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lunedì 17 gennaio 2011

LA COSTITUENTE FIAT

Lo so che il referendum (vero esempio di democrazia autoritaria) c'è già stato. ma le sue conseguenze si sentiranno per lungo tempo; e non solo a mirafiori...

Il manifesto 12 gennaio

Marco Revelli
In città si stanno moltiplicando i negozi con la vistosa insegna
gialla «Compro oro». Erano pressoché sconosciuti fino a un paio di anni
fa, ora crescono come funghi: appena un paio in centro, gli altri -
decine - nelle ex barriere operaie, Borgo San Paolo, Barriera di
Milano, Mirafiori sud... Acquistano tutto, anche le protesi dentarie.
D'altra parte Torino ha fatto segnare nel 2010 il non invidiabile
primato nella crescita dei pignoramenti di alloggi, con un +54,8% nei
primi dieci mesi dell'anno rispetto al già duro 2009. E si calcola -
sono dati impressionanti - che un 35-40% dei lavoratori metalmeccanici
torinesi abbia fatto ricorso, nell'ultimo biennio, alla cessione del
quinto dello stipendio, per pagare le rate in sospeso, o semplicemente
per arrivare alla fine del mese.
È su questa Torino, su questo tessuto sociale allo stremo, che ha
calato la scure del suo Diktat Sergio Marchionne, dall'alto del suo
ponte di comando globale e dei suoi quattro milioni e mezzo di euro di
stipendio annuo, quattrocentotrentacinque piani più sopra rispetto al
reddito annuo di ognuno di quegli uomini e quelle donne che a Mirafiori
- nel luogo in cui sono inchiodati per la vita o per la morte -
dovranno domani votare se «arrendersi o perire». Più di novemila volte
più in alto - una distanza stellare - se si considera anche il valore
delle stock options accumulate, valutabili con un calcolo minimale
intorno ai 100 milioni... Come faccia uno come Eugenio Scalfari a
scrivere che non si tratta di ricatto ma di semplice «alternativa» è
difficile da capire. Ma ancor più difficile da capire - loro non vivono
come lui in un mondo rarefatto di letture e poteri - è come facciano a
negarlo i sindacalisti che quell'accordo hanno siglato. E che non
possono ignorare l'asimmetria abissale, il divario incolmabile che
separa e distanzia le due parti contraenti segnando, appunto, la
differenza tra un ricatto (a cui il destinatario non può sottrarsi
senza rinunciare a una parte essenziale di sé), e un'alternativa, in
cui in qualche modo la scelta è libera.
Ora è proprio in questo divario, in questa asimmetria assoluta che
nella chiacchiera superficiale, politica e giornalistica, viene
solitamente invocata per sostenere la necessità di accettare l'Accordo,
la natura scandalosa dell'evento. Il fattore che rende
quell'accettazione inaccettabile. E che sottrae la vicenda Fiat alla
dimensione specifica di una «normale» vertenza sindacale per farne una
questione etica e politica di rilevanza generale: un evento di natura
«costituente». Perché quando in una società si crea un dislivello
simile, quando le distanze tra parti sociali essenziali crescono a tal
punto da costringerne una al silenzio e all'umiliazione, vengono meno
le condizioni stesse di una normale vita democratica. Quando il
principio di Uguaglianza viene a tal punto trasgredito, anche termini
come Libertà e Giustizia perdono di significato, per assumere il volto
tetro dell'arbitrio del più forte e dell'uso vessatorio delle regole.
Basta, d'altra parte, leggere le 78 cartelle in A4 della bozza di
Accordo, diligentemente siglate pagina per pagina dalle parti
contraenti, per rendersi conto della sproporzione tra le forze.
Ognuna di esse trasuda, letteralmente, «asimmetria». A cominciare
dalla «Clausola di responsabilità» che fa da preambolo, senza neppure
uno straccio di accenno agli impegni assunti dall'Azienda per la
realizzazione del «piano per il rilancio produttivo dello stabilimento
di Mirafiori Plant», e invece minuziosamente precisa (direi minacciosa)
nel sottolineare gli obblighi degli altri, con quelle due righe sul
«carattere integrato dell'Accordo» per cui la trasgressione (collettiva
o anche individuale) di uno solo degli impegni assunti costituirebbe
un'infrazione grave, tale da fare decadere tutti i diritti acquisiti
dalle organizzazioni sindacali contraenti... Per non parlare della
procedura scelta dalla Fiat Group Automobiles per sfilarsi dall'accordo
del '93 e dai vincoli del contratto nazionale dei metalmeccanici - per
«far fuori» la Fiom! - con l'espediente della newco, in clamorosa
violazione del dettato del nostro codice civile (art. 2112) in materia
di «Mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento
d'azienda» ... Come se, appunto, l'onnipotenza aziendale potesse
prevalere su ogni normativa pubblica, nella stessa misura in cui le
regole stipulate a livello d'impresa devono servire a null'altro che a
sancire la volontà di potenza del vincitore.
