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sabato 5 febbraio 2011

UN CORTILE PER LAICI E CRISTIANI

di Gianfranco Ravasi
«Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di "cortile dei gentili" dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l'accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa. Al dialogo con le religioni deve oggi aggiungersi soprattutto il dialogo con coloro per i quali la religione è una cosa estranea, ai quali Dio è sconosciuto e che, tuttavia, non vorrebbero rimanere semplicemente senza Dio, ma avvicinarlo almeno come Sconosciuto».
Queste parole, indirizzate da Benedetto XVI alla Curia romana in occasione degli auguri natalizi del 2009, hanno prodotto un effetto anche concreto: un dicastero vaticano, il Pontificio consiglio della cultura, ha dato il via a un'istituzione, denominata appunto «Cortile dei Gentili», per aprire un dialogo serio e rispettoso tra credenti e agnostici o atei. L'evento inaugurale avverrà a Parigi nel prossimo mese di marzo in contemporanea in più sedi: la Sorbona, l'Unesco e l'Académie Française, secondo prospettive diverse. Una sorta di prolusione si terrà il sabato 12 di questo mese di febbraio all'Università di Bologna, con l'intervento di pensatori e scienziati credenti e non. Di entrambi gli eventi si dà notizia in queste stesse pagine.
Vorremmo innanzitutto spiegare il simbolo usato dal Papa, una locuzione non a tutti perspicua, anche se a molti è noto che il vocabolo «Gentili» designa nel linguaggio ecclesiastico i non-ebrei, ossia i pagani che si erano accostati al cristianesimo: il termine deriva dal latino gens nel senso di nazionalità straniera in opposizione al populus Romanus (in ebraico erano i goj/gojim, presenti 561 volte nell'Antico Testamento; in greco éthnos/éthne, un vocabolo che risuona ben 162 volte nel Nuovo Testamento). È risaputo quanto san Paolo si sia battuto per aprire a costoro le porte della nuova fede, senza costringerli a passare previamente attraverso la circoncisione e, quindi, l'ebraizzazione, come alcuni esponenti della comunità cristiana delle origini (i giudeo-cristiani) esigevano. Ma il «Cortile dei Gentili » quale realtà materiale evoca?
Dobbiamo a questo proposito riferirci alla planimetria del tempio di Gerusalemme, soprattutto nella tipologia offerta dall'imponente edificio voluto dal re Erode a partire dal 20 a.C. e distrutto nel 70 d. C. dalle armate romane di Tito. Là, infatti, oltre alle aree riservate alle donne, agli israeliti, ai sacerdoti e al santuario propriamente detto, si apriva uno spazio al quale potevano accedere appunto i pagani in visita a Gerusalemme. Era, questo, il «Cortile dei Gentili », un'aulé in greco a cui forse fa cenno il libro dell'Apocalisse quando nella misurazione simbolica del tempio imposta a Giovanni si dichiara: «Il cortile (aulé) esterno del tempio lascialo da parte e non misurarlo perché è stato consegnato ai Gentili (éthne) che calpesteranno la città santa» (11,2).
La prova concreta dell'esistenza di questo recinto speciale – largo 300 metri e lungo 475 – è in una lapide di 60 x 90 centimetri con un'iscrizione greca, scoperta nel 1871 dall'archeologo francese Charles Simon Clermont-Ganneau e ora conservata al Museo archeologico di Istanbul (un'altra targa simile, ma solo frammentaria, è stata rinvenuta nel 1953). In essa si legge un divieto analogo alle segnalazioni attuali con l'avviso di «pericolo di morte» o di «zona militare» invalicabile: «Nessuno straniero (alloghenés) penetri al di là della balaustra e della cinta che circonda l'area sacra (hierón). Chi venisse sorpreso (in flagrante) sarà causa a se stesso della morte che ne seguirà».
Lo storico giudeo filoromano Giuseppe Flavio, testimone delle vicende della Terra Santa del I secolo d.C., nella sua opera Antichità giudaiche conferma questa testimonianza parlando di due cortili: il primo era appunto quello dei Gentili, separato dal secondo (quello degli Ebrei) «da pochi gradini e da una balaustra di pietra ove c'era un'iscrizione che proibiva l'ingresso agli stranieri sotto pena di morte» (XV, 417). Nell'altro suo scritto più celebre, La Guerra giudaica, lo stesso storico annotava: «Chi attraversava quell'area per raggiungere il secondo cortile lo trovava circondato da una balaustra di pietra, alta tre cubiti e finemente lavorata. Su di essa, a intervalli uguali, erano collocate lapidi che ricordavano le leggi di purità (per l'accesso al tempio), alcune in lingua greca, altre in latino, perché nessuno straniero entrasse nel luogo santo» (V, 193-194).
È curioso notare che, a quanto si evince dal dettato del divieto, la pena capitale era automatica, senza regolare processo ma con una sorta di linciaggio affidato alla folla ebraica. Qualcosa del genere è evocato in connessione col rischio corso da san Paolo proprio nel tempio di Gerusalemme: la massa dei fedeli tenta di ucciderlo perché sospettato di «aver introdotto Greci nel tempio, profanando il luogo santo». Infatti, era stato visto poco prima in compagnia di un pagano, tale Trofimo di Efeso, attirando su di sé il sospetto di averlo condotto oltre il «Cortile dei Gentili», nell'area sacra off limits per i pagani (si legga il passo degli Atti degli Apostoli 21,27-32). Sarà, comunque, proprio l'Apostolo a infliggere un duro colpo a questa concezione così aspramente "separatista" quando, scrivendo ai cristiani di Efeso, dichiarerà che Cristo è venuto ad «abbattere il muro di separazione che divideva » Ebrei e Gentili, «per creare in sé stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, riconciliando tutti e due in un solo corpo» (Efesini 2,14-16).
