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mercoledì 11 gennaio 2012

USA, la militarizzazione totale


Dall'amico Paolo Bertagnolli, ricevo e pubblico:

Carissimi, vi invito a leggere l'allegato è una denuncia seria e, mi pare, documentata.

Aggiungerei solo due considerazioni: 1) quasi un anno fa, la Comunità Europea dette il nulla osta all'uso di prodotto OGM; che ci sia dl marcio? 2) la Cina, invece di pensare ad una terza guerra mondiale, non potrebbe decidere di mettere sul mercato tutti i dolari che tiene nelle proprie banche? In pochissimo tempo farebbe fallire gli USA che, quindi diverrebbero meno aggressivi di un piccolo bebe.

Paolo

"In America oggi vedo l'eredità storica del fascismo. Il fatto che i campi di concentramento, gli omicidi, le torture avvengano fuori della capitale (e per lo più vengono affidati a sicari di altre nazionalità) non cambia niente dell'essenza"!

Così scriveva Marcuse ad Horkheimer in una lettera del 17 giugno 1967.

Questa citazione mi è tornata a mente leggendo l'articolo che vi allego.

Nulla di nuovo per me che nessuna sirena è riuscita mai ad incantare.

Nessuno scandalo per me che dietro le bollicine della CocaCola vedo solo sangue raggrumato e che le parole di plastica della propaganda dollarizzata non hanno mai "colonizzato".

Davanti al paradosso americano della contraddizione tra gli ideali rumorosamente sbandierati e gli interessi concretamente perseguiti si pone, oggi più che mai, una questione di fondo: come arginare una potenza mondiale che si pone al di fuori delle regole che valgono per gli altri Stati e che ha il potere (economico emilitare) di farlo?

Martin Luther King, due mesi prima di essere ucciso, nel 1968, ebbe a denunciare gli Stati Uniti come "Il maggior esportatore di violenza al mondo"

Lui, americano....

E George Bernard Shaw: "L'America è l'unica nazione passata dalla barbarie alla decadenza senza attraversare la fase della civilizzazione"!

Leggete l'articolo di seguit.
Aldo

02 Gennaio 2012


Nei campi coltivati americani è comparso un insetto devastatore che ha una caratteristica speciale: è resistente al BT (1), la tossina inserita con modificazione genetica nel mais OGM inventato dalla Monsanto. Questo mais ingegnerizzato è il tipo di semente più largamente coltivato in USA, coprendo il 65% delle coltivazioni; in quanto produce la propria tossina, è reputato resistere all’attacco degli insetti infestanti, e pubblicizzato come una semente che non richiede forti dosi di pesticidi, e in più innocuo per uomini e animali. Questo insetto devastatore (Diabrotica virgifera, per i coltivatori semplicemente «rootworm») si attacca alla radice, sicchè il danno non appare se non troppo tardi.

«È potenzialmente il più economicamente dannoso degli insetti», dice Bruce Tabashnik, entomologo della University of Arizona. (The billion-dollar pest: U.S. beetle is developing resistance to one of the most widely used genetically modified crops, say scientists)

Si apprende che il danno è aggravato dal fatto che troppi coltivatori americani hanno abbandonato la pratica della rotazione agricola, il vecchio metodo della sapienza contadina con lo scopo, fra gli altri, di contrastare la proliferazione di infestanti, perchè «hanno contratti con produttori di etanolo» e si sono impegnati a fornire il mais senza interruzioni, oppure «per profittare degli alti prezzi del mais, che ha avuto un record lo scorso giugno».

Altri studi segnalano una crescente resistenza al diserbante chiamato «Roundup», che è stato bio-ingegnerizzato in molte sementi anche alimentari; la sostanza si sta estendendo anche ad altre piante, sostanzialmente alle erbacce, rendendo il Roundup inefficace o richiedendone più alte concentrazioni aggiunte da fuori, ossia più tossiche.

