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domenica 21 novembre 2010



Populismo Autoritario

Presentando un saggio in cui ho cercato di offrire una definizione storica della lunga crisi della democrazia repubblicana che stiamo vivendo dagli anni settanta del Novecento, sento il bisogno di spiegare le ragioni per cui ho dedicato alcuni anni a cercare di analizzare e spiegare, con gli strumenti del mio lavoro di storico, il fenomeno berlusconiano. Vorrei dire ai lettori che sono partito dall'obbiettivo di rispondere alla domanda che tanti italiani dovrebbero porsi dopo la terza vittoria elettorale di Silvio Berlusconi e la quasi completa estinzione della sinistra: come è potuto accadere che più del trenta per cento degli italiani ha votato, ancora nell'aprile 2008, per la destra berlusconiana e quest'ultima, grazie all'alleanza con Alleanza Nazionale e la Lega Nord, ha conquistato per la terza volta,dopo il 1994 e il 2001, il governo del paese?
E' un interrogativo a cui cercano di rispondere con ansia e preoccupazione (come ho potuto verificare nei viaggi all'estero compiuti negli ultimi mesi, parlando del mio ultimo libro) francesi, tedeschi, inglesi ma anche americani e abitanti di molti altri paesi non solo occidentali. Non si tratta da parte mia, dunque, né di una sorta di speciale accanimento personale contro un avversario politico né della "demonizzazione" del capo del governo attuale, come amano dire quei giornalisti o studiosi che lo amano ma non lo confessano neppure a sé stessi (è il caso di nomi assai noti come Angelo Panebianco o Ernesto Galli della Loggia, o ancora Piero Ostellino, che scrivono, tutti, sul quotidiano più diffuso in Italia).
Nella vita da storico e professore di Storia Contemporanea nelle università italiane, mi sono occupato di argomenti molto diversi: dal fascismo all'antifascismo (e in particolare di un personaggio straordinario come Carlo Rosselli, fondatore del movimento di Giustizia e Libertà e successivamente, con il suo pensiero all'origine con il suo pensiero dell'effimero Partito di Azione); dai terrorismi alle mafie; dalla biografia di Alberto e Giovanni Pirelli alla stampa, ai mezzi di comunicazione e alle case editrici. E, ancora, molti altri argomenti come la nascita della repubblica e le sue vicende politiche e culturali. Ma mi è parso necessario, in questo periodo, fermarmi a riflettere su quello che è avvenuto negli ultimi quarant'anni nel paese che amo, in cui vivo e del quale condivido le difficoltà economiche, politiche e culturali.
Le spiegazioni che ho sentito dare, da frequenti e diversi interlocutori, assai vicini a me, sulla vittoria del leader populista non mi sembrano tuttora convincenti. Non credo che Berlusconi sarà presidente del Consiglio fino al 2013 (se gli italiani glielo permetteranno) soltanto perché è padrone di tre canali televisivi e della maggior parte della pubblicità non solo televisiva, oltre a influenzare altri canali televisivi pubblici e molte tra le maggiori testate giornalistiche. Queste sono armi importanti di cui dispone ma non bastano a spiegare il suo enorme successo politico. Credo, al contrario, che abbia vinto più volte le elezioni perché si è alleato quasi quarant'anni fa (negli anni settanta) con due grandi istituzioni non dello Stato ma della società italiana come il Vaticano e gli imprenditori associati come quelli singoli, soprattutto i piccoli e medi titolari delle imprese economiche. Ma soprattutto perché ha conquistato, in tutti questi anni, una sorta di egemonia culturale che la sinistra ha perduto (o, involontariamente, gli ha lasciato): l'egemonia che nasce dalla concezione della vita diffusa da tempo tra le grandi masse popolari, dopo che la Chiesa si è secolarizzata e si sono affermati anche in Italia i valori del Paese dominante in Occidente, gli Stati Uniti di America. Tra questi valori, il denaro come potere essenziale, la felicità individuale come obbiettivo di fondo, l'assenza di uno Stato regolatore, la fine della fede in qualsiasi ideologia progressiva e di mutamento sociale.