Quel simbolo di apartheid e di separatezza sacrale che era il muro del «Cortile dei Gentili» è, quindi, cancellato da Cristo che desidera eliminare le barriere per un incontro nell'armonia tra i due popoli. È con questa ulteriore precisazione paolina che ha senso l'applicazione metaforica del «Cortile» suggerita da Benedetto XVI. Credenti e non credenti stanno su territori differenti, ma non si devono rinserrare in un isolazionismo sacrale o laico, ignorandosi o peggio scagliandosi sberleffi o accuse, come vorrebbero i fondamentalisti di entrambi gli schieramenti. Certo, non si devono appiattire le differenze, liquidare le diverse concezioni, ignorare le discordanze. Ognuno ha i piedi piantati in un "cortile" separato, ma i pensieri e le parole, le opere e le scelte possono confrontarsi e persino incontrarsi. Ricorrendo a un gioco di parole assonanti (ma non di etimologie), tra Cristiani e Gentili si potrebbe adottare la tecnica del duello (dal latino bellum), in uno scontro all'arma bianca, alla maniera del giansenista e del gesuita del film La Via Lattea di Buñuel. Quello che il progetto denominato «Cortile dei Gentili» vuole proporre è, invece, un duetto (dal latino duo) ove le voci possono appartenere anche agli antipodi sonori, come un basso e un soprano, eppure riescono a creare armonia, senza per questo rinunciare alla propria identità, cioè – fuor di metafora – senza scolorirsi in un vago sincretismo ideologico.
In questo incontro tra i due "cortili", una scelta previa è quella della purificazione dei due concetti di base. Da un lato, i «Gentili» devono ritrovare quella nobiltà ideale così com'era espressa dai grandi sistemi "ateistici" (pensiamo a un Marx o alla celebre parabola sul Dio morto della Gaia scienza di Nietzsche o ai versi famosi di Heinrich Heine: «Non sentite la campanella? In ginocchio! Si portano i sacramenti a un Dio che muore»), prima che venissero incapsulati in sistemi politico-ideologici o piombassero nello scetticismo e nell'idolatria delle cose o degenerassero nell'ateismo sprezzante, sarcastico e infantilmente dissacratorio.
D'altro lato, la fede deve ritrovare la sua grandezza, manifestata in secoli di pensiero alto e in una visione compiuta dell'essere e dell'esistere, evitando le scorciatoie del devozionalismo o del fondamentalismo e rivelando che la teologia ha un suo rigoroso statuto metodologico parallelo e specifico rispetto a quello della scienza. È, comunque, suggestiva l'affermazione del filosofo Pantaleo Carabellese, morto nel 1948, secondo il quale «l'esistenza di Dio è un problema che da una parte non si dimostra, dall'altra non si sopprime ». E il filosofo francese contemporaneo, Jean-Luc Marion, ribadiva che «quello che stupisce non è tanto la nostra difficoltà a parlare di Dio, quanto la nostra difficoltà a tacere di lui».
Ma oltre a questo, l'incrocio tra le voci diverse può avvenire attorno a temi comuni – anche se affrontati e risolti con esiti eterogenei – come l'etica, l'antropologia, la spiritualità, le domande "ultime" su vita e morte, bene e male, amore e dolore, verità e menzogna, pace e natura, trascendenza e immanenza. Per questa via si può giungere persino alla domanda sullo Sconosciuto, quell'Ágnostos Theós, il Dio ignoto, a cui faceva cenno san Paolo nel suo celebre discorso all'Areopago di Atene (Atti 17,22-31), e che era ricordato nel brano di Benedetto XVI da noi citato in apertura. Come, infatti, talora il credente può sconfinare nel «Cortile dei Gentili », sotto un cielo spoglio di presenze e privo di Dio, rimanendo nell'attesa che la divinità infranga il suo silenzio e la sua assenza, così talvolta anche l'ateo può invocare col Giorgio Caproni della poesia I coltelli: «Ah, mio dio, Mio Dio. / Perché non esisti?». Un interrogativo che Zinov'ev, l'autore russo di Cime abissali, così allargava: «Ti supplico, mio Dio, cerca di esistere, almeno un poco, per me, apri i tuoi occhi, ti supplico!... Sfòrzati di vedere: vivere senza testimoni è per noi un inferno! Per questo io grido e urlo: Padre mio, ti supplico e piango: esisti!».
Senza attesa di conversioni o di inversioni di cammini esistenziali, ma soprattutto evitando le diversioni nel vuoto, nella banalità, negli stereotipi, Gentili e Cristiani – i cui "cortili" sono contigui nella città moderna – possono scoprire consonanze e armonie pur nella loro difformità; possono deporre i linguaggi soltanto autoreferenziali o polemici e possono far alzare lo sguardo a un'umanità spesso troppo curva solo sull'immediato, sulla superficialità, sull'insignificanza, verso l'Essere nella sua pienezza. Un po' come suggeriva in uno dei suoi Canti ultimi padre David Maria Turoldo: «Fratello ateo, nobilmente pensoso, / alla ricerca di un Dio / che io non so darti, / attraversiamo insieme il deserto. / Di deserto in deserto andiamo oltre / la foresta delle fedi, / liberi e nudi verso / il Nudo Essere / e là / dove la parola muore / abbia fine il nostro cammino».
Gianfranco Ravasi


Fonte: http://www.stpauls.it/jesus/1102je/1102je88.htm
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