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venerdì 4 febbraio 2011

Una lettera di don Antonio Cecconi su Chiesa, pace e guerra

Cari amici,
vi tra­smetto copia di que­sta mia let­tera che esce sul n. 4 della rivi­sta Set­ti­mana (edita dai Deho­niani di Bolo­gna).
Prima di que­sta, a seguito dell’uscita su Avve­nire di una pub­bli­cità a FINMECCANICA, avevo scritto al diret­tore di quel gior­nale e al vescovo che pre­siede la Soc. Edi­to­riale a nome della CEI, senza avere alcuna rispo­sta.
A quel punto ho but­tato giù il testo che vi allego. Il mio sogno (chia­ma­telo pure pre­sun­zione… o illu­sione) sarebbe che fos­simo un bel po’ di preti e laici a sol­le­ci­tare cia­scuno i rispet­tivi Vescovi per un “richiamo” ad Avve­nire e soprat­tutto per­ché il tema della pace — che è sia la pro­du­zione e ven­dita di armi, sia l’affossamento del ser­vi­zio civile, sia soprat­tutto l’educazione alla pace delle gio­vani gene­ra­zioni… — venga messo all’ odg nell’assemblea gene­rale della CEI.
Si può almeno pro­varci?
Saluti
d. Anto­nio Lecconi