E, nello stesso tempo, il disprezzo totale per i principi costituzionali, la conoscenza e l'istruzione come bene diffuso per gli italiani e base del futuro per le nuove generazioni. Su questi valori, in una piccola parte positivi ma in gran parte assai negativi, Berlusconi ha costruito il suo partito - in un primo tempo aziendale, oggi esteso in tutto il territorio grazie agli affari e al diffuso clientelismo - e si è affermato come capo carismatico di un movimento populista, per molti aspetti a sfondo autoritario. Oggi L'Italia è piena di populismi di ogni genere e di ogni tendenza (basti pensare, per esempio, alla Lega Nord per avere l'immagine di un populismo tendenzialmente secessionista dell'Italia unita). Ma quello che si richiama a Berlusconi parte da una mancanza totale di fiducia nello Stato come nei partiti politici, dal rigetto della Costituzione repubblicana che pure gli europei ancora ci invidiano, della difesa di una illegalità diffusa che parte dal vertice e si estende ad ogni livello, di una concezione della vita egoistica e privatistica che nulla ha a che fare con la democrazia moderna.
Esagero in queste pessimistiche affermazioni?
Non mi pare, se solo si osserva con attenzione (come a me è capitato per un'antica passione) la politica di questi trenta, quaranta anni e si leggono quei giornali che non sono controllati da vicino dall'attuale governo o i libri importanti, e qui citati, di alcuni studiosi seri e da stimare molto per tutto quello che hanno fatto. La domanda iniziale viene allora di nuovo in superficie. Come è possibile che la maggioranza, pur relativa, degli italiani (poco più del 30%) nelle ultime elezioni ha votato direttamente per Berlusconi, decida per la terza volta di ridare il potere al Cavaliere, con i suoi alleati, dopo il breve governo del 1994 e quello durato un'intera legislatura nel quinquennio 2001-2006? E come è possibile che i suoi avversari non riescano a formare una coalizione di forze in grado di batterlo? Per dare una risposta convincente bisogna guardare, sostengono in molti, anche ai suoi avversari di centro-sinistra o della sinistra radicale. Questo è ormai sicuro. Il crollo del mondo comunista avvenuto all'inizio degli anni novanta che è stato per molti decenni in Italia un'ideologia e un sogno di futuro che ha attratto milioni di italiani, ha certamente influito a favore di Berlusconi. Diciamo anche che tra i suoi avversari ci sono tanti, forse troppi politici di professione. La concezione della politica attiva come passione e bisogno di servizio alla comunità ma anche un fatto temporaneo per cui ci si mette a disposizione degli altri e poi si lascia per tornare al proprio specifico lavoro, non ha mai avuto successo a sinistra, anche perché una volta l'obbiettivo di fondo era quello della rivoluzione per cambiare il mondo e la rivoluzione non si poteva dividere con un'esistenza normale. Anche quando l'obbiettivo rivoluzionario è stato lasciato da parte (e questo è avvenuto ormai agli inizi del secondo dopoguerra) nella sinistra è rimasta la "politica come professione", secondo il pensiero di Max Weber agli inizi del Novecento, e questo ha prodotto la nascita e la crescita di una burocrazia politica che ha molti difetti, particolarmente forti in Italia.
Nel centro-sinistra questa concezione è rimasta egemone anche se a volte, soprattutto nel mondo cattolico, si è parlato di politica come servizio piuttosto che come professione, senza peraltro che questo significasse qualcosa di diverso o di altro rispetto a quel che si è detto (tranne in qualche rara eccezione). In Italia, la sinistra radicale si è (potremmo dire) quasi suicidata con le sue contraddizioni: da una parte, la tendenza a far parte, di molti governi anche moderati di centro-sinistra; dall'altra il continuare a parlare di rivoluzione o di obbiettivi che alle masse apparivano come del tutto utopici e irrealizzabili per un tempo infinito.
A me che faccio politica da sempre, per una forte passione personale che è nata negli anni della mia adolescenza nell'Italia meridionale degli anni cinquanta del Novecento, in Basilicata e Campania, è capitato negli anni settanta, ottanta e novanta di essere apostrofato più volte in Piemonte, dove ho vissuto per un abbondante trentennio, da un dirigente di partito della sinistra con frasi di questo genere: "Ti rendi conto che la tua candidatura al Comune o in Parlamento è debole perché sei competente ma non sei ricattabile? Possibile che non capisci che sei troppo preparato, conosci troppo i problemi di cui parliamo, quindi non sei controllabile in nessun modo dai tuoi dirigenti?". E tutti abbiamo visto come alcuni esponenti del centro-sinistra avessero scheletri nell'armadio, sul piano politico o personale, che li hanno resi effettivamente ricattabili e, perciò controllabili dalla burocrazia politica di cui ho parlato. Una volta arrivato in parlamento mi è stato di fatto impedito di far parte della Commissione Antimafia, cioè di occuparmi di un problema che conoscevo più di gran parte dei miei colleghi. Ma la mia esperienza in quegli anni si è anche arricchita di un'altra significativa contraddizione. Quel partito che volle mandarmi in parlamento decise a un certo punto di cooptarmi nell'organismo di vertice, la segreteria politica, e mi investì della responsabilità di un settore fondamentale l'informazione. Ma, appena tentai di riempire di contenuto quella responsabilità intervenendo sui periodici del partito, mi venne chiaramente notificato che di essi si occupavano altre persone e che la mia competenza non riguardava quelle testate (che erano peraltro le uniche esistenti).
