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lunedì 26 novembre 2007

Due testi: Carlo Maria Martini e l'ateismo

Pubblico, di seguito due testi di grande interesse. Il primo è quello di Carlo Maria Martini
apparso su Il Corriere della Sera del 16 novembre u.s., dal titolo La tentazione dell'ateismo; il secondo, tratto da adista.it (del 26 novembre, n. 83), è sulla reazione del quotidiano Avvenire.
Buona lettura

Martini: la tentazione dell'ateismo
C'è una voce in ognuno di noi che ci spinge a dubitare di Dio. «Ecco il senso della fede e la difficoltà di seguirlo sino in fondo»
Chi è per me Dio? Fin da ragazzo mi è sempre piaciuta l'invocazione, che mi pare sia di San Francesco d'Assisi, «mio Dio è mio tutto». Mi piaceva perché con Dio intendevo in qualche modo una totalità, una realtà in cui tutto si riassume e tutto trova ragione di essere. Cercavo così di esprimere il mistero ineffabile, a cui nulla si sottrae. Ma vedevo anche Dio più concretamente come il padre di Gesù Cristo, quel Dio che si rende vicino a noi in Gesù nell'eucarestia. Dunque c'era una serie di immagini che in qualche maniera si accavallavano o si sostituivano l'una con l'altra: l'una più misteriosa, attinente a colui che è l'inconoscibile, l'altra più precisa e concreta, che passava per la figura di Gesù. Mi sono reso conto ben presto che parlare di Dio voleva dire affrontare una duplicità, come una contraddizione quasi insuperabile. Quella cioè di pensare a una Realtà sacra inaccessibile, a un Essere profondamente distante, di cui non si può dire il nome, di cui non si sa quasi nulla: e tutto ciò nella certezza che questo Essere è vicino a noi, ci ama, ci cerca, ci vuole, si rivolge a noi con amore compassionevole e perdonante. Tenere insieme queste due cose sembra un po' impossibile, come del resto tenere insieme la giustizia rigorosa e la misericordia infinita di Dio. Noi non scegliamo tra l'una e l'altra, viviamo in bilico (...). Come dice il catechismo della Chiesa cattolica, la dichiarazione «io credo in Dio» è la più importante, la fonte di tutte le altre verità sull'uomo, sul mondo e di tutta la vita di ogni credente in lui. D'altra parte il fatto stesso che si parli di «credere » e non di riconoscere semplicemente la sua esistenza, significa che si tratta concretamente di un atto che non è di semplice conoscenza deduttiva, ma che coinvolge tutto l'uomo in una dedizione personale. Su questo punto, come su tanti altri relativi alla conoscenza di Dio, c'è stata, c'è e ci sarà sempre grande discussione. Per alcuni la realtà di Dio si conosce mediante un semplice ragionamento, per altri sono necessarie anche molte disposizioni del cuore e della persona (...).
È dunque possibile conoscere Dio con le sole forze della ragione naturale? Il Concilio Vaticano I lo afferma, e anch'io l'ho sempre ritenuto in obbedienza al Concilio. Ma forse si tratta della ragione naturale concepita in astratto, prima del peccato. Concretamente la nostra natura umana storica, intrisa di deviazioni, ha bisogno di aiuti concreti, che le vengono dati in abbondanza dalla misericordia di Dio. Dunque non è tanto importante la distinzione tra la possibilità di conoscenza naturale e soprannaturale, perché noi conosciamo Dio con una conoscenza che viene e dalla natura, dalla grazia e dallo spirito Santo, che è riversata in noi da Dio stesso. Bisogna dunque accettare di dire a riguardo di Dio alcune cose che possono apparire contraddittorie. Dio è Colui che ci cerca e insieme Colui che si fa cercare. È colui che si rivela e insieme colui che si nasconde. È colui per il quale valgono le parole del salmo «il tuo volto, Signore, io cerco», e tante altre parole della Bibbia, come quelle della sposa del Cantico di Cantici: «Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l'amato del mio cuore; l'ho cercato, ma non l'ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze voglio cercare l'amato del mio cuore. L'ho cercato ma non l'ho trovato. Da poco avevo oltrepassato le guardie che fanno la ronda quando trovai l'amato del mio cuore...» (3,1-4). Ma per lui vale anche la parola che lo presenta come il pastore che cerca la pecora smarrita nel deserto, come la donna che spazza la casa per trovare la moneta perduta, come il padre che attende il figlio prodigo e che vorrebbe che tornasse presto. Quindi cerchiamo Dio e siamo cercati da lui. Ma è certamente lui che per primo ci ama, ci cerca, ci rilancia, ci perdona. A questo punto, sollecitati anche dalle parole del Cantico «ho cercato e non l'ho trovato», ci poniamo il problema dell'ateismo o meglio dell'ignoranza su Dio.
Nessuno di noi è lontano da tale esperienza: c'è in noi un ateo potenziale che grida e sussurra ogni giorno le sue difficoltà a credere. Su questo principio si fondava l'iniziativa della «Cattedra dei non credenti» che voleva di per sé «porre i non credenti in cattedra» e «ascoltare quanto essi hanno da dirci della loro non conoscenza di Dio». Quando si parla di «credere in Dio» come fa il catechismo della Chiesa cattolica, si ammette espressamente che c'è nella conoscenza di Dio un qualche atto di fiducia e di abbandono. Noi sappiamo bene che non si può costringere nessuno ad avere fiducia. Io posso donare la mia fiducia a un altro ma soltanto se questi mi sa infondere fiducia. E senza fiducia non si vive (...). L'adesione a Dio comporta un'atmosfera generale di fiducia nella giustezza e nella verità della vita, e quindi nella giustezza e nella verità del suo fondamento.



