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mercoledì 30 novembre 2011

LUCIO MAGRI: SE NE E' ANDATO CON DIGNITA', COME AVEVA VISSUTO

Traggo dal blog Vento Largo dell'amico Giorgio, il bel articolo di Franco Astengo sul suicidio di Lucio Magri




mercoledì 10 febbraio 2010

Lucio Magri, Il sarto di Ulm


Quasi alle soglie degli ottant'anni Lucio Magri prova a confrontarsi con una realtà complessa e contradditoria come è stata la storia di quello che fu il più grande partito comunista dell'Occidente. Bilancio dell'agire politico di un'intera generazione, ripensamento critico di un lunga militanza e al contempo riflessione impietosa sullo stato della sinistra oggi: tutto questo è "Il sarto di Ulm", di cui Franco Astengo ci offre una stimolante lettura.


Franco Astengo


Un confronto di analisi politica


Molto banalmente si può indicare nel "Sarto di Ulm: una possibile storia del PCI" (edizione "Il Saggiatore), il testo attraverso il quale Lucio Magri torna dopo qualche tempo a far sentire la sua voce rivolgendosi ai militanti della sinistra italiana, un lavoro di ricostruzione storica condotto sul piano dell'analisi politica: si può facilmente intuire, affermando ciò, come si tratti di una operazione del tutto controcorrente, rispetto ai canoni ormai imperanti oggi.


La "politica" (questa "brutta bestia") è tratta infatti, ormai, soltanto in funzione strumentale cercando di semplificare al massimo i ragionamenti al puro e semplice scopo di avvalorare una tesi piuttosto che un'altra, usando il linguaggio massimamente semplificatorio dei mezzi di comunicazione di massa ed adeguandosi, quindi, ad un livellamento analitico che, molte volte, fa pensare alla semplice propaganda, quando non all'improvvisazione pura e semplice: non parliamo, poi, della memorialistica, usata quasi sempre ai fini del filtrare "l'io" dei protagonisti in confronto ai fatti accaduti e quasi mai interpretata come strumento per verificare, attraverso la memoria, i momenti di intervento collettivo, di soggettività condivisa, di costruzione dei grandi dibattiti e di assunzione di responsabilità rispetto alle scelte.


L'eretico Lucio Magri (radiato con il "Manifesto" nel 1969, poi segretario del PdUP fino alla metà degli anni'80, alla fine organizzatore, tra gli altri, del fronte del "no" che si oppose, all'inizio dell'ultimo decennio del XX secolo, alla liquidazione del partito) si misura, quindi, ancora una volta controcorrente proprio sul piano più delicato, quello del metodo analitico, ed affronta tutti i passaggi di questa lunga e complessa storia seguendo l'antico schema che partiva, ogni volta, dall'esame del quadro internazionale, dai suoi risvolti sulla situazione interna, fino al ruolo del partito, alla sue proposte da declinare, attraverso l'intervento attivo dei militanti, giù, giù, fino alla politica locale, se non addirittura di quartiere; uno schema che era usato a tutti i livelli, dal Comitato Centrale alla sezione e che costituiva, nel suo procedere, l'essenza stessa della vita di un grande partito ad integrazione di massa, ne formava il riscontro concreto del suo essere "comunità militante".


Naturalmente il testo di Magri è ricco di una articolata "pars destruens", laddove (con "il senno di poi" come ammette l'autore, con largo spazio ad accenni autocritici sollevati anche, a propositi, di alcuni passaggi che furono dirimenti nello svilupparsi delle diverse fasi della prospettiva politica) non mancano gli accenti fortemente critici sulle scelte compiute (fin dal ruolo assunto dal PCI nei governi di solidarietà nazionale dell'immediato dopoguerra, fino al giudizio e all'atteggiamento tenuto verso il primo centrosinistra, e alla valutazione del compromesso storico) ed una analisi molto raffinata sulle origini del PCI negli anni'20, dal rapporto con l'Ottobre sovietico, alla particolarità del lascito gramsciano.


L'economia del discorso di oggi non mi permette di entrare al meglio nel merito di questa parte, preferendo invece soffermarsi su quella che può essere definita come "pars costruens": prima di tutto, davvero sotto l'aspetto della realtà del partito così come questa si è modificata con il passaggio da "partito di massa" a partito, prima "professionale elettorale" e poi a "partito leggero" (pensiamo all'adozione delle primarie nel PD e alla formula specifica, adottata in questa direzione, dell'intreccio tra voto degli iscritti e voto dei potenziali elettorali per determinare gli equilibri interni al partito).


Una trasformazione tanto più negativa perché avvenuta sull'onda di un un mutamento profondo nello stato delle relazioni complessive tra società civile e sistema politico, comune in tutto l'Occidente ma particolarmente acuto nel "caso italiano", che ha aperto - sostanzialmente - la strada al populismo imperante.


Nel testo elaborato da Magri l'esposizione dell'itinerario attraverso il quale si è realizzata, in breve tempo, questa trasformazione e la dispersione di forze, intelligenze, capacità di militanza che ne è derivata sono sottolineate con grande forza (si parla, al momento dello scioglimento del PCI, di tre scissioni: quella relativa al PDS, quella relativa a Rifondazione Comunista e quella, la più importante, relativa all'abbandono della vita di politica di centinaia di migliaia di militanti: una defezione che riguardò, principalmente, la gran parte della realtà di quei quadri intermedi che rappresentavano l'asse portante dello sviluppo del dibattito e dell'azione del partito).


Ebbene: scrivere di questo fenomeno (del tutto decisivo, nei futuri sviluppi della vicenda politica della sinistra italiana) significa già avanzare una richiesta ed una proposta di nuova riflessione su questo terreno, ponendosi - appunto - come interlocutore diretto sul piano della stretta attualità politica, verso chi davvero sta ripensando alla necessità di una nuova presenza nella soggettività della sinistra italiana.


In egual modo, forse anche in una dimensione maggiormente pregnante, vanno lette le pagine che Magri dedica alla "svolta" di Berlinguer, all'inizio degli anni'80, quelli della proposta di "alternativa democratica".


Forse, in questo caso, non è superato del tutto il rischio di una certa enfatizzazione: ma vale la pena di ricordare come i tre pilastri sui quali, sul piano teorico, quella svolta si realizzò sono individuati come il recupero del conflitto di classe (dalla vicenda Fiat dell'80, alla emblematica battaglia sulla scala mobile); la questione morale, l'autonomia dallo schema dominante di relazioni internazionali sulla linea della pace e di una originalità nella costruzione europea (pensiamo alla battaglia contro i missili a Comiso).


Ebbene, senza dilungarci ulteriormente, una domanda conclusiva: soltanto rievocazioni finalizzate a sostenere la tesi di un PCI fatto morire prematuramente e al di fuori da un contesto di possibile modificazione e innovazione positiva del suo portato politico, oppure indicazioni, sommarie ma preziose, per una prospettiva futura?


Il dibattito, se qualcuno ha interesse, è aperto.
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