Gli stessi problemi hanno accompagnato la mia collaborazione ai quotidiani e ai settimanali del nostro Paese: a destra soprattutto, ma anche a sinistra, il fatto che io sia autonomo e non controllabile (né tanto meno ricattabile) in più occasioni, soprattutto nell'ultimo ventennio, mi ha ostacolato in maniera notevole a dimostrazione di un appiattimento costante ed eccessivo dei mezzi di comunicazione sulla classe politica nazionale, soprattutto di governo. Questa situazione si è deteriorata in maniera ancora più grave con l'avvento al potere di un capo di governo che controlla gran parte della stampa in circolazione. Tutto questo mi ha fatto capire insomma, che la meritocrazia non si è neppure avvicinata al mondo politico, al Sud come al Nord e al Centro. Le forze del centro-sinistra hanno quasi sempre selezionato nel modo peggiore la propria classe dirigente, hanno mostrato difetti e tendenze simili a quelle dei loro avversari e, per giunta, hanno concentrato la propria lotta quotidiana molto più al proprio interno per emergere e acquistare potere personale che nello scontro inevitabile con l'avversario. Un simile comportamento, con una distanza sempre maggiore dalle masse popolari, ha provocato sempre maggiori insuccessi elettorali fino alla sconfitta, per molti versi, epocale del 14 aprile 2008. Ma, nello stesso tempo, questa difficoltà di delineare una chiara strategia si è avvertita anche nei mesi scorsi nel troppo lungo congresso del Partito democratico, che alla fine ha consacrato Pier Luigi Bersani come segretario nella speranza (condivisa da un largo popolo di base e da chi scrive) di dare inizio a un cammino più limpido e spedito. C'è da sperare, se vogliamo uscire dal populismo autoritario e mandare finalmente a casa Berlusconi, che la nuova leadership del Partito democratico sia aperta e pluralista e sia disposta a lavorare con tutte le altre forze di opposizione per poter vincere le prossime elezioni.
Il problema, tuttavia, non è di tattica ma di strategia. E' necessario ormai elaborare, e comunicare agli italiani, una visione culturale e politica (ma anche economica) complessiva dell'Italia e della vita contemporanea che conquisti i cuori e i cervelli dei nostri conterranei e li spinga a battersi contro il regime populistico che la destra di governo vuole instaurare e ha già, in gran parte, instaurato. E' inoltre necessario che la sinistra sappia governare con onestà e competenza per ricostruire un Paese che sta precipitando in un baratro di contraddizioni e di regressioni pericolose. Forse in Italia sta peraltro nascendo, con la leadership di Gianfranco Fini, una destra moderna e democratica che è diversa da quella berlusconiana e che potrebbe un giorno costituire una seria alternativa alla sinistra riformista che si è formata negli ultimi anni. Una destra che sia disposta a battersi, insieme con il centro-sinistra, per la costituzione repubblicana, per la legalità, per l'eguaglianza effettiva dei cittadini, per l'estensione e l'applicazione di pieni diritti civili non solo agli italiani ma a tutti quelli che vengono a vivere nel nostro paese e ne osservano le leggi. Su questo piano l'intesa tra destra e sinistra potrebbe diventare, alla fine, possibile almeno su alcune riforme e allo scontro, costante e distruttivo, potrebbe sostituirsi una conflittualità normale, una dialettica democratica che su molti aspetti, potrebbe persino dare vita all'incontro e a qualche collaborazione. Sempre che, dall'una all'altra parte, si realizzi, nella politica a tutti i livelli, quella coerenza di fondo tra le parole e i fatti, le affermazioni e i comportamenti che in Italia assai spesso è mancata. Questa prefazione ha l'obiettivo più limitato di un augurio ai lettori e di un viatico per una lettura che riguarda gli ultimi trent'anni (cruciali) trent'anni della nostra storia. Un trentennio che appare complesso e quasi inspiegabile per chi arriva dall'estero ma anche per i giovani e per tutti quelli che sono lontani dalla politica quotidiana.
