Pagine

domenica 5 ottobre 2008

SE DIO E' UNA DONNA

Articolo tratto dal sito http://altrenotizie.org, su segnalazione di http://teologhe.org (sito del Coordinamento Teologhe Italiane)

SE DIO E’ UNA DONNA

Lunedì, 29 Settembre 2008 -

di Rosa Ana De Santis

Davanti a Dio come bambini davanti alla madre. Cosi Ratzinger cita Giovanni Paolo I nel ricordarne la vita, le opere e la morte. Nel ricordare il breve pontificato di Luciani, Ratzinger sfoggia la perla teologica. Lui che di tutte le correnti all’interno della Chiesa ne è stato il più rigido oppositore sin dai tempi in cui era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Una frase di rara bellezza e di tagliente avanguardia, se solo si abbandona la poesia e si entra negli spazi del pensiero che la sostiene. Quello che al nostro papa non interessa fare fino in fondo. L’importante è che rimanga la tenerezza di un verso dolce e poetico e che alcuno provi a indagarne le ragioni concettuali. E’ il 10 settembre del 1978 quando Papa Luciani dice “Dio è papà, più ancora è madre”. Riprendendo un passo delle Sacre Scritture - sia dell’Antico Testamento che del Vangelo - lancia questa luce di novità sul torpore teologico della vecchia curia. La reazione è di gelo e di imbarazzo. Dio è sempre stato per tutti il Padre. Il tema della maternità di Dio - forse perché alimenta nuovi principi nella dogmatica e, perché no, potrebbe avere delle ricadute serie nella logica dei poteri e delle posizioni gerarchiche - è stato sempre occultato o ancor peggio interpretato dai capi assoluti in una chiave che ne sminuisse la portata del contenuto filosofico e teologico. Non fu meno severo di Benedetto XVI lo stesso Wotijla, che tenne sempre a ribadire da un lato la trascendenza del divino rispetto alle due figure umane parentali, ma dall’altra a tornare sempre sull’identità paterna di dio. Accogliente e affettuoso come una madre, ma innanzitutto e soprattutto padre.Ratzinger respinge le conseguenze e la portata autentica del concetto di maternità di dio perché sa bene che dietro c’è la filosofia delle donne, anche di quelle che credono e che non possono non rinvenire nell’organizzazione della chiesa cattolica, come di tutte le chiese - vorremmo aggiungere, un sistema di spietato maschilismo, di feroce patriarcato che poggia le sua fondamenta prima ancora che nella storia e nella storia sacra, nella storia del pensiero (degli uomini), nell’immagine – ormai entrata nell’inconscio collettivo persino dei non credenti di un dio maschio. E’sempre Ratzinger a sostenere che perseguendo alcune nuove strade di speculazione su dio s’incontra il femminismo. Un modo di leggere realtà e metafisica che introduce verità che non sono quelle pure del cristianesimo che conosciamo. Quello, per parafrasare la furbizia papale, che è stato raccontato e vissuto dai soli uomini. E ancor peggio deciso nei dogmi e nelle credenze storiche dai soli maschi. Ma che le religioni siano l’arma estrema del potere degli uomini sulle donne è un dato antropologico chiaro. Un modo per blindarle nell’obbligo sociale della maternità, per sottometterle al creatore, per controllarne il sesso, per educarle al mito della Vergine.Così, tanto per cadere nella cronaca più spicciola, se in Vaticano il prete ordina e comanda, la suora allevia le sofferenze e accudisce. Se il prete ha potere politico, alla religiosa spettano le altezze della preghiera e della spiritualità. Cosi se il prete può toccare il corpo di Cristo, la suora può farlo solo su incarichi speciali perché non compete al suo ministero. Perché in fondo la storia dice che il Figlio di Dio nacque Uomo. Ma per non cadere in scandalose fallacie argomentative, il teologo Ratzinger sfugge all’ingenuità e ricorda che la trascendenza del divino è aldilà di ogni distinzione umana, è la sintesi dell’uomo e della donna e quindi delle due figure genitoriali. E’ spirito che non conosce connotazione umana, maschile o femminile che sia. Questo quando scrive di filosofia. Ma quando il pastore entra nel gregge per ammaestrarlo ha bisogno - chissà perché - di ribadire l’archeologia di repertorio e di fissare uno ad uno i criteri dogmatici del dio padre, denunciando nel rischio di chi vuole ribadire gli aspetti femminili del creatore una deriva poco ortodossa, oltre che inutile, dell’interpretazione della Scrittura. Si fatica a comprendere perché questa caduta di stile sia da addebitare alle sole immagini di dio madre. Forse perché il padre è radicato nella storia, nell’arte, forse perché funziona meglio a difendere privilegi e potere a vantaggio di chi combatte l’Islam, mettendo alle spose di Cristo lo stesso chador tanto contestato. La strada divina per garantire la sottomissione della donne.La teologia femminista nasce con "La Bibbia delle donne" di Elisabeth Cody Stanton, alla fine dell’Ottocento. L’auspicio è di restituire dio alle donne, studiare i testi sacri per epurarli da una verità metafisica che prescinda il più possibile dal linguaggio e dalle forme del patriarcato storico. Di scardinare ogni immagine leggendo la sostanza di Dio come “colei che è”, come alterità assoluta, come differenza estrema da tutto ciò che è umano. Chi meglio di una donna sa parlare il linguaggio della differenza assoluta? Chi sa indagare il valore dell’alterità estrema? Chi meglio di una madre sa accogliere e curare la creazione? Chi può, se non una donna, partorire la creazione?Difficile dire se la strada storica sia quella inglese che estende il sacerdozio alle donne. Difficile stabilire quanto volesse rivoluzionare l’immobilismo della Chiesa Papa Luciani. Troppo poco il tempo a sua disposizione. Ma non è difficile capire che la maternità di Dio è un concetto scomodo. Cosi tanto da sparire nelle sedi educative e catechetiche, e da diventare inutile nella altezze del pensiero li dove conviene ricordare che dio non è né madre né padre, ma è hegelianamente aldilà. Asessuato in cielo e maschio in terra. Madre dolce e accogliente solo in convento e in qualche vena poetica di garantito successo mediatico.
E’ cosi che la Chiesa nasconde le donne.
Posta un commento