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venerdì 11 novembre 2011

Io e Noi di fronte a Dio. In dialogo con Vito Mancuso

di Carlo Molari


in “Rocca” n. 20 del 1 novembre e n. 21 del 15 novembre 2011




Il nuovo libro di Vito Mancuso, (Io e Dio. Una guida dei perplessi, Garzanti, 2011) merita unalettura attenta. Chi si interrogava sulle ragioni del successo dei suoi libri, credo abbia in questoultimo volume una risposta chiara. Traspare una autenticità che da sapore di verità a ciò che è scritto; un rigore di riflessione che affascina anche coloro che avanzano riserve sulle conclusioni.


È un testo di teologia fondamentale, originale per il metodo esperienziale, ricco per i contenuti ampi e documentati, concreto per l'impostazione orientata ad un rinnovamento della Chiesa. L'analisi si svolge nell'orizzonte di fede cristiana perché parte dall'esperienza personale dell'autore, dichiaratamente religiosa (non ricordo un solo istante della mia vita in cui abbia dubitato di Dio p. 393; in questo senso definisco la mia identità cristiana p. 446). Mancuso cerca con passione i fondamenti della fede in Dio, come è vissuta nella tradizione cristiana, ne analizza con chiarezza le dinamiche e ne dichiara con sincerità i limiti. Egli sembra scrivere prima di tutto per se stesso, per rendere chiare le impostazioni di vita, per giustificare le scelte quotidiane e per motivare la dichiarata appartenenza alla Chiesa. Convinto che la sua esperienza possa essere «una guida dei perplessi» come precisa il sottotitolo. Per questo la riflessione procede con argomenti di ragione.


Sono scelte consapevoli e dichiarate: «in queste pagine rendo pubblica la mia visione della fede in Dio e del suo fondamento» (p. 194); «ho voluto vagliare la solidità di ciò che pretende di essere il punto fermo per costruire la mia identità» (p. 445). «Il mio obiettivo è contribuire a far sì che la mente contemporanea possa tornare a pensare insieme Dio e il mondo, Dio e Io, come un unico sommo mistero, quello della generazione della vita, dell'intelligenza, della libertà, del bene, dell'amore». «Vorrei che questo libro e in genere il mio lavoro intellettuale risveglino e rafforzino negli esseri umani l'amore per il bene e per la giustizia e il senso di solidarietà e fratellanza» (p. 184-185). «Desidero in particolare promuovere un cambiamento di paradigma: il passaggio dal principio di autorità al principio di autenticità» (p. 194). Sarebbe presunzione da parte mia in poche righe anche solo elencare i molti temi esaminati con dovizie di informazioni, le prove addotte con rigore logico e le conclusioni a cui perviene in dissenso a volte con le opinioni diffuse nelle comunità cattoliche.


Vorrei piuttosto sviluppare un dialogo su due punti che considero qualificanti e che mi pare meritino una riflessione: l'Io/Noi nel cammino di fede e il carattere personale del Dio cristiano. Una certa perplessità suscita la scelta di considerare l'io come soggetto esclusivo del rapporto con Dio. Una scelta insistita e intenzionale precisata anche nell'uso grafico del pronome personale
«io/Io»: «minuscolo intende lo scrivente, maiuscolo il soggetto umano» (p. 10). Egli è convinto che «se non si vuole pronunciare invano il nome «Dio» anche come nome comune di persona, si impone una precisa, inderogabile, condizione: parlare in prima persona singolare. Credo che oggi si possa parlare di Dio in modo veridico solo dicendo consapevolmente «io», e proprio a partire dall'Io» (p. 387). Riferendosi ai dubbi e riserve sulla storicità di molti racconti biblici Mancuso scrive: «La potenza della profezia e la profondità dei libri sapienziali rimangono intatte, ma a questo riguardo non si tratta di un ingresso di Dio nella storia, quanto di ispirazione nella singola anima. Ovvero, non 'noi e Dio', bensì sempre e solo 'Io e Dio'» (p. 268). La conclusione del libro sembra porre il sigillo alla scelta: «Quanto a me il punto fermo che costituisce la mia vera identità di uomo non mi deriva da nulla di esteriore... Ciò che mi definisce come uomo è qualcosa di interiore a me
stesso. Questa interiorità è lo spirito, il medesimo che è all'origine del bene morale dentro di me e del mondo fisico allo stesso modo dentro di me perché anch'io sono mondo... Per ogni uomo che viene sulla terra la partita della vita è sempre tra Io e Dio» (p. 446). Con queste affermazioni Mancuso intende prima di tutto affermare che l'esperienza di fede suppone la piena consapevolezza personale e si sviluppa solo nella libertà. In questo ha pienamente ragione.