C'è un altro aspetto significativo che vorrei sottolineare: Gianfranco Fini ha pubblicato, nelle ultime settimane, una sorta di manifesto della sua politica nella forma di una Lettera ai giovani nati nel 1989 e vale dunque la pena confrontare le sue idee con quelle che ho sempre professato. Su due aspetti che ritengo assai importanti trovo nel saggio di Fini idee che mi sembrano radicalmente diverse da quelle professate dalla destra berlusconiana e che vorrei sottolineare. Il primo aspetto riguarda il confronto, storicamente assai difficile, tra il comunismo e il fascismo e nazismo, indicati come i nemici della libertà nel XX secolo. A pagina 53 Fini scrive: "Alla base del comunismo, sia come ideologia sia come prassi politica, c'è la degenerazione della pulsione verso l'utopia,che diventa rivoluzione e poi sterminio dei "nemici oggettivi" della "sublime causa del proletariato". Alla base del nazismo c'è invece la degenerazione del concetto di identità etnica, che diventa nazionalismo, poi razzismo e poi ancora genocidio. Come tali, utopia da una parte e identità dall'altra, sono sempre soggette a degenerazione." La distinzione (non sto qui a parlarne in maniera analitica perché su quel piano si richiederebbero ulteriori precisazioni) è alla base accettabile e, da parte dell'uomo politico che vuol rappresentare una destra nuova, manifesta l'abbandono della difesa dei regimi autoritari di destra che hanno dominato il ventesimo secolo e il tentativo di indicarne i gravi errori. Il secondo aspetto attiene a quello che Fini definisce come il "patto di cittadinanza" che ha portato lui e gli esponenti del suo movimento, ancora inglobato nel PDL, a proporre un progetto di legge che renderebbe più facile e praticabile la conquista della cittadinanza italiana agli immigrati che sono nati in Italia, vi risiedono o hanno studiato, nel nostro paese. Una simile piattaforma politica e culturale delinea una destra moderna e democratica con la quale si può discutere e dialogare, a differenza di quel che accade con gli esponenti del populismo autoritario. Vorrei sottolineare, sempre per i miei lettori, un ultimo punto.
Pensando a questo saggio avevo proposto all'inizio un contratto editoriale a Laterza, uno dei miei abituali editori, ma costui, pur dopo aver firmato il contratto, ha letto il mio testo e ha deciso di rinunciare alla pubblicazione del libro, senza comunicarmi ragioni convincenti del rifiuto. Ma, insistendo, sul fatto che non era d'accordo con le tesi esposte nel mio saggio. Come se l'editore dovesse preoccuparsi della conformità delle tesi storiche o teoriche dell'autore con quelle dell'editore!
Se così fosse, sarei autorizzato a pensare che quando Laterza ha pubblicato negli anni scorsi libri di un saggista di destra come Marcello Veneziani lo abbia fatto perché era d'accordo con le tesi che Veneziani esponeva. Temo, allora, che l'editore si sia comportato così di fronte all'intimidazione costante che il capo del governo sta esercitando anche con gli editori che dipendono, in parte o del tutto, dai rapporti con le banche e con organizzazioni vicine a lui o alla sua parte. Anche perché non è la prima volta che Laterza ha deciso di non pubblicare un mio libro per ragioni, diciamo pure, di prudenza. Ricordo che nel 2001 proposi di scrivere per quell'editore un libro sul processo Andreotti a Palermo ma, anche in quella occasione, la casa editrice rispose inspiegabilemte di no. Così pubblicai il libro con l'editore Garzanti, peraltro con un ottimo risultato editoriale.
Ho proposto il libro ad Alessandro Dalai, l'editore milanese con cui ho ripubblicato, negli ultimi anni, alcuni tra i miei libri che giudico particolarmente importanti come Un passato scomodo su fascismo e postfascismo (2006) e Ma esiste un quarto potere in Italia? sulla stampa e il potere politico in Italia (2005). Di questo interesse genuino per il mio lavoro di storico sono particolarmente grato ad Alessandro Dalai.
Nicola Tranfaglia
Roma, dicembre 2009
su segnalazione dell'amico Giovanni Falcetta, tratto dal blog http://www.nicolatranfaglia.com/blog/2010/08/10/populismo-autoritario?commented=1#c000282
 
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