I fatti, che minacciano la fonte dell’alimentazione, avrebbero dovuto magari avviare una riconsiderazione dell’intrusione nell’eco-sistema di metodi genetici per scopi di profitto, i cui effetti a lungo termine sono stati perlomeno sottovalutati. Invece, ecco che la Dow AgroSciences (una sussidiaria della Dow Chemicals) annuncia la «soluzione» dell’industria genetica: lancerà sementi di mais, soya e cotone «metabolicamente resistenti all’erbicida 2,4 Acido Dicloroacetico», cosicchè i coltivatori potranno irrorare grandissime dosi di questo diserbante, ovviamente prodotto dalla Dow.

Il fatto è che questa sostanza di sintesi (2,4-D) è l’ingrediente primario dell’Agente Arancio, quello usato dall’Air Force per defoliare le foreste del Vietnam, e che ha causato circa 400 mila nascite con difetti genetici nella popolazione vietnamita. Ora, la «soluzione» proposta è di avvelenare con più dosi del defoliante anche la popolazione americana – nonchè quelle che comprano granaglie dagli USA (uno dei massimi esportatori mondiali) per alimentazione umana ed animale. (Dow's Deadly Harvest: The Return of Agent Orange)

Interessante sapere che l’Agente Arancio per scopi bellici fu prodotto sia da Monsanto sia da Dow Chemicals; il fatto che ora venga proposto (e imposto, coi metodi Monsanto ben noti agli agricoltori americani) all’agricoltura di pace, è perfettamente consonante con la militarizzazione profonda del potere americano e del capitalismo globale promosso dalla superpotenza.

Anche i chemioterapici pretesamente anti-cancro più usati sono una derivazione diretta dei gas-senape o «mostarde azotate» come l’iprite, usate nella Prima e nella Seconda Guerra Mondiale per sterminare le truppe nemiche. Vista la qualità di ledere le cellule più delicate, quelle del midollo, l’arma chimica formalmente vietata nei campi di battaglia è rinata (con gran lucro del business farmaceutico) come «medicina» in quella che non a caso è stata chiamata in USA «guerra al cancro» proprio dagli anni ‘70; appena finita la guerra del Vietnam, occorreva riciclare i materiali.

Monsanto continua a pubblicizzare il suo diserbante glifosfato (ingrediente primario del Roundup) altra sostanza responsabile di malformazioni neonatali: usato in quantità spropositate (80 mila tonnellate solo nel 2007) nei campi americani, si sta accumulando, e contaminando l’acqua, l’aria e il cielo. Gli effetti non sono ancora rilevati.

Ma in un articolo apparso su Proceedings of the National Academy of Sciences americana, gli autori – che hannno rivisitato le pretese della Dow a proposito del suo 2,4-D – si dichiarano «allarmati» del fatto che la Dow abbia taciuto che «ormai 28 specie (di erbe infestanti) di 16 famiglie vegetali hanno già sviluppato resistenza agli erbicidi sintetici», insomma che se la tossicità della sostanza è certa, la sua efficacia per i coltivatori non è per niente garantita. ("2,4-Dichlorophenoxyacetic acid (2,4-D)–resistant crops and the potential for evolution of 2,4-D–resistant weeds")

La tecnologia OGM viene gabellata dalla propaganda come una grande impresa scientifico-umanitaria, necessaria per alimentare una popolazione umana che cresce troppo. È invece ovviamente una impresa volta al profitto, basata su brevetti del vivente, sementi «terminator», ossia rese sterili perchè i coltivatori non ne possano più usare l’anno dopo, ma siano costretti a comprarle dalle grandi multinazionali; una tipica applicazione del capitalismo terminale all’attività primaria dell’uomo, la più delicata ed essenziale. E come a Wall Street, la sofisticazione tecnologica della «finanza creativa» e dei super-computer che fanno centinaia di milioni di transazioni al minuto s’è accompagnata al degrado non solo della moralità e della prudenza (persino della prudenza negli affari) ma anche delle conoscenze economiche reali degli operatori (ridottisi a giocatori d’azzardo) così nell’agricoltura la sofisticazione estrema della bio-ingeneria ha come riflesso la degradazione delle competenze tradizionali, tramandate dal mondo contadino.

