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venerdì 16 novembre 2007

IDENTITA' CRISTIANA E DIALOGO: spunti per una formazione all'incontro interreligioso

Ricevo dall'amico Brunetto Salvarani, ringraziandolo, questo testo che pubblico volentieri.
Giuliano

C’è un ruolo molto importante che l’educazione può svolgere, in rapporto all’ambiente nel quale siamo immersi: quello di aiutarci ad interagire in modo positivo con esso, a favorire la crescita di una relazione armonica, di un arricchimento reciproco. Considerazioni che valgono in generale, senza dubbio, ma che credo assai rilevanti soprattutto per quell’angolatura particolare rappresentata dall’ambiente religioso, segnato negli ultimi due decenni da profondi mutamenti anche in paesi quali l’Italia (tradizionalmente connotata al riguardo da immobilismo, stanchezza, sfilacciamento). Diversamente rispetto ad un passato recente, oggi, infatti, persino una rapida istantanea sulle religioni le fotografa innanzitutto come un processo in divenire: “è possibile scegliere di essere atei, seguire un’ortodossia religiosa, cambiare confessione, ritagliarsi un proprio percorso all’interno delle religioni” (P.Berger). Tutto ci appare più frastagliato, meno certo rispetto a ieri, e i credenti, in genere, si sentono più liberi, pur se meno sicuri della loro direzione spirituale. Le grandi istituzioni religiose appaiono più vulnerabili, e l’assolutezza del messaggio religioso viene di regola messa in discussione della pluralità delle scelte possibili che ci troviamo davanti. Il mosaico della fede si va complicando giorno dopo giorno, creando perplessità, dubbi e solo talvolta anche speranze. A questi rapidissimi mutamenti nell’ambiente religioso, secondo le indicazioni di Franco Sottocornola, missionario in Giappone, “occorre reagire con un processo di adattamento ad essi, che a sua volta richiede un approccio nuovo nei campi dell’educazione e della formazione, in modo tale che gli esseri umani possano affrontare questo nuovo cambiamento in modo positivo e fecondo” [1]. Fino a poco tempo fa la maggioranza delle persone, nel nostro Paese ma anche altrove, vivevano all’interno di gruppi religiosi ristretti e circoscritti nei loro contorni sociali, con una consapevolezza piuttosto marcata – poiché sostanzialmente indisturbata – della propria identità e della differenza che li separava da persone appartenenti a tradizioni religiose altre. Buddhisti, hinduisti, sikh, ad esempio, ma pure musulmani, abitavano in nazioni lontane frequentate solo da pochi turisti e studiosi occidentali, ed erano percepiti come testimoni di percorsi spirituali curiosi, esotici, talvolta appena folkloristici. L’attuale prossimità forzata, peraltro, non è stata accompagnata da una formazione specifica, un’informazione corretta, una riflessione adeguata; mentre l’emozione collettiva suscitata da eventi quali quelli dell’11 settembre 2001 ha contribuito a diffondere paure, sospetti, diffidenze. Ed una percezione quanto mai negativa del pluralismo religioso, colto come un cuneo insensato improvvisamente infisso nel tranquillo scenario delle precedenti indifferenza, apatia, secolarizzazione, mascherate da un cattolicesimo di facciata e dal retroterra sotteso del crociano “non possiamo non dirci cristiani”.
Sullo sfondo di tale panorama in progress, vorrei cercare di soffermarmi sui criteri fondamentali in vista di un corretto dialogo interreligioso. Sintetizzando, credo possano ridursi appena ad un paio, a partire dai quali sarà più agevole – mi auguro – effettuare un sano discernimento rispetto a quanto sta accadendo.
In primo luogo, ritengo sia necessario prendere le mosse il più possibile da una seria consapevolezza della propria identità religiosa. Del proprio specifico. A lungo, persino in ambiti sensibili al dialogo ecumenico/interreligioso, si è ritenuto che esso sarebbe stato favorito dalla rinuncia (quanto meno tattica e momentanea) alla propria peculiare identità da parte delle religioni coinvolte. L'incontro si sarebbe svolto più agevolmente, in tale ottica, a partire dalla scelta del cristiano che, posto di fronte ad un musulmano, ad esempio, avesse optato per trascurare, o almeno porre fra parentesi, le verità più scomode agli occhi dell'interlocutore. Ritengo occorra, ora, capovolgere una simile prospettiva. Nessun dialogo autentico potrà avvenire sulla base di una rinuncia alla propria identità (che non è un idolo né un moloch, ma un cammino di ricerca e un processo in perenne divenire), un generico volemose bene, o un indifferentismo che banalizzi a basso prezzo le differenze. Che ci sono, resteranno, e non vanno minimizzate: semmai, opportunamente contestualizzate, e mai drammatizzate. Un dialogo serio, d’altra parte, implica interlocutori consci e innamorati della loro identità! “Avere convincimenti fermi – scrive il teologo peruviano Gustavo Gutierrez - non è di ostacolo al dialogo, né è piuttosto la condizione necessaria. Accogliere, non per merito proprio ma per grazia di Dio, la verità di Gesù Cristo nelle proprie vite è qualcosa che non solo non invalida il nostro modo di fare nei riguardi di persone che hanno assunto prospettive
diverse dalla nostra, ma conferisce al nostro atteggiamento il suo genuino significato”
[2]. Ricorrendo ad un paradosso solo apparente, penso davvero che la capacità di ascoltare gli altri risulti tanto maggiore quanto più fermo è il nostro convincimento e più trasparente la nostra identità di fede.
