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martedì 14 ottobre 2008

CHI PAGA LA CRISI ECONOMICA?

Il profitto economico azzera ogni riserva morale, gli speculatori finanziari s’ingrassano, la politica dei tagli punisce i servizi pubblici ma non i megastipendi

Marco Mazzoli

Ai tempi del «capitalismo dal volto umano», negli Anni Sessanta, un top manager di una grande impresa americana poteva guadagnare fino a 20 volte lo stipendio di un operaio, il welfare state garantiva sanità quasi gratuita per tutti e l’accesso all’istruzione universitaria era garantito (coma anche in tutti i Paesi occidentali) anche per i ragazzi provenienti da famiglie povere. Un lavoratore, sia pure con vari sacrifici, poteva acquistare una casa di proprietà... Alla vigilia dell’attuale crisi finanziaria, un top manager di una grande banca d’affari o di una grande società finanziaria (anche una di quelle salvate dall’intervento pubblico) poteva arrivare a guadagnare anche 300 volte lo stipendio di un operaio statunitense. Nel frattempo, il welfare state è stato pesantemente ridotto, la sanità statunitense interamente privatizzata, e, secondo il parere di molti ideologi dell’ultra-liberismo da osteria nostrano, la nostra sanità pubblica avrebbe dovuto seguire lo stesso destino. Tutto questo prima della crisi finanziaria internazionale. Già... la crisi finanziaria. La sua gravità è data dal fatto che si è manifestata in una fase già di per sé difficile per l’economia dei Paesi occidentali, a causa delle forti tensioni politiche internazionali, dell’alto costo delle fonti di energia e del petrolio e a causa del fatto che i confini e le dimensioni del rischio sono, a tutt’oggi, ignote agli operatori: nessuno sa infatti esattamente quale sia l’ammontare complessivo dei mutui e dei titoli fasulli attualmente in circolazione, né si conosce esattamente quali, tra le grandi banche, assicurazioni e istituzioni finanziarie maggiormente esposte al rischio. Tutto questo genera una drammatica situazione di forte incertezza: le banche non osano prestare, gli investitori non osano investire e le drastiche e salutari immissioni di moneta sui mercati (effettuate dalla Federal Reserve e dalla Bce) per scongiurare il tracollo del sistema, pur riuscendo, per il momento, ad arginare parzialmente la crisi, generano un aumento solo limitato di circolazione della liquidità, che tende invece ad essere trattenuta e tesaurizzata da operatori finanziari spaventati.
In questa situazione (che ricorda la cosiddetta «trappola della liquidità» di keynesiana memoria) il premio Nobel Joseph Stiglitz ha proclamato pubblicamente la fine dell’era del capitalismo senza regole e l’inizio di una fase di «capitalismo regolato», in cui lo Stato deve tornare a giocare un ruolo di supervisore del sistema e i mercati devono essere regolati. Questa «nuova fase» si apre comunque con l’ennesima redistribuzione di ricchezza a danno dei ceti più poveri e a vantaggio dei ceti più ricchi: le perdite immense causate da manager e affaristi senza scrupoli (e arricchitisi in anni di speculazioni senza limite) saranno scaricate, con le nazionalizzazioni sul contribuente statunitense, mentre le eventuali compensazioni a favore delle famiglie «scottate» sono cosa assai aleatoria. È vero che alcuni top managers hanno perso il loro posto di lavoro, ma il loro reddito stratosferico accumulato negli anni delle «vacche grasse» permetterà loro senz’altro di compensare ampiamente questo periodo di crisi, finché l’intervento pubblico (pagato da tutta la collettività) non avrà salvato il settore finanziario dai disastri speculativi da loro stessi creati e fatto ripartire l’economia, dopo un anno o due di durissima crisi.
La crisi dei mutui americani ha tragicamente mostrato la pericolosità e l’assenza di scrupoli di un certo modo aggressivo di fare affari nel mondo finanziario, l’inaffidabilità dei dispositivi di controllo del settore bancario statunitense ed internazionale e l’assenza di governance nei mercati finanziari mondiali, soggetti periodicamente a crisi decennali: dopo il crollo di Wall Street del 1987, abbiamo assistito alla cosiddetta crisi asiatica del 1997, a quella «russa» del 1998 e a quella attuale, la più grave di tutte. In generale queste crisi sono precedute da fasi di «euforia irrazionale» (per usare le parole di Alan Greenspan) in cui i prezzi dei titoli azionari crescono in modo eccessivo rispetto agli indicatori dell’economia reale e in cui investitori ottimisti e inesperti vengono attirati sui mercati. Le teorie economiche e le pratiche manageriali, spesso presentate all’uomo con la granitica (quanto usurpata) pretesa di scientificità, hanno offerto alle lobby finanziarie internazionali le argomentazioni ideologiche per indebolire e svuotare il welfare state, diffondere in ogni Paese il precariato tra i giovani lavoratori, rimuovere ogni forma di controllo sui mercati internazionali e arrivare all’attuale regime di globalizzazione in cui gli speculatori finanziari sono più forti di molti governi sovrani Se veramente sta nascendo un «nuovo capitalismo regolato» e se veramente stiamo tornando ad una nuova (limitata) forma di intervento pubblico, questo deve svolgersi in modo trasparente, chiarendo bene chi paga e chi si avvantaggia da queste forme di intervento, che non devono servire solo a coprire gli errori di alcuni manager disonesti e impuniti. Di fronte ai tagli alla scuola, all’istruzione e alla sanità pubblica, che dire dei manager pubblici o funzionari regionali o di altre amministrazioni locali che guadagnano parecchie centinaia di migliaia di euro l’anno, per mansioni in cui non esiste (o esiste solo in minima parte) un legame tra retribuzione e risultati (misurati in termini di produttività) né tanto meno tra mansioni, e responsabilità? È semplicemente intollerabile, sia per i tanti paladini del mercato, che per chi ancora crede nell’equità. Proprio chi crede nelle politiche economiche attive e nell’importanza del ruolo regolatore e riequilibratore dello stato non può accettare che lo stato sia un’arma spuntata ed inefficiente: paradossalmente dovrebbe essere (solo nel controllo dell’efficienza pubblica) «più thatcheriano della Thatcher». La nuova fase del capitalismo e del liberismo non può e non deve sottrarsi al dibattito pubblico almeno in Europa e nei Paesi dove ancora esiste una forma di democrazia e di controllo democratico nell’accesso ai media. O forse la «dura legge del mercato» si deve solo applicare ai giovani lavoratori precari e mai al salotto buono degli imprenditori e manager che rischiano solo quando non c’è rischio?

Tratto da www.riforma.it, il settimanale delle Chiese Evangeliche Battiste, Metodiste e Valdesi
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