La rotazione agricola nacque in Italia dagli studi di agronomi rinascimentali, fu messa a punto nei due secoli seguenti da sperimentatori inglesi e tedeschi. Ci vollero secoli per appurare che le culture granarie, che impoverivano il suolo, dovevano essere alternate con leguminose che restituivano l’azoto al terreno, e con oleaginose «da rinnovo» come colza e soya. Oggi sappiamo che i coltivatori americani (e probabilmente anche i nostri) premuti dai debiti e dai costi dell’agricoltura tecnologica, hanno abbandonato questa sapienza. Le coltivazioni OGM non ruotano, e insieme alla monocultura impoveriscono i suoli.

Già nel 1930-36 la mancata rotazione produsse una catastrofe nella Grandi Pianure americane, ricordata come il Dust Bowl, la desertificazione e la riduzione dell’humus in polvere. Ma nella finanza sono state dimenticate le lezioni del crack del 1929: la saggia legge Glass Steagall, che vietava alle banche commerciali l’attività di pura speculazione, è stata cancellata nel 2000 per aumentare i profitti degli speculatori, e se ne è impedito il rientro in vigore anche dopo la crisi del 2008. Esattamente allo stesso modo, nell’agricoltura da profitto monetario si sono dimenticate le catastrofi del Dust Bowl.

Abolita la rotazione, la fertilità del suolo viene mantenuta artificialmente da fosfati provenienti da miniere e da prodotti chimici industriali – con relative ricadute di inquinamento e eutrofia delle acque interne e marine; frattanto, milioni di tonnellate di concimi naturali, prodotti dagli animali d’allevamento, invece di essere sparsi sui campi si putrefanno in depositi concentrati, dove avvelenano i terreni (ed emettono metano).

L’alimentazione del bestiame con granaglie OGM a scapito del pascolo con erbe (meno «efficiente» per far crescere rapidamente di peso, e dunque di profitto, le bestie) produce putrefazione negli intestini, a causa dell’eccesso di amidi e di zuccheri ingeriti. Fra le soluzioni trovate in USA c’è quella di «praticare chirurgicamente un buco» (una fistola artificiale) tra lo stomaco e l’epidermide della mucche per controllarne le culture batteriche che crescono nelle viscere inserendovi antibiotici

Non c’è forse esempio più grottesco dei livelli di violenza spirituale e di «hubrys» raggiunta dal capitalismo terminale. (Hole-y Cow)

Quella che Monsanto e Dow hanno instaurato in America (e stanno imponendo al mondo) è una «military-industrial agricolture», dice un commentatore. (Merry Monsanto — Military Industrial Agriculture)

L’osservazione è acutissima: coglie la natura profonda della sedicente «grande democrazia» esportatrice di democrazia, la militarizzazione profondissima della sua società a tutti i livelli: a Wall Street sfornatrice di derivati che sono «armi di distruzione di massa», come nei vastissimi campi agricoli sorvolati da aerei-disseminatori di erbicidi, è la stessa violenza che viene esercitata in Afghanistan, Iraq e Libia per «esportare democrazia» con missili, bombardieri e droni assassini: la politica della «terra bruciata» globale, lo slash and burn dei commandos e dei Marines è lo stesso degli speculatori della finanza, che godono dei benefici di una guerra che devasta il futuro.

