i bei tempi. Francesca si è sposata pochi mesi fa e ha invitato al matrimonio mia figlia,con cui era diventata amica.
Francesca si è laureata e ha trovato un lavoro in banca,per questo può farsi una famiglia anche se ha solo trent’ anni.
25 anni: in questa classe ho piantato il primo seme venuto d’altrove. Jens era andato ad abitare in provincia e ci eravamo persi di vista. Poi ho saputo dal giornale che è diventato un campione e si allena nel campo di atletica vicino alla nostra scuola. Da allora ci sentiamo e ho saputo che si è diplomato perito,lavora e alla fine del turno si allena perché ha un grande sogno:partecipare alle Olimpiadi di Pechino.
20 anni: li credevo ancora bambini,poi ho saputo da sua madre,che Andrea sarà presto padre,studia all’Università di Bologna con Frabboni e sogna di diventare attore,come gli scrissi io sul diario per la bella interpretazione che aveva fatto durante uno spettacolo in inglese.
15 anni: avevano sperato che andassi con loro alle medie perché era stata approvata la legge Berlinguer che avrebbe permesso ai maestri di insegnare nelle ex medie. Invece con loro è andata la Moratti,in compagnia di Bossi e Fini e così Leonard e Mamoudou hanno dovuto lasciare le impronte per transitare dalla scuola media. Oggi resistono ancora alle superiori,naturalmente sono uno al professionale e l’altro al tecnico. Per Mamoudou vado io dai prof a sentire come va ,col permesso del papà,che si è fatto convincere a continuare a mandarlo a scuola dopo le medie.
Leonard è stato promosso in seconda con un debito in italiano, Mamoudou una volta alla settimana va allo sportello aperto dal suo prof di lettere.
10 anni : Hana e Rihab per quattro anni hanno potuto seguire il corso di lingua araba che abbiamo tenuto nella nostra scuola,mi sembra perciò che sapranno resistere meglio dei due ragazzi che sono già alle superiori ,sono più orgogliose della loro lingua e della loro cultura, anche se cantano insieme agli altri,ritmando come tifosi allo stadio :"Arturo … alle medie….vieni con noi!"è più per gioco che per necessità.
Post fazione,quarant’anni dopo
Non mi è mai capitato di essere così entusiasta per un libro e sentirmi ancora obbligato a dire agli altri:" leggetelo!". L’ho fatto anche come commissario all’esame del Concorso riservato a posti di insegnante elementare che bandì Berlinguer e con mia grande sorpresa mi resi conto che molte giovani maestre non lo avevano mai letto. Fui contento perciò quando lo citarono durante le prove d’esame.
Per far conoscere ai giovani "Lettera a una professoressa" quarant’anni dopo mi piacerebbe organizzare una iniziativa. In cinque insegnanti potremmo dare appuntamento in un teatro cittadino per una lettura ad alta voce di brani tratti dalla lettera. Sarebbe bello se fossimo un insegnante di asilo nido,uno della scuola dell’infanzia,uno dell’elementare,uno delle medie e uno delle superiori e ciascuno di noi leggesse i brani che più hanno influito sulla sua professione. Naturalmente bisognerebbe cercare di fare in modo che ad ascoltarci non ci fossero solo i nostri coetanei ma soprattutto i ragazzi delle scuole superiori da cui,al termine delle nostre letture,potremmo ascoltare i commenti alla "Lettera". Sono sicuro che direbbero ancora : la scuola è sempre meglio della merda!
Arturo Ghinelli
 
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