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mercoledì 2 febbraio 2011

FENOMENOLOGIA DELLA LEGA NORD


Tutti ne parlano, ma pochi hanno il coraggio di metterla in discussione. È il perno politico delle alleanze parlamentari italiane e lo spauracchio dei politici nostrani, tutti intenti a corteggiarla e a vezzeggiarla. Senza la Lega non si governa. Ma cos’è veramente la Lega?
A questa domanda intende rispondere SVASTICA VERDE. Il lato oscuro del Va’ pensiero leghista, di Walter Peruzzi e Gianluca Paciucci, pubblicato in questi giorni dagli Editori Riuniti.
Si tratta di una minuziosa e ruvida antologia del meglio del peggio leghista: notizie inedite, fatti poco noti, testimonianze d’eccezione, l’eversione, la xenofobia, il razzismo; ma anche la corruzione, i rapporti inconfessabili con le banche, le spartizioni di poltrone, i crac finanziari.
Un libro che sbugiarda il modo con cui troppo spesso si “abbellisce” e si presenta all’opinione pubblica il fenomeno Lega: una vera e propria casta del settentrione, un gruppo di potere forse anche peggiore di quello romano, un partito che aspira a imporre un nuovo totalitarismo contando anche, come altri totalitarismi, sulle “indulgenze” delle forze democratiche e sulle simpatie del Vaticano. Ne pubblichiamo l'introduzione.


Introduzione


Insieme alla Lega è cresciuta in questi anni la “letteratura sull’argomento”: il dibattito si è arricchito di analisi e saggi, spesso pregevoli, sulle origini del movimento leghista, la sua storia e le sue “svolte”, i fattori di disagio o di crisi che ha sfruttato per affermarsi. Gli esponenti leghisti inoltre, che fino ai primi anni Novanta erano stati piuttosto snobbati da stampa e TV, sono diventati ospiti fissi di molte trasmissioni televisive assai ben disposte verso la Lega e che quindi la “abbelliscono”: vengono accreditati come “radicamento” e attenzione ai problemi del territorio la furbesca capacità di cavalcare le paure e vellicare gli istinti per impossessarsi del potere e arraffare tutte le poltrone disponibili; vengono elogiati gli amministratori leghisti per la “concretezza” nonostante qualche espressione o comportamento ruvido contrabbandato come sano spirito “popolare”; vengono declassati a innocue e scusabili sparate folcloristiche un linguaggio da trivio, gesti teppistici e comportamenti violenti, che apparentano le camicie verdi “padane” alle camicie brune, ai cappucci bianchi del Ku Klux Klan o ad altre camicie verdi di estrema destra forti fra le due guerre, come le “Croci frecciate” ungheresi e la “Guardia di ferro” rumena.
Inoltre, mentre ad alcuni rappresentanti politici di altri movimenti o partiti viene applicata una censura immediata e bipartisan, a Bossi e ai suoi viene lasciata piena libertà di parola o, meglio, di insulto: essere politicamente scorretti è vizio in chi fischia o contesta il potere, mentre è virtù nel Senatùr o in qualcuno della sua banda.


Lo strumento più semplice e più diretto per confutare il quadretto idilliaco cui si riduce, secondo troppi, la Lega Nord, ci è parso non l’ennesimo saggio ma un’antologia, cioè “la Lega raccontata dalla Lega”, attraverso una raccolta sistematica e ampia, anche se necessariamente incompleta, di opinioni e dichiarazioni dei dirigenti leghisti, articoli de “La Padania”, proposte legislative, iniziative nazionali e locali desunte dalla nuda cronaca o, qualche volta, riflessioni e ricostruzioni giornalistiche particolarmente efficaci. Il materiale raccolto si ferma ai primi giorni del dicembre 2010.
Il risultato ci pare eloquente. Il quadro complessivo smentisce tutte le tranquillizzanti rappresentazioni del leghismo come di un movimento pacifico mosso dall’onesto desiderio di garantire ai cittadini legalità, sicurezza, decentramento, federalismo, snellimento della macchina burocratica. E fa invece emergere i lineamenti inconfondibili e brutali di un movimento eversivo, razzista, tendenzialmente totalitario con l’unico obiettivo della conquista e della gestione dispotica del potere, compreso il consistente tasso di accaparramenti, privilegi e corruzione che ciò normalmente si porta dietro. La Lega mira a una doppia occupazione: quella dell'immaginario, mediante una apparentemente forte produzione simbolica, per ora vincente anche a causa del venir meno delle altre grandi narrazioni; e quella del territorio, mediante una lenta penetrazione per via elettorale, o per le vie traverse di alleanze e intese con poteri forti, lobby, centri di potere politico, economico e bancario.