***
Cara Set­ti­mana,
in que­sto mese di gen­naio, aperto ancora una volta con la gior­nata mon­diale della pace, vor­rei lan­ciare qual­che pro­vo­ca­zione sul tema, magari aprendo un con­fronto da que­ste colonne per riflet­tere se e come la pace è un punto fermo impor­tante nella coscienza dei cre­denti, e quanto nelle nostre atten­zioni pasto­rali abbia spa­zio e signi­fi­cato l’educazione alla pace, anche in rife­ri­mento a quella “vita buona del Van­gelo” messa a tema dalla CEI. E per ricor­darci, poi­ché mi pare che ce ne sia biso­gno, che non si può affron­tare il tema della pace senza con­dan­nare quello che è il suo con­tra­rio, cioè la guerra, la vio­lenza non solo per­so­nale ma anche isti­tu­zio­na­liz­zata, né senza cri­ti­care scelte poli­ti­che insen­si­bili o ina­datte ad atti­vare per­corsi di paci­fi­ca­zione.
Ho par­lato di pro­vo­ca­zione a par­tire dal fatto di essermi sen­tito pro­vo­cato tro­vando, sul numero di Avve­nire del 30 dicem­bre u.s., una pub­bli­cità a tutta pagina (l’ultima) della FINMECCANICA, azienda ita­liana — o meglio, gruppo di aziende — la cui atti­vità prin­ci­pale è nel set­tore difesa e aero­spa­zio, vale a dire pro­du­zione e ven­dita di armi da guerra. La stessa pub­bli­cità è apparsa in quel periodo sul Cor­riere della sera e altre grosse testate, por­tando nelle casse dei gior­nali parec­chi soldi. In cam­bio dei quali, in un colpo solo, il “quo­ti­diano della CEI” ha sor­vo­lato su un paio dei dieci coman­da­menti: “non ammaz­zare” ma anche “non dire falsa testi­mo­nianza”. Infatti il testo ospi­tato dall’Avvenire era estre­ma­mente reti­cente, al limite del falso, sulla prin­ci­pale atti­vità di Fin­mec­ca­nica. Che pro­duce armi non solo difen­sive, ma anche per l’attacco, stru­menti sofi­sti­cati estre­ma­mente deva­stanti, desti­nati a tutt’altro scopo che la sal­va­guar­dia e la restau­ra­zione della pace, o le azioni di poli­zia inter­na­zio­nale che, sulla base della Costi­tu­zione, dovreb­bero essere le uni­che atti­vità mili­tari con­sen­tite alle nostre forze armate. Fin­mec­ca­nica pro­duce gli “stru­menti di lavoro” per ope­ra­zioni che un cri­stiano dovrebbe cer­car di evi­tare e, se ad esse obbli­gato, dichia­rare la pro­pria obie­zione di coscienza.
Il pagi­none pub­bli­ci­ta­rio, che allu­deva gene­ri­ca­mente ad atti­vità nel campo della difesa senza che vi com­pa­risse l’aggettivo mili­tare, evi­den­ziava soprat­tutto il numero delle per­sone occu­pate: 75.000 posti di lavoro, di cui 45.000 in Ita­lia. Non so se ciò basti a giu­sti­fi­care Avve­nire. Con la stessa logica si potreb­bero pub­bli­ciz­zare la pro­sti­tu­zione, le atti­vità mafiose, la pro­du­zione dei far­maci abor­tivi: set­tori che danno lavoro a molte per­sone!
Pur­troppo, quella pub­bli­cità mi è sem­brata emble­ma­tica di una Chiesa che fa sem­pre più fatica a par­lare di pace, a edu­care alla pace, a pren­dere le distanze dalla guerra e dagli appa­rati mili­tari. Una Chiesa che ripe­tu­ta­mente accetta e bene­dice le cosid­dette “ope­ra­zioni di pace” anche quando si tratta di inter­venti armati miranti soprat­tutto a tute­lare inte­ressi stra­te­gici ed eco­no­mici dell’Occidente. Anche ulti­ma­mente, pur­troppo in occa­sione delle ese­quie di mili­tari ita­liani uccisi in Afgha­ni­stan, si assi­stite a riti e ome­lie in cui chi cele­bra non si limita all’annuncio della morte e risur­re­zione di Gesù e della spe­ranza cri­stiana nella vita eterna, ma scon­fina in con­cetti e toni da “reli­gione civile” con forme nean­che troppo impli­cite di avallo a inter­venti bel­lici sbri­ga­ti­va­mente defi­niti di tutela della pace, chia­mando senza esi­ta­zione “ope­ra­tori di pace” i mili­tari coin­volti. Credo che sia il caso di fer­marci a riflet­tere sul signi­fi­cato che sem­pre più chia­ra­mente assu­mono le mis­sioni mili­tari all’estero del nostro paese, a comin­ciare dall’Afghanistan: ope­ra­zioni di cui è sem­pre più arduo defi­nire la plau­si­bi­lità, l’obiettivo, la durata. Per di più, con la fine di fatto (se non di diritto) dell’esercito di leva, gli ope­ra­tori della difesa sono per­sone che scel­gono libe­ra­mente una pro­fes­sione ad alto rischio, con rela­tivi alti com­pensi. La Patria, la ban­diera, gli ideali hanno lo stesso valore sim­bo­lico per tutti i mili­tari che scel­gono que­sto “mestiere”? Che dif­fe­renza c’è, nella sostanza, rispetto ad altri lavori peri­co­losi e ad altre morti sul lavoro? E quali sono i “ritorni” di natura poli­tica e anche eco­no­mica di que­ste ope­ra­zioni?
Pur in pre­senza di legit­timi dubbi sull’ambiguità del con­cetto di “difesa”, sono in atto forme di pro­pa­ganda tra i gio­vani del ser­vi­zio mili­tare, in par­ti­co­lare gli sta­ges nei diversi corpi delle forze armate di ragazzi e ragazze, con il rila­scio di cre­diti for­ma­tivi. In con­tem­po­ra­nea, il ser­vi­zio civile si avvia alla scom­parsa per i con­ti­nui tagli appor­tati dal governo a quel che soprav­vive dell’esperienza; con il col­pe­vole oblio del signi­fi­cato che ha avuto per molti dei nostri gio­vani, in ter­mini di edu­ca­zione alla pace e alla soli­da­rietà.