Due dubbi vorrei illustrare. Il primo a proposito dell'autosufficienza del singolo. La libertà infatti è donata dagli altri, il cammino di fede si svolge solo per induzione altrui e suppone quindi un campo permanente di testimonianza. Mancuso stesso elenca i testimoni che l'hanno guidato ed educato alla fede ( ad es. pp. 191 ss). Questa condizione non riguarda solo l'origine dell' esperienza religiosa bensì anche lo sviluppo maturo della vita spirituale e resta un suo statuto permanente. La vita spirituale individuale è immersa o avvolta da un campo energetico più ampio a cui continuamente attinge. Mancuso infatti accoglie quella «visione dell'uomo e della vita» secondo cui «non c'è prima un Io isolato, una monade monacale che poi, in un secondo momento, ha delle relazioni». Ma, al contrario «prima ci sono le relazioni» «e in base alla natura di tali relazioni il soggetto di volta in volta si forma: l'Io non ha relazioni, l'Io è relazioni» (p. 401). Egli stesso d'altra parte confessa:
«vado scoprendo che non so rispondere con certezza al perché della mia fede» (p. 393) e riconosce nello stesso tempo: «la fede in Dio è radicata in me come un patrimonio ideale di cui sono felice e di cui vivo» (ib). Anche la tradizione sapienziale si alimenta attraverso l'intreccio delle esperienze
personali in un unico orizzonte di fede. Coerentemente non si dovrebbe concludere che il processo interiore come è derivato ora è sostenuto dagli altri? Perché allora «io» e non «noi» se le relazioni costituiscono e condizionano la nostra vita di fede?


In secondo luogo il rapporto con Dio nella storia si concretizza quando la sua azione è accolta e resa visibile. Ma ciò avviene non solo a livello individuale bensì anche e soprattutto in forma sociale e storica. Ci sono qualità umane che possono fiorire solo in ambienti vitali ampi e in comunità con vincoli intensi. L'intreccio delle relazioni costituisce uno spazio di sviluppo spirituale più ampio e profondo della somma delle dimensioni personali. Una comunità di vita non è la semplice somma delle potenzialità vitali delle persone ma il risultato esponenziale della energia creatrice che attraverso l'intreccio dei rapporti può sviluppare un campo energetico più profondo e intenso. In tale
modo anche le ricchezze della storia possono esprimersi in forme più ricche. Per cui non solo il Noi è prima dell'Io perché lo precede e lo fonda ma costituisce un soggetto più ampio e ricco della somma energetica delle persone, in modo da richiamare e riassumere la storia intera della comunità.