Oppure si consideri il primo punto della «Regolamentazione per la
Joint Venture», sull'Orario di lavoro. Dice che la proprietà potrà
scegliere tra un ampio ventaglio di opzioni - «schemi» li chiamano -
con una sorta di menu à la carte nel quale vengono ricombinate le vite
dei lavoratori: 15 turni (8 ore su tre turni, mattino, pomeriggio e
notte, per cinque giorni la settimana); oppure 18 turni (8 ore su tre
turni per sei giorni la settimana, quindi compreso il sabato); oppure,
ancora, in via sperimentale, 12 turni (ognuno di 10 ore giornaliere,
due turni al giorno per sei giorni la settimana). Nei casi in cui
l'orario settimanale superi le 40 ore, è previsto un recupero
giornaliero la settimana successiva, ma esso è puramente teorico dal
momento che l'Accordo prevede anche 120 ore di straordinario
obbligatorio (aumentabili fino a 200), a disposizione dell'azienda che
le potrà utilizzare per saturare in periodi di picco nella produzione
anche i periodi di riposo infrasettimanale. Le pause, a loro volta,
saranno ridotte da 40 a 30 minuti, tre per turno, in ognuna delle quali
il lavoratore dovrà scegliere se andare in bagno, sedersi un attimo per
prendere fiato o tentare di addentare uno sneck (dal momento che la
pausa mensa potrà essere spostata a fine turno e lavorare otto ore in
piedi senza soste e senza mettere nulla in corpo non è sopportabile).
In compenso la riduzione delle pause sarà compensata con un
controvalore di 32 euro al mese, circa un euro al giorno (più o meno
quanto si dà a un lavavetri al semaforo).
Dentro questa griglia ci sono le vite di alcune migliaia di uomini e
di donne. Ci sono centinaia e centinaia di famiglie, con la loro
organizzazione spaziale e temporale, con la loro rete di relazioni, con
le loro concrete esistenze. Ci sono, appunto, delle «persone»: c'è il
loro «tempo di vita», divenuto una sostanza spalmabile a piacere
dall'impresa sulle proprie catene di montaggio, tra i pori del proprio
«tempo di saturazione» (quello che divide l'ora in 100.000 unità di
tempo micronizzato, secondo i dettami della nuova «metrica del
lavoro»), a seconda di ciò che comanderà, momento per momento, il
mercato. E dobbiamo chiederci, a questo punto, quale concezione del
mondo stia dietro a questa visione. Quale idea di uomo (di «persona
umana») e di società ispiri un tale progetto. E se l'argomento
«definitivo» - quello con cui si taglia ogni discorso, si mette a
tacere ogni obiezione - della «globalizzazione» e dei suoi impersonali
dogmi sia sufficiente a giustificare una tale macelleria sociale ed
esistenziale.
Ecco perché la «sfida» lanciata da Marchionne non è una «questione
privata». Non può cioè essere limitata al rapporto tra la Fiat e il
«suoi» operai (e non dovrebbe essere affidata solo al voto «con la
pistola puntata alla tempia», di quegli operai che non devono essere
abbandonati a se stessi), ma riguarda tutti noi, in quanto cittadini.
Riguarda l'orizzonte in cui ci troveremo a vivere nei prossimi anni.
Non è uno strappo contingente alle regole. È uno tzunami, che scardina
le basi stesse del sistema di relazioni industriali e, più in generale,
del nostro ordine sociale e produttivo. L'hanno sottolineato i più
autorevoli osservatori non vincolati da obblighi di carattere servile,
da Carlo Galli (in un lucidissimo articolo su Repubblica) a Ulrich
Beck, uno che di «società globale» se ne intende. Farebbero bene ad
accorgersene anche i nostri «re tentenna» del partito democratico
(quanto filisteismo c'è nel Fassino che dice «se fossi un operaio
voterei sì»), e quanti pretendono di esercitare funzioni di
rappresentanza.
Se dovessimo accreditare l'idea della globalizzazione che da quel
«fatto compiuto» si manifesta - se dovessimo davvero attribuire a quel
sistema impersonale di vincoli carattere d'inderogabilità e alle sue
ricadute sui territori natura di nuova «costituzione materiale» -
allora dovremmo rivedere tutti i nostri concetti portanti: di
cittadinanza, di democrazia, di legittimazione e di diritto. Così come
se dovessimo ritenere inaggirabile quell'ukase - se ai lavoratori non
dovesse più rimanere altra alternativa che quella tra la perdita del
posto o l'accettazione di una condizione esplicitamente servile del
proprio lavoro, se il lavoro conservato dovesse rivelarsi
irrimediabilmente incompatibile con diritti e dignità -, allora non ci
resterebbe davvero che organizzare un esodo di massa, fuori dalle mura
dentate delle fabbriche, lontano dallo stato di «salariato». Oltre,
davvero oltre, la modernità che abbiamo conosciuto e che non era fatta
di asservimento e subalternità (come vorrebbero i nostri
«modernizzatori» tardivi), ma di conflitto e di diritti faticosamente
contesi.
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