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martedì 22 febbraio 2011

RIVOLUZIONI E NONVIOLENZA

Riporto alcune mail sulle rivoluzioni in atto nei paesi arabi…

Mi scrive Giuliano Pontara, da Stoccolma:
Quanto alle rivolte non-violente in Medio oriente: ritengo ( con Gandhi)  che a livello  di massa non si possa plausbilmente sperare molto di più: ma quello che succede non è poco.
Un abbraccio
Giuliano
*
Ciao, Enrico

Cautela sul carattere genuinamente nonviolento delle rivoluzioni arabe
Sei anni fa, stimolato da osservazioni attente, pubblicavo questo articolo (allegato e in calce) che metteva in guardia dal valutare come "nonviolente" certe rivoluzioni "rosa".
    Oggi, senza affatto sminuirne il valore, il coraggio, le prospettive, bisogna dire lo stesso delle rivoluzioni arabe.
    Forse, si può dare atto giustamente, per lo più, che si tratta di rivoluzioni "non-violente", cioè "senza-uso-di-violenza": in altre parole si tratterebbe di "nonviolenza pragmatica", o "tattica", ma non di "nonviolenza di principio", o "strategica".
    Quando le armi non si hanno, o non conviene usarle perché fanno un disastro maggiore, si usano mezzi "non-violenti", ma la genuina "nonviolenza" è la ben diversa scelta di non usare la violenza quando sarebbe possibile e potrebbe dare speranza di efficacia.  Le ragioni della genuina nonviolenza sono quelle della più alta qualità umana, non quelle della rapida efficacia.
    Obama, l'11 febbraio, riguardo all'Egitto, ha mandato un messaggio (che io ho diffuso molto) bello e giusto, forse anche troppo entusiasta. L'idealismo ci deve orientare, ma i singoli passi e valutazioni devono essere saggi e prudenti.
    Ora ci sono voci di influenze del "metodo Sharp" nelle vicende del Medio Oriente. Potrebbe essere che una politica di influenza mondiale, cambi strumenti di controllo: non più dittatori divenuti impresentabili, ma democrazie manipolate, influenzate.
    Non giudichiamo, ma vigiliamo.
    Enrico Peyretti, Torino

Mezzi e fini     
Nonviolenza violenta ?
(pubblicato su il foglio n. 319, febbraio 2005, www.ilfoglio.info)

Tutto serve. Tanti anni fa, in Spagna, lessi su un muro «Los guerrilleros de Cristo Rey, somos la ley». Gesù guerrigliero, di estrema destra. A quando Gandhi alfiere dell’impero? Nella pubblicità, come Gesù, è già stato ripetutamente usato. Anche i suoi metodi possono servire a tutto, secondo l’articolo Nell’ombra delle “rivoluzioni spontanee”, di Régis Genté e Laurent Rouy, su Le Monde Diplomatique (gennaio 2005, p. 6). Nel ’99 in Jugoslavia, falliti i bombardamenti della Nato, si organizzano, e si finanziano bene, potenti manifestazioni popolari nonviolente e Milosevic (il quale se lo merita pure) cade. Serbia, Georgia, Ucraina: funziona! Il metodo è quello delle grandi rivoluzioni nonviolente dell’89 nell’Europa orientale. Certo, non è solo manipolazione, c’è una vera insorgenza popolare contro autoritarismi e dittature. Ma il metodo serve a qualunque scopo.