Non è una novità, dal momento della loro nascita ad oggi gli Stati Uniti hanno condotto una media di una operazione bellica all’estero ogni due-tre anni – di preferenza contro Paesi come Granada, Panama e le Filippine, che non mettessero a vera prova la mediocrità bellica del soldato americano. Ma questo militarismo senza eroi ha raggiunto la sua perfezione e il suo assurdo dopo l’attentato dell’11 settembre: pretesto per disporre l’America nella postura di guerra perpetua, per debellare ogni resistenza interna allo strapotere del sistema militare-industriale (del resto le sole industrie rimaste dentro l’America, ed essenziali nella ricerca-sviluppo) alla mungitura da parte di queste dei fiumi di denaro pubblico distribuiti dal Pentagono, per abituare la popolazione alla riduzione dei propri diritti elementari, e del proprio benessere, con la scusa di «proteggerla» contro rischi fantomatici (il «terrorismo islamico»).

Quando cadde l’Unione Sovietica, si parlò in USA (lo fece anche Bill Clinton) di un’alba di pace durevole, e perfino di «dividendi della pace» da riscuotere con la riduzione delle spese militari. La classi dirigenti, gli industriali del settore militare, i petrolieri, le multinazionali come Dow e Monsanto, nonchè la nota lobby pro-israeliana non tardarono a correre ai ripari, sapendo che i «dividendi della pace» sarebbero stati riscossi a loro danno.

Leo Strauss, il maestro segreto dei neocon che presero il potere alle spalle della presidenza Bush jr., aveva teorizzato, in un noto scambio con Kojeve, che la pace perpetua avrebbe rammollito l’umanità. La «guerra perpetua» è ciò di cui un Paese ha bisogno, per mantenere disposta la sua popolazione ai compiti imperiali che la fine dell’URSS poneva. Questa fu la filosofia che animò i circoli di potere dopo l’11 settembre, la «Nuova Pearl Harbor» auspicata dai neocon in un famoso documento.

L’ebraicità dei personaggi non è un fatto marginale: hanno voluto portare gli Stati Uniti, la sua società, allo stesso livello di paranoia bellicista della popolazione israeliana, che vive circondata da nemici, «costretta» a fare continue guerre coi vicini. Come il loro modello Israele, anche i giganteschi Stati Uniti d’America dovevano essere portati a «vivere di spada» e sulla spada. Abbandonando perfino l’umanitarismo di maniera, con gli «aiuti allo sviluppo» che gli USA davano ai Paesi vinti, onde portarli con le buone alla loro sfera d’interessi.

Ora, il militarismo americano è solo bastone, senza carote. Le sue classi dirigenti hanno fatto propria la visione di Leo Strauss, secondo cui «sono idonei al governo coloro che si rendono conto che non c’è moralità e che c’è un solo diritto naturale, il diritto del superiore a comandare sull’inferiore». È ovvio che gente simile concepisca ogni attività e relazione come «guerra»: a Wall Street, negli uffici Monsanto e Dow, come nei campi e nelle ambasciate, è uno «stato di guerra» che viene vissuto, con le sue sequele di «conquiste», annichilimenti e terra bruciata. E questo è vero anche nei rapporti interni: la popolazione abbiente si chiude in dorate «gated communities», quartieri con mura e guardie armate, perchè al di là del muro c’è la criminalità, la povertà, il «terrore» – in sunto, la guerra civile paventata e desiderata.

Infiniti film hollywoodiani danno corpo a questo incubo onirico dell’americano terrorizzato da quelli che stanno di là dal muro: Los Angeles ridotta a uno slum di criminali dove l’eroe si avventura solo se armato con grandi volumi di fuoco, i ghetti fantascientifici come periferie in rovina abitate da zombies e da vampiri, sono la proiezione distorta della reale paura americana: la paura dell’altro. E sono – non occorre dirlo – la proiezione del modo di vita israeliano: Gaza è la no-mans-land , la «terra di nessuno» dove vivono nemici sub-umani da ridurre a belve accampate sulle loro macerie, e trattare periodicamente al fosforo bianco; il Libano è un altro luogo d’orrore con cui la relazione non può essere altro che l’attacco preventivo con forze schiaccianti; l’Egitto è nemico, la Turchia nemica, l’Iran una «minaccia esistenziale»...