Il carattere eversivo del movimento leghista è scritto nel suo nome stesso che suona ancora oggi “Lega Nord per l’indipendenza della Padania”. Un obiettivo riconfermato da Bossi appena qualche mese fa, nel settembre 2010, a Pontida. Il sovvertimento dell’ordine costituzionale, secondo cui la Repubblica è “una e indivisibile” (art. 5), resta lo scopo di un movimento i cui massimi esponenti (Bossi, Calderoli e Maroni) hanno giurato, anzi spergiurato, come ministri, sulla Costituzione. Uno dei tre – reclutatore nel 1996 della Guardia padana e per molto tempo indagato insieme agli altri per banda armata – è lo stesso Ministro degli Interni, che dovrebbe garantire la legalità e la sicurezza dello Stato …
Al secessionismo, proclamato in nome della Padania e dei padani, cioè di una nazione e di una “razza” inesistenti, si accompagna un conclamato razzismo contro chi non è padano, dai romani, ai meridionali agli immigrati ai “diversi”, disabili o gay. Tutti “fuori dalla Padania”. O meglio dentro quando e per quanto servano come mano d’opera da sfruttare in nero; poi espunti dalle graduatorie se insegnanti o magistrati meridionali, come la Lega sogna; ancora peggio se rom o migranti: espulsi, “sgomberati”, esclusi dal diritto alla scuola, alla casa o alla salute, oppure respinti in mare, negando loro diritto all’asilo e mandandoli a sicura morte in un Paese come la Libia, che non rispetta i diritti umani (negati del resto anche in Italia ai migranti rinchiusi in zone di non diritto come i CIE).


Si tratta di un razzismo su base etnica, come il nazismo della razza “ariana”, accompagnato da un sessismo analogo a quello del loro amico Berlusconi, che si serve delle battute o delle immagini più logore e dei più biechi luoghi comuni per ribadire l'assoluta supremazia del maschio bianco. Tale razzismo si riflette in un’idea proprietaria del territorio (“Padroni a casa nostra”) e del potere, in base a cui chi ha la maggioranza dispone delle istituzioni come di cosa propria marchiando, ad esempio, la scuola pubblica, le strade e i ponti, con i simboli di partito sul modello dei regimi totalitari. Svastica verde, appunto, da Adro a Buguggiate, da San Martino di Lupari a Castronno...


Che l’unico obiettivo del ceto politico leghista sia il potere, tanto odiato quanto invidiato, conteso a Roma ladrona solo per rimpiazzarla, è documentato anche dall’opportunismo senza princìpi che portò la Lega prima ad agitare in Parlamento il cappio chiedendo l’intervento della magistratura contro i corrotti o a invocare i rigori della legge contro “il mafioso di Arcore”; poi a solidarizzare con lui e a votare tutte le leggi ad personam necessarie per tenerlo fuori dalla galera insieme ai suoi parlamentari e sodali, indagati per mafia. E’ la stessa disinvoltura di cui la Lega dà prova servendosi strumentalmente della religione a fini di potere, passando dai matrimoni celtici o dal culto pagano del Dio Po alla campagna in favore del crocifisso e del presepio; dall’intesa con monsignor Fisichella e le solitamente compiacenti gerarchie vaticane in “difesa della vita” e contro la pillola RU486, agli insulti contro l’imam Tettamanzi troppo “accogliente” verso i musulmani. Doppia morale, in uno stile a metà strada tra le furbizie ingenue di una maschera popolare (quella bergamasca di Gioppino nata in funzione antinapoleonica, come ricorda la saggista francese Lynda Dematteo) e il più puro berlusconismo (di chi si sente sopra la Legge e intoccabile perché investito di alte missioni); e doppio linguaggio, giustizialista all'opposizione, autogiustificativo al potere: lampante il caso delle campagne a suo tempo condotte dalla Lega contro l’uso delle auto blu o per la soppressione delle provincie, oggi utilizzate e difese, le une e le altre, dai politici leghisti.


