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lunedì 7 marzo 2011

DOVE SONO I PACIFISTI?

Pubblico alcune mail sulle dichiarazioni di Veltroni...

L’appello di Veltroni a manifestare contro le stragi di Gheddafi ha una ragione e un torto.
Quando la politica abituale non sa più come limitare una violenza bellica che le sfugge di mano, invoca i pacifisti: «Dove sono i pacifisti?». Come se essi fossero la ruota di scorta di culture e di partiti che pensano, preparano, finanziano e usano la guerra come parte inseparabile dalla politica, e poi, quando il sangue è troppo, danno la colpa non alla propria politica, ma a chi non ha fatto abbastanza per fermarli. Non sarà, magari, che voi non avete ascoltato e capito per tempo?
Chi ha venduto armi in grande abbondanza (tra tanti altri dittatori) a Gheddafi? Solamente il governo del suo compare Berlusconi?
Chi, già nel congresso del Pci del 1986, fece orecchio da mercante all’appello di fare della pace, del ripudio delle strutture di guerra, la punta politica di quel partito?
Chi, da sinistra. irrise, negli anni ’90, agli obiettori di coscienza alle spese militari, con leali trattenute fiscali pagate care, perché erano solo poche migliaia?
Chi non ebbe occhi per vedere e mente per capire la resistenza nonviolenta guidata da Ibrahim Rugova al dominio serbo e alla riduzione dei diritti della popolazione albanese del Kossovo, e si accorse del problema soltanto quando servì per fare la "guerra umanitaria", che aumentò le vittime? Fu questa tutta l’intelligenza delle politiche correnti, di destra ma anche di sinistra, nella quale ci fu, in Italia, chi disse che «per dimostrare di saper governare bisogna anche dimostrare di saper fare la guerra».
I movimenti per la pace c’erano, la cultura della nonviolenza attiva e positiva c’era, studiava, educava, pubblicava, parlava, agiva, ma i politici, attaccati al vecchio realismo, la relegavano nei cieli dell’utopia. Anche davanti alle guerre di secessione e di pulizia etnica in Jugoslavia, il cui inizio fu permesso e utilizzato dalle politiche statali europee e persino ben visto dal Vaticano, quando fuoco e sangue furono troppi, si miagolava: «Dove sono i pacifisti?». I pacifisti – per meglio dire, i nonviolenti - c’erano, andarono (più numerosi dei volontari nella guerra di Spagna) a testimoniare e riconciliare, a servire le popolazioni sotto tiro, e diversi di loro ci persero la vita.
La cultura nonviolenta ha elaborato e proposto linee concrete alternative a tutte le nuove guerre, cieco alimento al terrorismo, nel ventennio a cavallo dei due millenni. Ma anche governi e partiti democratici le giustificarono e vi collaborarono, e continuano a sostenere la guerra afghana.
Tuttavia, i metodi nonviolenti di difesa e affermazione dei diritti si sono diffusi negli stessi decenni, e hanno dimostrato di essere più efficaci e meno costosi delle rivoluzioni e resistenze violente. L’esperienza promossa da Gandhi è conosciuta e seguita più oggi che nel Novecento, anche in queste rivoluzioni arabe, molto indicative delle potenzialità pacifiche e democratiche della cultura islamica, sebbene siano vicende ancora aperte. Non lo scontro di civiltà, ma il dialogo tra le culture è fermento di giustizia e libertà.
Il caso libico è particolarmente tragico per la durezza del regime di Gheddafi. Aiutare i rivoltosi con le armi? Dare soccorso umanitario internazionale? Accogliere i profughi? Adire al Tribunale penale internazionale?
Le politiche degli stati, coi tanti mezzi di cui dispongono, sono state prese di sorpresa e rivelano incertezze dovute anche ai precedenti compromessi con le dittature. I movimenti nonviolenti, coi loro pochi mezzi, hanno più chiaro il giudizio ma necessariamente più lenta la mobilitazione. La sollecitazione di Veltroni è giusta in sé, ma non è giusto giudicare inerte quella cultura che da sempre diffonde nei popoli la coscienza dei diritti umani insieme alla scelta della forza nonviolenta per affermarli: l’unità, la resistenza, il coraggio, la disobbedienza all’ingiustizia. È urgente che la cultura della pace nonviolenta prema nella politica interna e internazionale perché la forte solidarietà tra i popoli aiuti ciascuno di questi a liberarsi dall’ingiustizia coi mezzi della giustizia.