Sempre più apertamente, la «politica estera» americana sul mondo si plasma su questo modello holly-israeliano: «fuori» dagli USA non esistono esseri umani, ma solo nemici-criminali e sub-umani da trattare con la violenza, perchè non capiscono altro che la violenza. O risorse da arraffare e saccheggiare impunemente, come res nullius. Non è affatto un caso se Washington ha diviso il mondo – e dunque l’umanità intera – non più in aree d’influenza diplomatica, bensì in «Unità di Combattimento» (sono dieci centri di comando con generali a capo: CENTCOM, AFRICOM, NORTHCOM, SOUTHCOM, ed EUCOM per l’Europa...) e lo tiene sotto controllo con la rete di oltre 730 basi militari piazzate in 156 Paesi (l’ultima in ordine di tempo, in funzione anticinese, la base di Marines annunciata da Obama in Australia); se con o senza la NATO (i suoi satelliti militari) conduce operazioni belliche in Iraq e Afghanistan, massacra dal cielo in Pakistan (uno Stato «alleato») opera occultamente in Somalia; se ha decapitato e gettato nel caos la Libia; se arma gli anti-governativi in Siria; se piazza i suoi missili a ridosso di una Russia che non ha alcuna intenzione di rappresentare una minaccia per l’Occidente, se organizza destabilizzazioni nel mondo ex-sovietico; non è un caso se i suoi agenti straussiani hanno istigato la Georgia a porsi in guerra con Mosca, e se minacciano di attacco preventivo l’Iran... fatto che ha indotto un generale Zhang Zhaohzong a Pechino ad annunciare: «La Cina non esiterebbe a proteggere l’Iran anche se ciò scatenasse una terza guerra mondiale». La Cina si sente minacciata di accerchiamento, il governo russo constata che la sua legittimità viene negata da Washington (che ha pagato i manifestanti contro le ultime elezioni); sicchè Putin ha dichiarato di aver raggiunto con Hu Jintao «un accordo di principio» sul fatto che il solo modo di fermare l’aggressione dell’Occidente americano è «l’azione militare diretta e immediata» (e Hu ha ordinato alle forze navali di «prepararsi alla guerra»).

Risposte necessarie, di fronte all’escalation di Washington, alla sua nuda aggressività.

È possibile che un’America «israelizzata» (cioè con lo stesso atteggiamento esistenziale di Israele di fronte al mondo: un mondo fantasmatico di nemici minacciosi, e di alleati sospetti, da minacciare o sradicare) rischi davvero la guerra mondiale come ulteriore «soluzione» ai suoi problemi finanziari, economici, al suo declino egemonico, al suo debito pubblico immane? Una fatale fuga in avanti nella corsa all’accaparramento delle fonti petrolifere e minerarie, nell’affermazione della «total spectrum dominance» militare, la superiorità assoluta in tutti i settori, compresa l’elettronica e la cyberguerra, e la capacità di condurre due guerre contemporaneamente in due diversi teatri?

