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mercoledì 12 gennaio 2011

Appartenenze

E’ importante interrogare le nostre religioni, filosofie, culture e società circa il significato che danno all’appartenenza. La fratellanza che rimanda al cuore e l’uguaglianza che si appoggia sulla legge hanno bisogno entrambe di un ineludibile lavoro critico dell’intelligenza: si tratta di valutare i nostri postulati, le nostre credenze, la nostra idea di verità e di essere umano, più specificamente la nostra personale filosofia, quella della nostra nazione o della nostra società. Questa attitudine consapevole e critica è la condizione sine qua non per non chiudersi nelle nostre appartenenze, che ci porterebbe a negare o a relativizzare fortemente la nostra primaria appartenenza all’umanità. Un insegnamento morale derivante da una religione, spiritualità, o filosofia che ci portasse a trascurare la comune umanità degli uomini, a negare la dignità di alcuni o a stabilire delle distinzioni e una gerarchia ontologica tra gli esseri umani, tale insegnamento, affermiamo, deve essere attentamente esaminato, perché genera effetti gravi e pericolosi.
Molti fattori possono spiegare la nascita di tali insegnamenti nelle religioni, tradizioni spirituali o scuole filosofiche. A volte è il fondamento stesso di una tradizione che può essere problematico come nella teoria delle caste: la critica di Gandhi, di cui abbiamo parlato in precedenza, riguarda essenzialmente il fatto che egli non poteva immaginare un insegnamento che stabilisse delle gerarchie definitive fra gli esseri umani e giustificasse delle discriminazioni di fatto. In nome di un’idea più alta di uomo, mette in dubbio un insegnamento specifico dell’induismo classico o ortodosso. Più spesso, tuttavia, sono delle interpretazioni semplicistiche e dogmatiche dei testi fondatori che conducono ad approcci esclusivisti, chiusi o inquisitori. Capita che la mentalità chiusa di alcuni sapienti, specifici tratti culturali, o anche determinate circostanze storiche – una posizione di potere o, al contrario, un’esperienza di oppressione o di rigetto – provochino la comparsa di interpretazioni o teorie che circoscrivono gli orizzonti dell’appartenenza alla propria comunità religiosa, alla supposta supremazia della propria ideologia o ad un nazionalismo cieco. L’idea stessa di comunità umana viene quindi messa in discussione o negata. Un lavoro critico è necessario e si deve sempre rinnovare, perché nessuna religione, spiritualità, filosofia umana o politica è immune da interpretazioni chiuse, da una cattiva gestione del potere e dalla strumentalizzazione dei sentimenti di vittimismo (così come da una proiezione distorta dell’esterno).
Dobbiamo, in ogni momento, come studiosi, teologi, filosofi e intellettuali fare lo sforzo di ritrovare l’essenza dell’insegnamento umano e umanistico nel cuore di ogni religione, filosofia o tradizione. Questo è quello che rabbini e pensatori ebrei hanno fatto per spiegare il significato più profondo del concetto di “popolo eletto”: si tratta, secondo loro, di un’elezione spirituale che va tradotta nel senso di una maggiore responsabilità nella trasmissione dei valori morali all’umanità. L’elezione non è allora un privilegio arbitrario ed esclusivo di alcuni, ma un’esigenza di esemplarietà e di servizio verso l’umanità intera.
Troviamo questo stesso approccio nella tradizione cristiana, nell’analisi dei teologi che propongono una lettura più ampia e aperta dell’idea di elezione e redenzione che (secondo la lettura classica n.d.t.) sarebbe possibile solo attraverso la mediazione di Gesù e cioè della Chiesa, secondo la famosa frase: “Fuori dalla Chiesa non c’è salvezza!“). Alcuni studiosi musulmani hanno fatto lo stesso lavoro di esegesi riguardo al versetto coranico “Voi siete la migliore comunità che sia stata suscitata tra gli uomini…”, spiegando che si tratta di un’elezione subordinata al fatto di promuovere il bene, essere modelli e testimoni ed assumere con coerenza le esigenze etiche nei confronti di tutti gli uomini. Queste interpretazioni cercano di riconnettersi con gli insegnamenti fondamentali e la retta razionalità, al di là di tentazioni dogmatiche ed esclusiviste. E’ questa un’esigenza della fede, del cuore e dell’intelletto: in nome della nostra appartenenza primaria all’umanità, è necessario non negare mai la pari e comune dignità di ogni essere umano.
Ma il processo non si può fermare qui, ognuno è chiamato a fare uno sforzo su se stesso per passare dall’universo rassicurante della propria comunità (religiosa, spirituale, filosofica, sociale o politica), con le sue certezze, le sue regole e le sue comunioni intellettuali e / o emotive, per andare incontro alla comune umanità degli altri, nel cuore stesso della sua diversità. Le nostre tradizioni religiose e filosofiche possono sicuramente, in teoria, invitarci a riconoscere il principio dell’umanità comune a tutti gli uomini, tuttavia ciò non basta per viverlo nella vita quotidiana, e ancor meno per sperimentare la fraternità umana. Il processo è realmente complesso, esigente, a volte inquietante, e richiede una disposizione intellettuale e molta volontà.