Enrico Peyretti, 7 marzo 2011
 Caro Tiziano,
non ho il piacere di conoscerti ma non condivido la tua razionale e realista (real politik) esposizione di punti. La storia potra' pure andare avanti anche per i libici? Possono giocarsi una speranza di cambiamento, a caro prezzo sulla loro pelle? Devono restare sotto la dittatura di uno spietato regime finto socialista, che disprezza tutti i diritti umani, che offende la dignità umana e l'intelligenza di noi donne italiane (e forse cristiane) a Roma, che rinchiude in lager i migranti di mezza africa (in buon accordo di amicizia con l'Italia di B.) e suoi connazionali e che ora li bombarda impunemente? Vengono prima i diritti umani e la vita dei libici o "la poca automomia energetica che ci rimane" come dici tu, che quasi Frattini mi pare piu' coraggioso? E' meglio l'Eni forse, eppoi a me che interessa quali saranno le multinazionali che vinceranno in Libia? Non credi che in ogni rivolta, in ogni parte del mondo e in ogni epoca, ci siano stati clan e gruppi di potere che hanno cercato di prendere il sopravvento? L'esito dipende in parte anche da noi, infatti condivido l'azione di Arci proposta in questi giorni. Ti rendi conto che il mondo, noi stessi uno ad uno, ora non puo' dire che non sapeva, che non poteva agire? Che sicuramente non agire non ci fara' sbagliare in positivo, ma l'omissione di intervento per la tutela dei diritti umani e della popolazione libica e' anche questa una grave scelta che ha effetti devastanti?
Sono una sciocca? No. Voglio credere al cambiamento perche' sono viva e sto con la vita.
Con tutte le contraddizioni della vita.
Stiamo assistendo in questi decenni ad un nuovo processo di internazionalizzazione dei diritti umani, che porta con se - sicuramente con modalita' ancora molto ambigue e pericolose - l'affermarsi del diritto di intervento della comunità internazionale negli affari interni degli stati quando sono in atto o si temono gravi e estese violazioni dei diritti umani. Cio' è un processo ineludibile, altrimenti i diritti umani resterebbero lettera morta, vuote parole nei trattati internazionali. Ma c'è bisogno di GOVERNANCE INTERNAZIONALE, in materia di diritti umani, di ambiente e cambiamenti climatici, di energia, di migrazioni, finanza. C'è bisogno di DEMOCRAZIA SOVRANAZIONALE DEI POPOLI DEL MONDO. C'è bisogno di realizzare la Carta dell'ONU nella parte che prevedeva che non dovessero esistere piu' gli ESERCITI STATUALI, che soldati (ben addestrati al rispetto dei diritti umani, aggiungo) e mezzi fossero destinati all'ONU e messi sotto un COMANDO INTERNAZIONALE, non multinazionale come è la NATO - con uno strapotere degli USA. C'è bisogno di partecipazione democratica all'interno dell'ONU, perchè gli stati non sono piu' adeguati e sufficienti a governare i cambiamenti e le sfide drammatiche che l'umanita' sta e deve affrontare.
Questo ha a che vedere anche con questi momenti tremendi che sta vivendo il popolo libico, perchè stiamo ancora parlando di NATO, quando ci dovrebbe essere una istituzione sovranazionale credibile e imparziale che interviene immediatamente per far rispettare la NO FLY ZONE sopra i cieli della Libia, per esempio. E se non c'è CHIEDIAMO SUBITO LA COSTITUZIONE DI UNA MISSIONE ONU PER LA DEMOCRAZIA IN LIBIA.
Non possiamo attendere sempre la prossima guerra, non possiamo neppure stare a guardare paralizzati o interessati economicamente al mantenimento dello status quo. Questo ordine ci portera' e ci sta portando TUTTI alla rovina
Annalisa Roveroni
Borgo Val di Taro, contadina nonviolenta

postilla mia
Dov'era Veltroni quando l'Italia bombardava la ex Jugoslavia??
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