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martedì 28 ottobre 2008

da Adistaonline, la fame e la borsa

Da Adista del 27 ottobre 2008 n. 76

PIÙ DELLA FAME POTÉ LA BORSA.
QUANDO LO STATO PADRONE VA IN SOCCORSO DEI BANCHIERI

DOC-2053. ROMA-ADISTA.

Di certo non è - ancora - la fine del capitalismo, ma l’attuale crisi finanziaria globale ha indubbiamente decretato la morte, per usare le parole del teologo brasiliano Frei Betto, del dogma dell’immacolata concezione del libero mercato come panacea di tutti i mali.
“Ve l’avevamo detto”, potrebbe dire con ogni ragione quel movimento altermondialista che in tutto il mondo, vertice dopo vertice, mobilitazione dopo mobilitazione, non ha mai smesso di denunciare, tra molte altre cose, l’insostenibilità di una crescita vorticosa dell’economia virtuale (l’accumulazione di capitali per via speculativa, attraverso transazioni monetarie e finanziarie estranee alla produzione di beni e servizi) a scapito dell’economia reale, quella fatta di aziende agricole, stabilimenti industriali, esercizi commerciali. Un processo - come evidenzia lo scrittore e analista uruguayano Raúl Zibechi, nel suo articolo Cómo no van a estar eufóricos! (pubblicato dall’agenzia Alai Amlatina il 14 ottobre) - che ha preso avvio all’inizio degli anni ’70, quando il capitale, insofferente delle limitazioni e dei controlli previsti dallo Stato sociale, operò il salto da capitale fisso, vincolato a beni di produzione, a capitale finanziario, speculativo, sottraendosi così a fastidiosi controlli. Con le conseguenze a tutti note: Zibechi cita l’esempio dell’Argentina, dove il 10% più ricco, che nel 1986, poco dopo la fine della dittatura, presentava un reddito 12 volte superiore a quello del 10% più povero, è arrivato ad avere un reddito 58 volte più alto nel picco della crisi neoliberista, tra il 2001 e il 2002, per assestarsi, negli ultimi 5 anni, su un reddito 36 volte maggiore rispetto a quello del 10% più povero, comunque tre volte tanto l’eredità lasciata dai militari genocidi. “Neppure le terribili dittature – commenta Zibechi – sono riuscite a impoverirci tanto quanto le ‘crisi’ fabbricate dal capitale finanziario”. E se la bolla speculativa è infine scoppiata, l’analista si dice convinto che il capitale finanziario “uscirà da questa crisi ancora più concentrato, e con maggiore potere per eludere o neutralizzare i controlli”.
Nel frattempo, è stato lo Stato, il diffamatissimo e disprezzatissimo “Stato padrone”, a dover precipitosamente intervenire, mostrando come quelle risorse che mancano da sempre per salvare i poveri spuntino miracolosamente quando si tratta di salvare le banche: 700 miliardi di dollari contemplati dal piano di salvataggio delle banche Usa, addirittura 1.800 miliardi di euro previsti dal maxi fondo europeo per entrare direttamente nel capitale degli istituti in crisi e per garantire i prestiti tra le banche fino alla fine del 2009. Banche che, ovviamente, ringraziano. E festeggiano. Appena scampata al fallimento grazie all’intervento pubblico, la direzione del gruppo finanziario belga Fortis – racconta il quotidiano brasiliano Valor Econômico del 13 ottobre – ha allestito un banchetto di 200mila dollari a Monte Carlo (un insulto, ha commentato il Partito Socialista del Belgio), mentre, una settimana dopo essere stata tratta in salvo dal Tesoro Usa, la direzione della compagnia di assicurazione Aig ha speso 370mila dollari per un fine settimana in un lussuoso albergo su una spiaggia della California. Del resto, l’intoccabilità dei direttori di banca è cosa risaputa: per fare solo un esempio, il presidente della Merrill Lynch, Stanley O’Neall, se ne è tornato a casa con 161 milioni di dollari di liquidazione dopo aver procurato alla banca d’investimento una perdita di 7,7 miliardi di dollari.
Che un intervento statale in soccorso dei banchieri quale si è registrato in Europa e negli Stati Uniti non sia la via giusta per la soluzione della crisi lo hanno evidenziato in maniera netta gli economisti riuniti a Caracas, dall'8 all'11 ottobre, nella Conferenza internazionale di economia politica sul tema “Risposte del Sud alla crisi economica mondiale”: secondo gli esperti, quello che rivela l'attuale crisi finanziaria non è altro che la necessità “ineludibile” della costruzione di una nuova architettura finanziaria, nel quadro di una prospettiva di superamento del capitalismo a cui in Venezuela è stato dato il nome di “Socialismo del XXI secolo”. Di fronte al collasso del sistema finanziario internazionale, gli Stati “devono adottare misure urgenti di regolazione finanziaria per proteggere il risparmio”, stabilendo meccanismi di lotta all'inflazione e controlli immediati sul cambio e i movimenti di capitale, e lavorare alla creazione di nuove istituzioni economiche multilaterali, dotate degli strumenti necessari per combattere l'anarchia della speculazione. In America Latina, un ruolo chiave potrebbe essere svolto dal nascente Banco del Sur, quale “fulcro della trasformazione della già esistente rete di banche di investimento latinoamericane orientate verso la ricostruzione degli apparati produttivi sulla base dei diritti umani fondamentali”. Se infatti le crisi hanno sempre “vincitori e vinti”, la scommessa dovrebbe essere quella di garantire “il benessere e i diritti dei nostri popoli, dell'insieme dei cittadini e delle cittadine, e non quella di soccorrere i banchieri responsabili della crisi come sta avvenendo in Europa e negli Stati Uniti”. Da qui l'invito a potenziare l'integrazione commerciale regionale “in modo equilibrato, rafforzando le capacità industriali, agricole, energetiche e infrastrutturali”, e a incrementare le spese sociali per far fronte agli imminenti effetti della crisi internazionale sui popoli, anche attraverso la costituzione di un Fondo regionale di emergenza sociale.
Ma che dicono, rispetto a tutto ciò, le gerarchie ecclesiastiche? Molto poco, commenta il 6 ottobre, sul sito del quotidiano di Granada Ideal (www.ideal.es), il teologo spagnolo José María Castillo. Non è che papa, cardinali e vescovi non abbiano detto proprio nulla al riguardo – ironia e indignazione hanno suscitato peraltro le parole del papa sui soldi che non sono nulla (v. Adista n. 73/08) – ma, di certo, nota il teologo, se è a tutti noto cosa pensa la gerarchia sull’aborto, il divorzio, i contraccettivi, l’omosessualità, molto più difficile è capire cosa essa pensi della crisi del sistema finanziario.

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