In Francia (il solo Paese non anglosassone con intelligence ed analisti politici adeguati) escono saggi che indicano la presa di coscienza di questa patologia americana. De la crise à la guerre s’intitola l’ultimo saggio di Laurent A. Du Plessis (che già nel 2002 aveva pubblicato La troisième guerre mondiale a commencé). Un Thomas Rabino pubblica De la guerre en Amerique, un saggio sulla «cultura della guerra» che satura ogni piega della società americana. Illumina tutto: la sovra-rappresentanza di ex ufficiali con esperienza bellica al Congresso, il rapporto di complicità profonda tra le grandi industrie e le forze armate, il rapporto di collaborazione tra l’industria del cinema e l’esercito che presta uomini e mezzi ai perenni film di guerra (dove Hollywood fa la parte del «complesso cinematografico-militare») le fiction televisive in serie sature di alti ufficiali, commandos e persino di avvocati militari, tutte incentrate sugli ambienti soldateschi presentati come la fonte indiscussa dell’integrità e della virtù e dei «valori americani» – anche quando difendono la tortura come mezzo d’interrogatorio, facendola entrare nel campo delle azioni accettabili; il culto religioso della bandiera nelle scuole; la quantità di dirigenti civili e manager del business che vengono dalla ufficialità militare e ne hanno assunto i «valori»; i videogiochi bellicisti; la rappresentazione del nemico, invariabilmente diffamatoria verso gli arabi e i medio-orientali; e infine la manipolazione continua dell’opinione pubblica attraverso la paura e il patriottismo parossistico – esattamente come in Israele, dove l’opinione pubblica media è fortemente bellicista e sta emarginando i pochi sparuti movimenti pacifisti. Ed esattamente secondo i dettami di Leo Strauss, che voleva una popolazione «manipolabile come creta», e sosteneva che «se non esiste minaccia dall’esterno, allora occorrerà fabbricarla» (2) per impedire che la popolazione si imborghesisca. È una specie di esercitazione militare continua contro pericoli immaginari, come in Israele, che viene imposta alla popolazione.

E i risultati si vedono: Bush jr. confessò che gli piaceva essere un «war president» perchè ciò lo teneva alto nei sondaggi (e difatti Obama, che non si presenta come «war president» anche se non ha fatto altro che continuare l’eredità di Bush, è per principio debole nel favore pubblico): nulla meglio di questa frase può esprimere l’assurdo della popolazione americana manipolata, la profondità della cultura della guerra nella coscienza popolare. Anche gli inglesi, appena vinta la guerra, si liberarono del loro «war premier» Churchill, che pure li aveva portati alla vittoria... solo in America essere un «war president» è un vantaggio elettorale; tanto più che le guerre in atto da un decennio sono tutt’altro che successi (ma lo sono per le industrie belliche, a cui interessa il consumo dei materiali e la loro sostituzione).

L’11 settembre ha solo accelerato il processo, lo ha imballato accentuando la manipolazione attraverso la paura, l’incoraggiamento alla violenza attraverso la disumanizzazione del nemico (coi baffi neri, la kefiah, e tratti medio-orientali).

Il saggio, scrive Emmanuel Todd recensendo il libro di Rabino, «ci dice che l’America è ormai una nazione militare, che vive di guerra e per la guerra» – precisamente come l’Israele d’oggi.

In USA, i pochi ma acuti critici al mostruoso sistema di militarizzazione ne additano la commistione con il mondo dell’economia cosiddetta civile, del «mercato».

«La strategia delle due guerre (da combattere simultaneamente) è semplicemente un trucco di marketing per giustificare il grosso bilancio del Pentagono», ha dichiarato il generale Merril McPeak, già capo di Stato Maggiore dell’Air Force, ora a riposo. Quanto al candidato Ron Paul, ha osservato: «Non è una coincidenza se il secolo della Guerra totale ha coinciso con il secolo della Banca Centrale». In ultima analisi, con la dittatura della finanza sull’economia reale.

Abbiamo visto la filosofia bellicista sottesa agli interventi sull’agricoltura da Monsanto e Dow: il bombardamento dei campi coltivati con volumi crescenti di diserbanti, la «soluzione» ultra-tecnologica applicata al «successo» nei raccolti con gli OGM; la formazione di piante rese ingegneristicamente «resistenti» ai veleni, come il Pentagono studia incessantemente il soldato del 21° secolo, il cyber-soldato potenziato dall’esoscheletro, dai GPS, reso invulnerabile, o il soldato-robot che non rischia la vita mentre sparge la morte sul nemico sub-umano (l’uso dei droni che colpiscono dal cielo, dovunque nel mondo, in guerre non dichiarate, guidati da qualcuno in divisa che sta davanti ad uno schermo da videogioco a Washington, è già la realizzazione di questo sogno oscuro).