Aggiustare le elezioni
Dove un potere deve un po' aggiustare le elezioni per legittimarsi - ma questo non è successo, almeno nel 2000, anche negli Usa, modello di democrazia da esportazione forzata? - si infiltrano – secondo gli autori dell’articolo - organizzazioni e fondazioni americane. Una, il National Democratic Institute, è presieduta da Madeleine Albright, quella che disse che le vittime della guerra del Golfo «valevano la pena». Un’altra, Freedom House, è diretta da James Woolsey, ex capo della Cia, già attivo in Serbia nel 2000. Vanno in aiuto a parti interne che «volevano far crollare il regime più che avere libere elezioni», come dice Gia Jorjolani, del Centro per gli studi sociali di Tbilisi, Georgia.
I media e i movimenti studenteschi (Otpor, Resistenza, in Jugoslavia) vi hanno grande parte. Seminari di “formazione per formatori” sono tenuti anche a Washington (9 marzo 2004), pare con la presenza di Gene Sharp, teorico della lotta nonviolenta e autore di un classico manuale in tre volumi, Politica dell’azione nonviolenta (edizioni Ega, Torino), molto usato anche dai nonviolenti italiani.
Quelle rivoluzioni nonviolente in Serbia e Georgia, a detta degli stessi politici che hanno preso il potere, sono state sostenute da forze contrarie ai precedenti regimi. Nelle recenti elezioni contestate e ripetute, sotto pressione popolare, in Ucraina, hanno avuto parte evidente la Polonia e l’Unione Europea. Personaggi ivi emergenti fanno parte della nomenklatura arricchitasi con le privatizzazioni. Non sempre ci guadagna la democrazia: un anno dopo la “rivoluzione delle rose” in Georgia, una militante per i diritti umani, Tinatin Khidasheli, scrive «La rivoluzione delle rose è appassita» (International Herald Tribune, Parigi, 8 dicembre 2004).
La politica estera americana, dunque, si servirebbe oggi non solo della guerra, ma anche di questi movimenti, non veramente spontanei, anche se attecchiscono grazie ai difetti, e a volte i crimini, dei regimi contestati. Pare che, oltre l’area ex-sovietica, punti ora ad applicare il metodo a Cuba, mentre nel Medio Oriente le possibilità sono scarse, anche per l’odio che gli Usa si sono guadagnati.

Democrazia metodo e fine
Che dire, da parte di chi crede nella nonviolenza come metodo giusto per fini giusti? Anzitutto, proprio questo: non solo i mezzi devono non essere violenti, ma anche i fini. La Germania nazista e l’antisemitismo fascista, cominciarono la persecuzione degli ebrei, diretta allo sterminio, col boicottaggio economico, che in sé è un tipico mezzo nonviolento contro le economie ingiuste. Usare mezzi giusti per fini ingiusti è tanto ingiusto quanto usare mezzi ingiusti per fini giusti. La nonviolenza gandhiana è una speranza per l’umanità spinta sull’orlo della distruzione totale dalla ideologia della violenza: manipolarla per fini di dominio, uguali a quelli che si cercano con la guerra e la violenza, è falsificare un valore umano. La nonviolenza non è solo una tecnica utile, ma la cultura del rispetto dell’umanità in ogni persona e popolo. Come insieme di tecniche può servire al dominio incruento e sottile, ma non meno ingiusto. Come cultura e spiritualità non può farsi strumentalizzare dall’ingiustizia del dominio. Perciò, la ricerca della nonviolenza non può essere semplice attivismo, ma educazione morale profonda. Su di ciò i nonviolenti devono vigilare e approfondire il loro lavoro. Si sono già viste anche da noi forze politiche sbandierare Gandhi e poi rendersi utili ai potenti e persino alla guerra.
Certo, puntare al potere con la demagogia incruenta è qualcosa di meglio che con una guerra o un golpe sanguinario,  mezzi usati senza scrupoli da chi ora si serve della nonviolenza, ma mai da Gandhi, da Luther King, da Badshah Khan. Così, la democrazia, ovviamente, è meglio della dittatura. Ma essa è vera se e quando le persone si educano a decidere secondo giustizia, e non soltanto perché si contano le teste invece di tagliarle. Non c’è vera democrazia là dove le teste decidono liberamente di tagliarne altre, o di opprimerle, o tacitarle. La democrazia che elegge Hitler è falsa democrazia, forma senza sostanza. Non c’è vera democrazia dove il principio di maggioranza instaura una dittatura della maggioranza, come sta accadendo in Italia. La democrazia è un metodo, ma soprattutto un fine: farci tutti più rispettosi della comune umanità. Perciò la nonviolenza dei mezzi e dei fini è l’aggiunta e il completamento della democrazia.
Enrico Peyretti (22 gennaio 2005)
Sull’articolo di Le Monde diplomatique ho sentito il parere di Jean-Marie Muller, che mi risponde: «Io sarei forse meno reticente di te nel salutare l’azione nonviolenta degli ucraini. Ma hai ragione nel chiamare alla vigilanza per essere sicuri che i mezzi giusti della nonviolenza siano messi al servizio di un fine giusto» (e. p.)


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