Dal punto di vista del metodo di riflessione è giusto partire dall'esperienza personale, ma nella consapevolezza che essa è donata, implica le relazioni e che il cammino autentico di fede si realizza solo nel Noi. A questo proposito vorrei richiamare alcune riflessioni proposte da Benedetto XVI il 24 settembre scorso nel colloquio improvvisato con i seminaristi di Friburgo. Egli ha detto:
«Soltanto nel 'noi' possiamo credere... Fa parte della fede il 'tu' del prossimo, e fa parte della fede il 'noi'. ...Quando diciamo: 'Noi siamo Chiesa', sì, è vero: siamo noi, non qualunque persona. Ma il 'noi' è più ampio del gruppo che lo sta dicendo. Il 'noi' è l'intera comunità dei fedeli, di oggi e di tutti i luoghi e tutti i tempi. E dico poi sempre: nella comunità dei fedeli, sì, lì esiste, per così dire, il giudizio della maggioranza di fatto, ma non può mai esserci una maggioranza contro gli apostoli e contro i santi: ciò sarebbe una falsa maggioranza. Noi siamo Chiesa: siamolo! Siamolo proprio nell'aprirci e nell'andare al di là di noi stessi e nell'esserlo insieme con gli altri!».


Una verifica della insufficienza della prospettiva prevalentemente individuale viene dal fatto che Mancuso ha difficoltà a valorizzare la liturgia come luogo comunitario dell'incontro con Dio e a considerare la storia come ambito privilegiato della rivelazione divina. Egli ammette: «lo statuto comunitario della liturgia non si concilia bene con la mia attenzione privilegiata all'Io nella sua singolarità» (p. 190 sottolineature mie). La liturgia infatti non è semplice dovere bensì è il luogo dove la struttura teologale dell'esistenza cristiana si esercita, si verifica e si alimenta nello scambio di doni reciproci. La pratica liturgica autentica sviluppa in tutti la capacità di amare.


Quanto alla storia Mancuso riferisce puntuali e informate conclusioni di autorevoli storici ed esegeti circa il carattere e le ragioni delle narrazioni Bibliche (pp. 245344). Ma altro è negare la storicità di racconti altro è negare che la storia sia l'ambito necessario della rivelazione e dell'esperienza del
divino in modo da realizzare quella «verifica concreta e assoluta» di ogni religione, che giustamente, secondo Mancuso, consiste nel «volersi bene, volere il bene, nient'altro che il bene» (p. 190).


Un secondo problema sul quale mi soffermo, dopo aver esaminato quello della relazione comunitaria (Noi e Dio), riguarda il carattere personale di Dio.
A proposito dell'esistenza di Dio e della sua dimostrazione Mancuso si diffonde ampiamente con lo sviluppo di varie argomentazioni. Le sue posizioni sono molto chiare. Egli sostiene che la ragione può dimostrare
l'esistenza di un essere o un bene assoluto ma non il suo carattere personale. Alla scoperta di un Dio personale, egli sostiene, si può pervenire solo con argomenti sviluppati all'interno dell'esperienza di fede (in particolare,
ma non solo, cristiana), argomenti quindi validi solo per i credenti. Esaminiamo brevemente il significato e le motivazioni di queste posizioni.
esiste un Assoluto Mancuso più volte ripete che non vi devono essere dubbi sull'esistenza di un Essere, di un Bene, di una Vita assoluti. È innegabile che esista «l'essere-energia... dentro la quale tutti siamo venuti all'esistenza, verso la quale tutti camminiamo e nella quale tutti con la morte saremo assorbiti. Siamo emersi dall'essere-energia come da una sorgente... e in questa stessa sorgente, alla fine pensabile come porto, ritorneremo quando la nostra libertà non esisterà più. Questo è un semplice dato di fatto...» (pp. 108-109). «Se poniamo Assoluto=Essere, è evidente che l'Assoluto esiste» (p. 109). Riflettendo in questo modo, però, arriviamo «solo a ciò che comunemente viene detto Essere o anche Totalità, Assoluto, Uno, Tutto» (p. 109).


«Se si intende questo, è chiaro che Dio esiste, è evidente che c'è. È il Dio di Spinoza su cui si struttura tutta la sua Ethica...» (ib.). Lo ripete poco dopo: «È chiaro che il bene, nel senso di bonum, esiste... Ciò di cui posso conoscere l'esistenza riflettendo seriamente con la mia ragione è quanto Pascal chiamava
Dio dei filosofi e si potrebbe chiamare anche Assoluto, Sommo Bene, Uno, Tutto. È la cifra di molte altre speculazioni» (p. 110).


