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martedì 22 giugno 2010

Cari amici,
dopo una pausa di qualche giorno, dovuta a cause tecniche -un fulmine ha ucciso il mio modem e ora sto utilizzando un portatile; problemi visivi: sto preparando l'ennesimo esame, alla mia tenera età (52 anni), e ho oggettivi problemi visivi...-torno a occuparmi del blog. Bellissima esperienza che mi ha messo in contatto con una miriade di persone, gruppi e associazioni. Lo faccio pubblicando un articolo inviato dall'amico Paolo Bertagnoli; con un'avvertenza.
Come ho già scritto a Paolo, il Socialismo dovrà essere libertario, per forza di cose. Di un altro socialismo reale, non ne abbiamo tragicamente bisogno: già Bakunin, ai suoi tempi, aveva scritto che il Socialismo senza libertà è la peggiore delle dittature. Certo, ci vorrebbe un Socialismo nuovo, attento alla persona e alle problematiche del sacro...Chissà se da queste pagine riusciremo a combinare qualcosa di buono...

Se c’è un Futuro sarà Socialista

(Atilio Boron su Rebelìon 13/5)

Il capitalismo ha legioni di apologeti. Molti in buona fede, per ignoranza e per il fatto che, come diceva Marx, "il siste­ma è opaco e la sua natura sfruttatrice e predatoria non appa­re evidente agli occhi degli uomini e delle donne del mondo". Altri lo difendono perché ne sono i grandi beneficiari, accu­mulando enormi fortune grazie alle sue ingiustizie e iniquità. Vi sono anche quelli (guru finanziari, analisti, giornalisti spe­cializzati, accademici ben pensanti e diversi rappresentanti del pensiero unico) che conoscono perfettamente ciò che il siste­ma impone in termini di costi sociali e di degradazione uma­na e ambientale, ma sono ben pagati per ingannare la lente e proseguono instancabilmente il loro lavoro. Essi sanno mol­to bene che la "battaglia delle idee" di cui ha parlato Fidel Castro è assolutamente strategica per la preservazione del si­stema e non risparmiano sforzi per vincerla.

Per contrastare la proliferazione di versioni idilliache sul capitalismo e sulla sua capacità di promuovere il benessere generale esaminiamo alcuni dati ottenuti da documenti uffi­ciali delle Nazioni Unite. È molto istruttivo ascoltare, so­prattutto nel contesto dell'attuale crisi, che la soluzione ai problemi del capitalismo si ottiene con più capitalismo; o che il G20, il Fondo Monetario Internazionale, l'Organizza­zione Mondiale del Commercio e la Banca Mondiale, pentiti per gli errori del passato, risolveranno i problemi che oppri­mono l'umanità. Tutte queste istituzioni sono incorreggibili e irriformabili e qualunque speranza di cambiamento non è altro che un'illusione. Continuano a proporre le stesse cose, solo con parole diverse e con una strategia di "relazioni pub­bliche" disegnata per nascondere le loro vere intenzioni. Chi ha ancora dubbi veda quello che stanno proponendo per "risolvere" la crisi in Grecia: le stesse ricette che hanno applicato e continuano ad applicare in America Latina e in Africa dagli anni '80 del secolo scorso.

Di seguito, citiamo alcuni dati con le rispettive fonti re­centemente sistematizzati dal Programma Internazionale di Studi Comparativi sulla Povertà dell'Università di Bergen, in Norvegia, che opera un grande sforzo per combattere, in una prospettiva critica, il discorso ufficiale sulla povertà ela­borato da più di trent'anni dalla Banca Mondiale e riprodot­to instancabilmente dai mezzi di comunicazione, dalle auto­rità governative, da accademici e "specialisti" vari.

Su una popolazione mondiale di 6,8 miliardi di abitanti

- 1,02 miliardi di persone sono denutrite croniche (FAO, 2009);

- 2 miliardi di persone non hanno accesso ai farmaci (v vw.fic.nih.gov);

- 884 milioni di persone non hanno accesso all'acqua potabile (Oms/Unicef 2008);

- 924 milioni di persone sono "senza tetto" o risiedono in abitazioni precarie (Onu Habitat 2003);

- 1,6 miliardi di persone non hanno accesso all'energia elettrica (Onu Habitat, Urban Energy);

- 2,5 miliardi di persone non sono beneficiate da sistemi di fognatura e drenaggio (Oms/Unicef 2008);

- 774 milioni di adulti sono analfabeti (www.uis.unesco­.org);

- 18 milioni di persone muoiono ogni anno a causa della povertà, in maggioranza bambini con meno di cinque anni (Oms);

- 218 milioni di bambini tra i 5 e i 17 anni lavorano in condizioni di schiavitù e svolgono compiti pericolosi o umi­lianti, come soldati, come domestici, nella prostituzione infantile, in lavori insalubri in agricoltura, nell'edilizia o nell'industria tessile (Oit: "L'eliminazione del lavoro infanti­le, un obiettivo alla nostra portata", 2006);

- Tra il 1988 e il 2002, il 25% più povero della popolazio­ne mondiale ha ridotto la propria partecipazione al prodotto interno lordo mondiale (Pil mondiale) dall'1,16% allo 0,92%, mentre il 10% più ricco ha accresciuto i propri beni perso­nali passando a disporre dal 64,7% al 71,1% della ricchezza mondiale. L'arricchimento di pochi ha come suo risvolto l'impoverimento di molti;

- Solo questo 6,4% di aumento della ricchezza dei più ricchi sarebbe sufficiente a duplicare il reddito del 70% della popolazione mondiale, salvando innumerevoli vite e ridu­cendo le sofferenze dei più poveri. Si intenda bene: ciò sa­rebbe possibile avendo appena la possibilità di ridistribuire la ricchezza aggiuntiva prodotta tra il 1988 e il 2002 del 10% più ricco della popolazione mondiale, lasciando comunque intatte le sue esorbitanti fortune. Ma neppure questo risulta accettabile alle classi dominanti del capitalismo mondiale.

Conclusione: se non si combatte la povertà (non si parli neppure di sradicarla sotto il capitalismo!) è perché il sistema obbedisce a una logica implacabile centrata sull'accumulazione del lucro, che concentra la ricchezza e aumenta incessante­mente la povertà e le disuguaglianze socio-economiche.

Dopo cinque secoli di esistenza è questo che il capitali­smo ha da offrire. Che aspettiamo per cambiare il sistema? Se l'umanità ha un futuro, questo sarà chiaramente sociali­sta! Con il capitalismo, invece, non ci sarà futuro per nessu­no! Né per i ricchi né per i poveri! La sentenza di Friedrich Engels e anche di Rosa Luxemburg: "socialismo o barbarie" è oggi più attuale che mai. Nessuna società sopravvive quando il suo impulso vitale risiede nella ricerca incessante del lucro e il suo motore è dato dal profitto. Presto o tardi ciò provocherà la disintegrazione della vita sociale, la distru­zione dell'ambiente, la decadenza politica e la crisi morale. Siamo ancora in tempo, ma non ce ne resta più tanto.
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