L’avvelenamente del cibo, il danno per la salute della stessa popolazione americana, non entra in considerazione nei calcoli del sistema agricolo-militare. Il motivo è evidente: come in guerra totale, la popolazione è considerata «spendibile», «sacrificabile» (come i soldati combattenti) agli scopi della «vittoria». O di quel che le multinazionali chiamano vittoria.


Non è una fantasia complottista. Esiste ed è in vigore una legge del 1977 che recita:

PUBLIC LAW 95-79 (P. L. 95-79)

TITLE 50, CHAPTER 32, SECTION 1.520

«CHEMICAL AND BIOLOGICAL WARFARE PROGRAM»

«The use of human subjects will be allowed for the testing of chemical and biological agents by the U.S. Department of Defense, accounting to Congressional committees with respect to the experiments and studies».

«The Secretary of Defense (may) conduct tests and experiments involving the use of chemical and biological (warfare) agents on civilian populations (within the United States)».

Traduzione: «L’uso di soggetti umani è consentito per testare agenti chimici e biologici da parte del ministero della Difesa, riferendo alle commissioni del Congresso rispetto agli espertimenti e studi. Il segretario alla Difesa può condurre prove e sperimentazioni con l’uso di agenti chimici o biologici sulla popolazione civile»...

Tale legge è reperibile nella raccolta:

Public Law 95-79, Title VIII, Sec. 808, July 30, 1977, 91 Stat. 334. In U.S. Statutes-at-Large, Vol. 91, page 334, you will find Public Law 95-79. Public Law 97-375, title II, Sec. 203(a) (1), Dec. 21, 1982, 96 Stat. 1882. In U.S. Statutes-at-Large, Vol. 96, page 1882, you will find Public Law 97-375.

Nel sito qui di seguito si può spulciare l’elenco delle sperimentazioni a scopo militare attuate nell’ultimo secolo sulla popolazione americana e no. (A SHORT HISTORY OF US GOVERNMENT RESPECT FOR HUMAN LIFE)

Si va dall’iniezione di plutonio in pazienti nella clinica universitaria di Rochester nel quadro del Progetto Manhattan (1944) alla somministrazione di LSD in soggetti ignari e che non hanno dato il loro consenso, nel quadro del tentativo della CIA di usare la droga allucinogena come «arma potenziale» (1947). Dall’iniezione di cellule tumorali in carcerati della Ohio State Prison (la metà negri) per opera della celebre clinica Sloan-Kettering, alla dispersione di bacillus subtilis niger nei ventilatori della metroolitana di New York, a cura della US Army (1966). Una documentazione agghiacciante del disprezzo per la vita umana conseguente alla militarizzazione dell’America.

Questa deriva non è da oggi, come si vede. Essa fa degli Stati Uniti un regime mostruosamente inaudito, dove «mercato» e «militarismo» sono tutt’uno. La sua natura giustifica ogni paura. Ed ogni sospetto.

«Sarebbe strano se avessero sviluppato una tecnologia per inoculare il cancro ad una persona, a sua insaputa?», ha chiesto di recente il presidente del Venezuela Ugo Chavez.

Chavez ha rivelato a luglio di avere il cancro. Ma non è il solo: sono cinque i presidenti sudamericani ad aver sviluppato il cancro negli ultimi mesi. Il presidente del Paraguay Fernando Lugo col cancro del sistema linfatico. Dilma Roussef, presidentessa del Brasile, anche lei col tumore del sistema linfatico. L’ex presidente Ignacio Lula da Silva, cancro alla laringe. Ultima, la presidentessa dell’Argentina, Cristina Kirchner, affetta da cancro alla tiroide, sarà operata questo mese. Tutti personaggi che, per un verso o per l’altro, non piacciono a Washington, o a Wall Street.

Ma è possibile che i presidenti sudamericani siano particolarmente vulnerabili al tumore?
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