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lunedì 7 novembre 2011

Come ci vogliono fregare per altri vent'anni


"Cambiare tutto perché non cambi niente" non è solo un modo di dire. E' una strategia di successo che non si è certo inventata Gelli, ma che ha ben formalizzato nell'ormai tristemente noto "Piano di Rinascita Democratica", balzato all'onore delle cronache ormai 30 anni fa e perlopiù realizzato nel silenzio generale dell'opinione pubblica, la quale si comporta come quella moglie che trova un capello biondo nel letto del marito (essendo lei mora) e lo lascia cadere indifferentemente al suolo perché scompaia nel sacchetto dell'aspirapolvere, insieme a una consapevolezza che le farebbe più male che bene. "La verità ti fa male lo so", diceva Caterina Caselli. Anche la libertà sa fare molto male.


C'è sempre stato qualcosa di Matteo Renzi che non mi ha mai convinto fino in fondo. Non si tratta del fatto che non lo infastidisse trattare i temi della politica nei luoghi del bunga-bunga piuttosto che nelle apposite sedi istituzionali (che è una questione di trasparenza, un po' come se un impiegato ricevesse i fornitori a casa sua), ma di qualcosa di più profondo, di più subliminale. Una specie di non-corrispondenza tra quanto espresso a parole e la mimica facciale, il linguaggio del corpo. Qualcosa di non esattamente qualificabile e quantificabile, ma pur sempre una sensazione sgradevole alimentata da uno stile di comunicazione vagamente artificiale. In politica, dove l'autenticità è certamente uno dei valori fondamentali per essere credibili, questo è di per sè un difetto grave, ma certamente una critica che si limitasse a tenere in considerazione questi aspetti non sarebbe efficace e lascerebbe ampi margini di dubbio.


Oggi che però salta fuori chi c'è dietro Renzi, tutto improvvisamente assume un aspetto diverso. Si fa più chiaro. il vero artefice della Leopolda, del partito-format e delle cento proposte è uno che di format se ne intende: quel Giorgio Gori padre dell'"Isola dei Famosi", di "Sgarbi quotidiani", di "Fatti e Misfatti" (Liguori). Quel Giorgio Gori che dal 1989 al 2001 è il super-dirigente Mediaset che inonda le case degli italiani con buona parte della tv spazzatura che ha contribuito al "rincoglionimento" generale. Quel Giorgio Gori, ancora di più, che nel 1994 lancia Forza Italia in 3 mesi "nel firmamento della telepolitica". Insomma, quello stesso Giorgio Gori che ora annuncia la sua discesa in campo al fianco di Matteo Renzi per organizzare il "dopo Bersani" del PD.


Allora viene facile ricapitolare. Matteo Renzi è un giovane rampante di grandi ambizioni politiche. Per raggiungere i suoi obiettivi non disdegna di condurre trattative riservate e private nelle alcove di Silvio Berlusconi. Silvio Berlusconi è uno dei fedelissimi di Licio Gelli, il padre della P2 nella quale lo stesso presidente del Consiglio militava con la tessera 1816. La P2, tra i suoi obiettivi principali, aveva quello di costruire una democrazia illusoria basata su una finta alternanza bipolare che evitasse la frammentazione parlamentare, di fatto polarizzando il paese in due opposte tifoserie che se le dessero di santa ragione, in uno stadio politico più simile ai giochi dei gladiatori o a una partita di Champions che a un dibattito politico costruttivo (obiettivo ampiamente raggiunto: la sinistra da una parte a urlare "Berlusconi vai a casa" e i Berluscones dall'altra a urlare "comunisti!"). All'approssimarsi della fine politica di Berlusconi, non è irragionevole ipotizzare ferventi manovre per assicurare la prosecuzione dell'incantesimo, sostituendo il presidente del Consiglio con uno dei suoi più affidabili tirapiedi e Bersani con un giovane che abbia un'aspettativa di vita più lunga dell'attuale segretario del Pd. Così, ecco uno scenario più che plausibile: la pianificazione della scalata di Renzi alla leadership del centro-sinistra, con l'ausilio dell'expertise Mediaset grazie all'appoggio organizzativo ed economico di uno degli arieti dell'impero berlusconiano, Giorgio Gori, in cambio della fedeltà al modello di inattivazione democratica costruito da Gelli.


Il nuovo non può arrivare dalle scrivanie di Arcore, dagli studi Mediaset nè dagli esperti dell'Isola dei Famosi. Se non vogliamo restare fregati per altri vent'anni, il nuovo deve arrivare dal basso. Abbiamo bisogno del professore della porta accanto. Quello che le idee ce le ha, ma sono talmente buone che nessuno organizzerebbe mai una convention di tre giorni per fargliele spiegare.


tratto da: http://www.byoblu.com/post/2011/11/06/Da-Licio-Gelli-a-Matteo-Renzi.aspx (su segnalazione dell'amico Giovanni Falcetta).

Personalmente, non penso che Renzi sia 'gelliano'. Però non mi è mai piaciuto: mi sembra inconsistente e politicamente pericoloso. Non si può far politica a livello generazionale...e poi, certe amicizie non gli sembrano come minimo sconvenienti?
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