Si tratta di accedere, sul piano umano, a ciò che gli psicologi contemporanei hanno chiamato empatia che è prima un atteggiamento dell’intelligenza. Tutto inizia con un lavoro sul proprio sguardo: è necessario esercitarsi a prendere una distanza intellettuale nei confronti di se stessi e dell’altro per cercare di capire ciò che egli è, il suo pensiero, le sue reazioni emotive ed affettive da là dove si trova, e senza giudizi anticipati. Più ampiamente di quanto le moderne teorie psicologiche affermano, non si tratta solo di accedere al “sentire” gli altri attraverso una empatia strettamente intellettuale e “cognitiva” (il che è comprensibile nel contesto della funzione dello psicologo ), ma di riconoscere nell’altro un alter ego, uno specchio, e di trovare il modo di capire da dove egli pensa, come si costruisce il suo universo di riferimento, la sua coerenza, cogliere i suoi amori e le sue speranze. Cercare di mettersi al posto dell’altro, implica che si abbia riconosciuto all’altro un posto: non è poca cosa e, in fondo, questo è l’inizio del processo di riconoscimento, incontro e possibile fraternità.
E ‘interessante notare – e non è un caso – che gli psicologi umanistici come Abraham Maslow e Carl Rogers, da una classificazione dei bisogni comuni (dalla fame all’autostima e fino realizzazione di sé), abbiano individuato le tappe nell’incontro con l’altro: riconoscimento speculare delle rispettive umanità, verbalizzazione – per sé e per gli altri – ciò che dice l’altro, per arrivare infine, nell’approccio di Rogers, al “calore”, l’accoglienza positiva dell’ altro (com’è). Se questo esercizio è codificato e impone regole obbligatorie per lo psicologo, nei limiti della sua funzione (in particolare per quanto riguarda il giudizio o l’impegno affettivo), non è la stessa cosa per gli esseri umani nella loro vita quotidiana. Essi appartengono naturalmente a mondi di riferimento specifici (ad una spiritualità, una religione, una filosofia, una nazione, un partito o un altro) ed è proprio questo esercizio, che richiede empatia con l’umanità dell’essere altrui al di là delle singole appartenenze, che può loro permettere di non rinchiudersi nelle proprie certezze e nei propri giudizi.
Siamo agli antipodi dell’individualismo e / o alla sufficienza dovuta alla pigrizia o all’ignoranza: si tratta di esercitare su se stessi uno sforzo per uscire da se stessi, per incontrare l’altro e decentrarsi, allo scopo di accedere ad una comprensione intellettuale intima e rispettosa. Imparare ad osservare, ascoltare (nel senso primario di ascolto attivo) a trasferirsi per quanto possibile nell’essere dell’altro per cercare di capire, di sentire, di percepire. Il metodo dello psicologo professionista finisce là dove inizia l’impegno umano dell’individuo libero che, dall’empatia, non si proibisce la simpatia e anche l’affetto, e poi, profondamente, la fraternità. Senza pretendere di capire tutto, senza negare che a volte si possano generare interrogativi e giudizi critici, l’individuo entra in comunicazione con gli altri attraverso l’ascolto, la necessaria umiltà di chi ha lasciato il suo ego, il rispetto di coloro che cercano di imparare e, soprattutto, la fiducia di colui che accoglie ed è accolto. Una fratellanza di essere, una fraternità di destino.
Troviamo la dimensione di empatia e di questo andare al di là di se stessi nella fratellanza umana, negli insegnamenti fondamentali delle spiritualità e delle religioni. Nel Buddhismo mahâyâna (Grande Veicolo), l’aspirazione a raggiungere l’illuminazione (bodhicitta) e la libertà dalla sofferenza passa attraverso la pratica dei quattro incommensurabili che sono la benevolenza (Maitri), la compassione (Karuna) la simpatia (Mudita) e il distacco (upeksa). La sofferenza è il destino comune a ciascuno all’interno di ogni ciclo, la compassione non esprime qui una relazione di potere o di condiscendenza (nei confronti di una potenziale vittima, dipendente e in situazione di bisogno), ma piuttosto il senso di condivisione, della comunanza del destino e l’aspirazione comune a liberarsi, nell’amore e nel distacco, dalle catene dell’ eterno ritorno: la compassione d’altra parte comincia proprio con se stessi. Riconosciamo qui l’essenza dell’empatia e dei principi della psicologia umanistica e transpersonale contemporanea iscritti nel cuore di una spiritualità di cui il principio è la sofferenza universale e la necessità della liberazione attraverso l’Illuminazione.
Ciò che conta, in definitiva, è il desiderio di uscire da se stessi e riconoscere nell’altro la sua umanità e le aspirazioni comuni prima delle sue scelte particolari. Questo rapporto umano e questa disposizione morale davanti agli altri è la via della fraternità che troviamo nelle religioni monoteistiche: il senso del progetto messianico, dell’elezione spirituale e del servizio nella tradizione ebraica e il Midrash veicolano, come ricordato da David Sears o dal rabbino Jonathan Sacks, la stessa idea. È il concetto cristiano di amore (e non di “compassione”, che si riferisce chiaramente all’ordine della carità) che meglio di ogni altro traduce l’esperienza di empatia umana. Il versetto coranico comanda e raccomanda, nel senso del nostro discorso, di aprirsi all’altro nella sua somiglianza e nelle sue differenze: “Allah non vi proibisce di essere buoni e giusti nei confronti di coloro che non vi hanno combattuto per la vostra religione e che non vi hanno scacciato dalle vostre case, poiché Allah ama coloro che si comportano con equità.” Si tratta di stabilire prima di tutto un rapporto di cuore e di affetto (al-birr), che permetterà – come se si trattasse di una condizione implicita – un rapporto vero e profondo di giustizia (al-qist). Più specificamente, si tratta di un’ “equità” che associa la disposizione fiduciosa e ragionevole del cuore con l’applicazione giusta ed equa della legge.
Tariq Ramadan

Estratto da “L’Altro in Noi”, capitolo 6
Traduzione di Patrizia Khadija Dal Monte

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