Uno dei pochi set­tori sta­tali (l’unico?) su cui non si è abbat­tuta la scure di Tre­monti è la difesa, o meglio il riarmo, dal momento che il mini­stro Igna­zio La Russa si pre­para a fir­mare il con­tratto per la for­ni­tura di ben 131 aerei da guerra, ono­rando così un impe­gno assunto 12 anni fa dal governo pre­sie­duto da Mas­simo D’Alema. Costo finale sti­mato: oltre 15 miliardi di euro. Gli aerei in que­stione sono del tipo Joint Strike F 35, cac­cia­bom­bar­diere mono­po­sto molto sofi­sti­cato. Una ricerca dell’Archivio disarmo lo defi­ni­sce “dotato di grande forza distrut­tiva e in grado di tra­spor­tare armi nucleari”. La recente legge di sta­bi­lità (l’ex finan­zia­ria) ha stan­ziato i primi 471 milioni, la cifra ini­ziale che con­sente all’Italia di par­te­ci­pare alla pro­get­ta­zione e costru­zione del nuovo aereo da guerra (per fare un raf­fronto, alle poli­ti­che fami­liari sono stati asse­gnati 47 milioni). Ma que­sta è solo una voce del nutrito pro­gramma appro­vato, con l’astensione del PD, dalla Com­mis­sione difesa del Senato: 10 eli­cot­teri, siluri per som­mer­gi­bili, arma­menti da attacco da mon­tare sugli eli­cot­teri, mezzi navali, mor­tai e altro, per una cifra totale che si aggira sui 700 milioni da spen­dere da qui al 2018. All’aumento della stru­men­ta­zione mili­tare si accom­pa­gna la pro­get­ta­zione di inse­dia­menti e strut­ture logi­sti­che a sup­porto dell’utilizzo dei mezzi mili­tari. Pro­prio a Pisa, la mia città, l’aeroporto mili­tare sarà ampliato per diven­tare un hub, vale a dire una strut­tura di smi­sta­mento del traf­fico aereo e di tutto ciò che dovrà essere inviato all’estero per ope­ra­zioni mili­tari con­cer­tate in rela­zione alle alleanze stra­te­gi­che inter­na­zio­nali. Que­ste forme di espan­sione dell’attività mili­tare avven­gono con poche e incom­plete infor­ma­zioni ai cit­ta­dini, men­tre è pres­so­ché scom­parso il con­trollo par­la­men­tare sulla pro­du­zione e la ven­dita di armi. Le ammi­ni­stra­zione locali, indi­pen­den­te­mente dal colore poli­tico, vedono di buon occhio atti­vità che forse por­te­ranno un po’ di lavoro e di denaro al ter­ri­to­rio.
Fer­mia­moci un poco a riflet­tere, chie­dia­moci se le stra­te­gie in atto da parte dell’occidente, Ita­lia com­presa, siano il mezzo più adatto a difen­dere la pace, com­bat­tere il ter­ro­ri­smo, avviare pro­cessi verso la demo­cra­zia. È sotto i nostri occhi il fal­li­mento di inter­venti come quelli in Agha­ni­stan e in Iraq. Pro­prio in quest’ultimo paese il Papa ha lamen­tato, nel recente mes­sag­gio per la gior­nata della pace, il dif­fon­dersi della vio­lenza con­tro i cri­stiani: non è uno degli effetti della guerra “con­tro il male”?
All’accresciuta mili­ta­riz­za­zione della poli­tica estera, cor­ri­sponde il quasi totale sman­tel­la­mento, da parte dell’Italia, della coo­pe­ra­zione allo svi­luppo ridotta a stan­zia­menti irri­sori, fram­men­tari, emer­gen­ziali, peral­tro causa di note­voli dif­fi­coltà per le ONG e il volon­ta­riato inter­na­zio­nale; una delle prin­ci­pali voci di spesa è per il respin­gi­mento degli immi­grati. Ciò atte­sta l’indifferenza delle isti­tu­zioni, e anche di larga parte della società civile e dei mass-media, verso la povertà pla­ne­ta­ria, la fame, la dispe­ra­zione dei popoli più poveri soprat­tutto nel con­ti­nente afri­cano. In pochi anni è quasi scom­parsa la sen­si­bi­lità matu­rata in occa­sione del Giu­bi­leo del 2000 per la remis­sione del debito estero dei paesi più poveri.
A que­sto punto mi chiedo se la Chiesa ita­liana non possa e non debba mani­fe­stare pre­oc­cu­pa­zione, pren­dere la parola con­tro le pro­spet­tive di riarmo e l’assenza di poli­ti­che di coo­pe­ra­zione inter­na­zio­nale, rilan­ciare l’educazione alla pace soprat­tutto delle nuove gene­ra­zioni. Fatico a capire per­ché que­sta atten­zione non debba essere altret­tanto forte delle ripe­tute prese di posi­zione con­tro l’aborto e l’eutanasia, a difesa della sacra­lità della vita e del suo valore invio­la­bile.
Affin­ché que­sto avvenga, oso lan­ciare dalle colonne di Set­ti­mana una pro­po­sta: che la CEI, nella pros­sima assem­blea gene­rale, metta all’ordine del giorno il tema della pace e la respon­sa­bi­lità rispetto ad essa di chi ci governa, pren­dendo una posi­zione chiara, pre­cisa, evan­ge­lica con­tro l’aumento delle spese mili­tari e in par­ti­co­lare con­tro l’adozione da parte delle forze armate ita­liane di stru­menti tipi­ca­mente offen­sivi. Ogni cre­dente, ogni bat­tez­zato – preti, laici, reli­giosi, reli­giose – che ha a cuore la pace come dono di Dio affi­dato all’umanità, ogni cit­ta­dino cri­stiano che crede in Gesù Cri­sto “che è la nostra pace” e vuole rispet­tare la Costi­tu­zione che “ripu­dia la guerra” si fac­cia por­ta­tore della richie­sta al pro­prio Vescovo.
Non è tempo per afflig­gersi o recri­mi­nare, per ras­se­gnarsi o arrab­biarsi: con umiltà, rispetto e fidu­ciosa spe­ranza mani­fe­stiamo ai nostri pastori il desi­de­rio di pace affin­ché, se lo cre­de­ranno oppor­tuno, diano voce, forza e rico­no­sci­mento a una pas­sione che è nel cuore di tanta parte del popolo di Dio
don Anto­nio Cec­coni
par­roco di Calci e della Val­gra­ziosa (Pisa)
18 gen­naio 2011

E una mail di Giorgio:

Sono d'accordo con quanto dice don Antonio,ma la vicenda di Finmeccanica ci tocca tutti in quanto è un'azienda di cui lo stato tramite il ministero del tesoro detiene il 30%.
All'ora dobbiamo chiederci come cittadini e come cattolici è possibile accettare che il nostro stato abbia un'azienda che produce armi.
Si sono fatte battaglie contro le banche armate cioè banche che finanziano aziende che producono armi e oggi abbiano e viviamo uno stato che in prima persona incamera i dividendi di una partecipata che produce sistemi distruttivi.
Sarebbe cosa giusta che almeno il ministero venda questa partecipazione e si tolga da questa situazione ingombrante.
Ma i cattolici che stanno in parlamento di che si occupano ???? La quota Finmeccanica forse vale qualche finanziaria e lo stato con le risorse ottenute lavori per promuovere azioni di pace.
Cordialmente
giorgio 

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