Naturalmente non sono mancati nel corso dei decenni manifestazioni di dissenso, con l’espulsione o l’uscita dal movimento di esponenti anche significativi, ora contrari alle svolte “moderate” (come i primi e più radicali dirigenti “autonomisti”), ora alle accelerazioni secessioniste (l’ex-presidente della Camera Irene Pivetti o l’ex-sindaco di Milano Mario Formentini), ora contrari, come l’ex-parlamentare ed ex-assessore alla sanità della Regione Lombardia Alessandro Cè, alla deriva affaristica e “poltronista”. Un dissenso sulla linea del partito è stato espresso l’ottobre scorso anche dal vice-sindaco di Abbiategrasso Flavio Lovati, che ha criticato una politica sull’immigrazione ridotta a parlare “alla pancia”, ha definito “fascista” la marchiatura della scuola di Adro e ha denunciato una Lega appiattita sul berlusconismo e sempre più “romana”. Ma né fuoriuscite né manifestazioni di dissenso (duramente represse come quelle di Lovati, subito rimosso dal suo incarico) sono valse finora a cambiare un partito secessionista, anticostituzionale, razzista, affamato di potere e di poltrone, illegale ed eversivo, sotto processo da 14 anni per banda armata, che si è autoassolto cancellando tale reato mentre inventava quello di immigrazione clandestina.
La Lega, tuttavia, non sarebbe arrivata a tanto, a prendere col 10% dei voti il 90% delle decisioni di governo, a infettare le istituzioni, a diffondere il razzismo dal nord al sud del Paese trasformandolo in senso comune, se non fosse stata legittimata e coccolata a turno da destra e da sinistra perché, come dice Bossi, “porta voti”; e se non avesse avuto spropositato spazio in talk-show “democratici” perché, usando la cifra linguistica e argomentativa del rutto, alza l’audience. E’ anche responsabilità di politici, conduttori televisivi, giornalisti, intellettuali democratici o di sinistra se, intollerabilmente, siedono nel Parlamento e nel governo gli esponenti di un partito che viola i principi della nostra Costituzione minacciando la secessione e incitando all’odio razziale.
L’augurio è che anche queste pagine aiutino a far comprendere meglio cos’è la la Lega e perché rappresenta, al pari degli altri partiti di estrema destra in ascesa in Europa, razzisti e violenti, una minaccia mortale per la convivenza civile.






Gli Autori


Walter Peruzzi, nato a Verona nel 1937, già ordinario di storia e filosofia nei licei, pubblicista, vive a Milano. Ha collaborato a varie riviste (“Adesso”, "Riforma della scuola") di cui alcune da lui dirette ("Bollettino Centro d'Informazione", 1961-67; "Lavoro Politico" 1967-69; "Marx 101" 1990-95; il mensile "Guerre&Pace", dal 1993). Ha pubblicato ricerche sociologiche e sull’immigrazione e numerosi saggi.


Gianluca Paciucci è nato a Rieti nel 1960. Laureato in Lettere, è insegnante nelle Scuole medie superiori dal 1985. Come operatore culturale ha lavorato e lavora tra Rieti, Nizza e Ventimiglia; in questa città è stato presidente del Circolo “Pier Paolo Pasolini” dal 1996 al 2001. Dal 2002 al 2006 ha svolto la funzione di Lettore con incarichi extra-accademici presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Sarajevo, e presso l’Ambasciata d’Italia in Bosnia Erzegovina, come Responsabile dell'Ufficio culturale. In questa veste è stato tra i creatori degli Incontri internazionali di Poesia di Sarajevo. Ha pubblicato tre raccolte di versi, Fonte fosca (Rieti, 1990), Omissioni (Banja Luka, 2004), e Erose forze d'eros (Roma, 2009); suoi testi sono usciti nell’ “Almanacco Odradek”. Dal 1998 è redattore del periodico “Guerre&Pace”. Collabora con le case editrici Infinito, Multimedia e con la "Casa della Poesia".










Venerdì 4 febbraio alle ore 18,30


Svastica verde


sarà presentato


presso la libreria Rinascita di via Savoia 30, a Roma.


Interverranno gli autori e la sociologa Annamaria Rivera.






Dal blog Vento Largo (vedi a lato) http://cedocsv.blogspot.com/
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