Si deve notare che anche se «evidente» o «un dato di fatto», tuttavia non è detto che questa Realtà suprema sia affermata da tutti, perché, in ogni caso, l'acquisizione e la conseguente affermazione è risultato di esperienze vissute con consapevolezza, è un'interpretazione razionale della vita, che consente di vivere in pienezza, ma che, come tale, potrebbe anche non essere raggiunta.
Mancuso qualifica questa esperienza come spirituale e la collega alle «altre forme mediante cui è giunta a espressione la dimensione spirituale, come la pittura, la scultura, la danza, il teatro, la poesia, la musica»  (p. 114). Sono «invenzioni umane» «ma l'orizzonte dischiuso da queste discipline inventate dagli uomini non è necessariamente falso. Lo è per chi non ha idea di che cosa vi sia in gioco, per chi non sente queste dimensioni dell'essere ritenendole solo un bizzarro passatempo o un proficuo investimento. Ma per chi vive per esse, a volte per esse soffre la fame, e vi dedica tutta la vita, non esiste nulla di più reale e concreto. Si tratta di invenzioni, sì, ma nel senso etimologico del termine» (p. 114), cioè di scoperte della realtà profonda della vita. «Inventare [infatti] nella sua radice latina (invenire) significa 'imbattersi in qualcosa,
trovare, scoprire'. L'invenzione è anzitutto scoperta» (p. 115). Come accade a molti cultori della scienza che hanno scoperto energie e leggi della natura prima ignote e non utilizzate, così nel mondo dello spirito umano esistono possibilità di «invenzioni». Per esemplificare Mancuso richiama il fascino della bellezza. «Chiunque abbia avuto una reale esperienza estetica sa che si è trattato al contempo di qualcosa di estatico, qualcosa che l'ha fatto uscire da sé verso una dimensione più grande, preesistente, rispetto alla quale tuttavia
non si è sentito estraneo ma coappartenente» (p.115). Ciò vale per tutte le esperienze 'spirituali': «quando si esce da sé senza tuttavia perdersi, ma ritrovandosi a un livello più alto»; vale, ad esempio, per «l'emozione purissima che una poesia, un quadro, una musica, una preghiera, una carezza fa sorgere dentro di noi». Mancuso si chiede: «come nominare questa dimensione più grande alla quale tuttavia si sente di appartenere: regno della suprema bellezza, dell'armonia compiuta, della pace del cuore, della luce buona dell'essere?» (p. 115). Risponde: «il complesso di termini quali 'Dio, divino, divinità' racchiude i simboli più efficaci 'inventati' dalla mente umana per nominare questa realtà avvolgente, materna e paterna, che si dischiude alla mente e al cuore in alcune peculiari esperienze vitali... Tali immagini cercano di portare al pensiero... una realtà che c'è da sempre» attraverso di esse «lo spirito... attinge il profondo dell'uomo» (pp. 115-116). È vero quindi che Dio è «invenzione» umana «per quanto attiene al concetto, ma questo non implica che la realtà cui rimanda il termine Dio sia falsa» (p.114), anzi la concretezza dell'esperienza induce la certezza della sua esistenza. Il Bene, la Vita, la Verità, la Bellezza esistono in forma piena e si esprimono in modo parziale e frammentario in noi. il carattere personale di Dio è dato di fede Mancuso però nega che questa realtà assoluta a cui si perviene riflettendo sulle varie esperienze umane, possa già essere scoperta come «persona», dotata, cioè, di conoscenza e di amore. La realtà divina a cui si perviene riflettendo sulla forza che sostiene il processo vitale è impersonale, è la «potenza neutra dell'essere-energia» (p. 108): «Così arrivo non a Deus, ma arrivo a Deum» (p. 109), a quello che S. Anselmo designava come «ciò di cui non si può pensare uno più grande». L'assoluto a cui si perviene con la riflessione di ragione «questo bonum impersonale non sarà conoscibile con certezza razionale come bonus,