Un secondo criterio per un dialogo interreligioso fruttuoso è di maturare un atteggiamento positivo verso le altre religioni. Questo è il filo rosso del Concilio Vaticano II, in particolare nella dichiarazione Nostra Aetate, ma anche nelle tappe successive: dalla scelta di una pedagogia dei gesti da parte di Giovanni Paolo II (dall’abbraccio a rav Toaff al tempio maggiore a Roma alla Giornata mondiale di preghiera delle religioni per la pace ad Assisi, dal suo avvicinarsi compunto al muro occidentale a Gerusalemme al suo passeggiare scalzo nella moschea di Damasco) alla proclamazione congiunta da parte delle chiese cristiane europee della Charta Oecumenica a Strasburgo (2001). Mentre persino la bufera scatenatasi dopo il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona del 12 settembre scorso, a gioco lungo, potrebbe trasformarsi (paradossalmente) in un input positivo sul dialogo cristianoislamico. Ciò, si badi, correggendo molto di quello che era stato l’atteggiamento generale e reciproco del passato, contrassegnato - ad esempio - da guerre religiose, crociate, antigiudaismo… “L’educazione e la formazione al dialogo interreligioso, o a una vita di amicizia e di simpatia con persone di altre religioni - scrive ancora Sottocornola - deve anzitutto cercare di creare questo atteggiamento generale col quale noi sottolineiamo quello che è positivo, buono, bello nell’altra religione piuttosto che i suoi aspetti negativi, e poniamo l’accento su tutto quello che unisce o favorisce la collaborazione e l’amicizia, piuttosto che su ciò che divide”
[3].
Si tratta, in vista di tale acquisizione, evidentemente, di avviare un cammino che potrà rivelarsi anche lungo, complesso e accidentato, Ratisbona docet: è inutile farsi troppe illusioni (ma anche fasciarsi la testa prima di averci provato seriamente, beninteso!). Ecco dunque alcune indicazioni di metodo che favorirebbero questo incontro e lo renderebbero meno teso e drammatizzato. Prima di tutto, il dialogo interreligioso dovrà maturare nel quadro di un riconoscimento che chi dialoga non sono le religioni (entità astratte) bensì delle donne e degli uomini in carne ed ossa, con storie, vissuti, sofferenze, speranze, peculiari e irripetibili. Non appaia una considerazione banale, o scontata: quanti errori sono stati compiuti, e continuano a farsi, a causa di una lettura tutta ideologica e metafisica dell’altro [4]! Gli esempi si sprecherebbero. In primis, creare e favorire occasioni di incontro, dunque, in ambienti che favoriscano il contatto effettivo. Occorrerà poi una buona conoscenza reciproca degli interlocutori coinvolti: conoscenza intellettuale, dei testi e dei documenti ufficiali delle chiese e delle religioni (imparare le religioni), certo, ma anche umana, a partire da un atteggiamento sincero di ascolto delle narrazioni altrui (imparare dalle religioni). Lavorare assieme in qualche settore specifico, ad esempio, affrontando problemi sociali o discriminazioni ingiuste, potrebbe rendere più denso e convincente un rapporto interreligioso (sullo sfondo del progetto per un’etica globale fortemente propugnato da Hans Küng[5]). Valorizzare esperienze e testimonianze vissute in un dialogo fecondo, quindi, soprattutto agli occhi dei più giovani – bisognosi di modelli e refrattari alle eccessive teorizzazioni – aiuterà senz’altro il percorso: con l’incontro diretto, quando sia possibile, la visita ai diversi luoghi delle comunità, o almeno il ricorso ai canali audiovisivi (Internet, ad esempio, è uno degli ambiti in cui la dimensione interreligiosa è maggiormente visibile). In caso di interlocutori già maturi, un momento rilevante di formazione alla pratica del dialogo può essere, quindi, l’esperienza o la preparazione ad una condivisione nella preghiera, cioè l’espressione esterna della propria fede personale alla presenza di altri provenienti da differenti contesti religiosi, o insieme ad essi.
Un’ultima considerazione riguarda la necessità di investire maggiormente nella preparazione e formazione di giovani (sacerdoti ma anche laici) che si accingano a svolgere un ruolo di guida e di stimolatori sul tema del dialogo nelle diverse comunità. La generazione che ha vissuto in pieno il Concilio sta infatti per concludere la sua vicenda terrena, e il rischio di non passare il testimone a quelle di oggi appare palpabile. Ecco allora l’importanza di ricentrare i curricula degli studi teologici facendo attenzione al dialogo interreligioso e alla conoscenza delle religioni altre, ma anche la pastorale delle parrocchie, i programmi dei movimenti, e così via. L’obiettivo è quello di uscire dal falso presupposto secondo cui il dialogo interreligioso sarebbe un’attività riservata agli specialisti, e assumere come caso serio l’invito dell’enciclica di Giovanni Paolo II “Redemptoris Missio”, per cui “tutti i fedeli e le comunità cristiane sono chiamati a praticare il dialogo interreligioso, anche se non nello stesso grado e forma” (n.57)
[6]. Il che significa, da una parte, che la formazione al dialogo dovrà diventare azione normale della formazione cristiana in quanto tale; e dall’altra, che l’investimento nella preparazione di esperti nel ramo avrà bisogno di una specifica attenzione, in una chiesa finalmente capace di dialogo. Anche perché oggi non possiamo più negare che “senza dialogo, le religioni si aggrovigliano in se stesse oppure dormono agli ormeggi… o si aprono l’una all’altra, o degenerano”[7]. E che, come ripete spesso Edgar Morin, “chi non si rigenera degenera”.

Brunetto Salvarani

[1] F. SOTTOCORNOLA, “Alcune osservazioni sulla formazione al dialogo interreligioso”, in Concilium n.4 (2002), p.140.

[2] G. GUTIERREZ, “Un nuovo tempo della teologia della liberazione”, in Il Regno – Attualità n.10 (1997), pp.298-315.

[3] F. SOTTOCORNOLA, ivi, p.144.

[4] Potrà aiutarci a decostruire il mito pericoloso dell’identità unica, in questa direzione, la lettura del recente testo del premio Nobel per l’economia Amartya Sen, Identità e violenza, Laterza, Roma-Bari 2006.

[5] Cfr. H. KÜNG, Per un’etica mondiale, Rizzoli, Milano 1995.

[6] EV 12, EDB, Bologna 1992, 559.

[7] R. PANIKKAR, L’incontro indispensabile: dialogo delle religioni, Jaca Book, Milano 2001, p.25.

nota bio bliografica:

Brunetto Salvarani, teologo ed educatore, da molto tempo si occupa di dialogo ecumenico e interreligioso, avendo fondato nel 1985 la rivista distudi ebraico-cristiani "Qol"; ha diretto dal 1987 al 1995 il Centro studi religiosi della Fondazione San Carlo di Modena; saggista, scrittore e giornalista, collabora con varie testate, dirige "Cem-Mondialità" (la rivista dei missionari saveriani di Brescia), fa parte del Comitato "Bibbia cultura scuola", che si propone di favorire la presenza del testo sacro alla tradizione ebraico-cristiana nel curriculum delle nostre istituzioni scolastiche; è direttore della "Fondazione ex campo Fossoli", vicepresidente dell'Associazione italiana degli "Amici di Neve' Shalom - Waahat as-Salaam", il "villaggio della pace" fondato in Israele da padre Bruno Hussar; è tra ipromotori dell'appello per la giornata del dialogo cristiano-islamico. Ha pubblicato vari libri presso gli editori Morcelliana, Emi, Tempi di Fraternita', Marietti, Paoline
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