come Dio personale» (p. 110). Se quindi «si intende dire che sopra questa totalità onnicomprensiva dell'essere-energia, o al di fuori di questa totalità, o dentro di essa in una dimensione più profonda, o chissà dove altro ancora, vi sia un essere personale a cui potersi rivolgere dicendo Abbà-Padre, allora non è più evidente, non lo è per nulla, che tale Deus esista» (p.109). La realtà a cui si perviene non è «il tenero Abbà-Padre di Gesù. Di questo non si potrà mai conoscere razionalmente l'esistenza. Con buona pace del dogma cattolico» (p. 110). Mancuso nega quindi che a questo stadio il divino possa essere termine di una relazione personale, possa essere invocato, benedetto, lodato, adorato.
Il Dio personale, come quello della tradizione ebraico-cristiana, lo si conosce solo per la rivelazione e lo si incontra solo nell'esercizio della fede. Senza questa esperienza personale non si può affermare l'esistenza del Dio credo per la testimonianza di Gesù. Egli conclude: «Sto dicendo, in un certo senso, che
Dio esiste solo per chi lo fa esistere. Chi lo fa esistere avrà trovato ponte tra la sua fame e sete di giustizia e il senso ultimo del mondo: verus pontifex maximus» (p. 428). Potrebbe suscitare confusione il fatto che il carattere personale di Dio sia difeso con chiarezza da Mancuso e sia argomentato con lo stesso tipo di ragionamento con il quale egli afferma l'esistenza 'evidente' di un Assoluto. Scrive infatti: «la mia fede in Dio si determina come fede in un Dio certamente personale, dato che, in quanto principio di tutte le cose, Dio è anche al principio della personalità che quindi non deve e non può essere esclusa dal suo essere» (p. 79). Per questo aspetto Mancuso riassume la sua posizione con le parole di Immanuel Kant: «Anche se vi vedrete costretti a desistere dal linguaggio del sapere, vi sarà sufficiente un linguaggio, che pur vi resta, di una salda fede, giustificato dalla più rigorosa ragione» (Critica
della Ragion pura, (1781) citata a p. 108). Egli ricorda anche che lo stesso filosofo nella prefazione alla seconda edizione della sua famosa opera scriveva: «Ho dunque dovuto sospendere il sapere per far posto alla fede» (ib. (1787) citato a p. 114). Come si vede si tratta di un «linguaggio della salda fede»; esso si svolge però sorretto da una «rigorosa ragione» e segue le regole dell'argomentazione logica. L'esperienza di fede inizia e si sviluppa per dinamiche di testimonianza che precedono la ragione, anche se la coinvolgono nel suo sviluppo e nell'analisi del suo fondamento. L'esercizio della fede non nasce per conclusione di ragionamenti, ma la ragione entra in azione quando il credente cerca la motivazione delle sue scelte e intende spiegarne il fondamento. Si dovrebbe forse aggiungere che anche chi non vive la fede, può già partire dalla consapevolezza della propria tensione vitale e dall'esercizio del proprio amore per argomentare che il Tutto che l'avvolge e lo sostiene è un Tu che, conoscendolo e amandolo, può condurre là dove la vita tende come a compimento. Mi sembra che in fondo sia questa «la sfida che attende la teologia cristiana contemporanea» (p. 426). Solo alcuni dei molti stimoli preziosi che il libro del giovane teologo può offrire alla ricerca attuale di
Dio. La sua diffusione può favorire tale ricerca da varie parti avvertita.






Nota mia:

Rocca è un periodico che può essere letto sul sito de Pro Civitate Christiana http://www.cittadella.org/pls/cittadella/cittadella.rocca
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