Come dice Hans Küng «che Dio esista, può essere ammesso, in definitiva, solo in base a una fiducia che affonda le sue radici nella realtà stessa». Molti e diversi sono i modi con cui ci si avvicina al mistero di Dio. La nostra tradizione occidentale ha cercato di comprendere Dio possibilmente anche con una definizione. Lo si è chiamato ad esempio Sommo Bene, Essere Sussistente, Essere Perfettissimo... Non troviamo nessuna di queste denominazioni nella tradizione ebraica. La Bibbia non conosce nomi astratti di Dio, mai ne enumera le opere. Si può affermare che ciò che la Bibbia dice su Dio viene detto anzitutto con dei verbi, non con dei sostantivi. Questi verbi riguardano le grandi opere con cui Dio ha visitato il suo popolo. Sono verbi come creare, promettere, scegliere, eleggere, comandare, guidare, nutrire ecc. Si riferiscono a ciò che Dio ha fatto per il suo popolo. C'è quindi un'esperienza concreta, quella di essere stati aiutati in circostanze difficili, dove l'opera umana sarebbe venuta meno. Questa esperienza cerca la sua ragione ultima e la trova in questo essere misterioso che chiamiamo Dio. D'altra parte ha qualche ragione anche la tradizione occidentale. Infatti tutte le creature hanno ricevuto da Dio tutto ciò che sono e che hanno. Dio solo è in se stesso la pienezza dell'essere e di ogni perfezione, e colui che è senza origine e senza fine. Tuttavia nel mistero cristiano la natura di Dio ci appare gradualmente come avvolta da una luce ancora più misteriosa. Non è una natura semplicemente capace di tenere salda se stessa, di essere indipendente, di non aver bisogno di nessuno. È una realtà che si protende verso l'altro, in cui è più forte la relazione e il dono di sé che non il possedere se stesso. Per questo Gesù sulla croce ci rivela in maniera decisiva l'essere di Dio come essere per altri: è l'essere di Colui che si dona e perdona.
Carlo Maria Martini 16 novembre 2007

"AVVENIRE" CONTRO MARTINI: LA SUA TEOLOGIA DISORIENTA I ‘SEMPLICI’
34166. ROMA-ADISTA.

Se in passato, nel riferire delle prese di posizione del card. Carlo Maria Martini, Avvenire ha optato per il silenzio censorio (ad esempio in occasione del Sinodo europeo dei vescovi del 1999, quando il card. Martini pose la questione della necessità di un confronto collegiale dei vescovi su alcuni temi nodali della Chiesa a quarant’anni dal Vaticano II, v. Adista n. 73/99) o per la sostanziale adulterazione dei contenuti (ad esempio in occasione del "Dialogo sulla vita" pubblicato dall’Espresso, v. Adista n. 33/06), questa volta il quotidiano della Cei ha scelto la via della critica esplicita e frontale.
Venerdì 16 novembre il Corriere della Sera pubblica come anticipazione uno stralcio dell’articolo scritto dall’ex arcivescovo di Milano per il bimestrale Kos, rivista del San Raffaele di Milano diretta da don Verzè, ed intitolato "C’è una voce in ognuno di noi che ci spinge a dubitare di Dio". Nel suo intervento Martini scrive che bisogna "accettare di dire a riguardo di Dio alcune cose che possono apparire contraddittorie. Dio è Colui che ci cerca e insieme Colui che si fa cercare. È colui che si rivela e insieme colui che si nasconde. È colui per il quale valgono le parole del salmo ‘il tuo volto, Signore, io cerco’, e tante altre parole della Bibbia, come quelle della sposa del Cantico di Cantici: ‘Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l'amato del mio cuore; l'ho cercato, ma non l'ho trovato’". Per questo motivo non può essere estranea all’esperienza della fede la condizione di "ateismo o meglio dell’ignoranza su Dio": "C'è in noi un ateo potenziale che grida e sussurra ogni giorno le sue difficoltà a credere". "Su questo principio - racconta il cardinale riferendosi all’esperienza da lui stesso promossa a Milano nel 1987 - si fondava l'iniziativa della ‘Cattedra dei non credenti’ che voleva di per sé ‘porre i non credenti in cattedra’ e ‘ascoltare quanto essi hanno da dirci della loro non conoscenza di Dio’". Ma Martini cita anche il teologo Hans Küng: "Che Dio esista, può essere ammesso, in definitiva, solo in base a una fiducia che affonda le sue radici nella realtà stessa", infatti – e qui torniamo alle parole del cardinale – "quando si parla di ‘credere in Dio’ come fa il catechismo della Chiesa cattolica, si ammette espressamente che c'è nella conoscenza di Dio un qualche atto di fiducia e di abbandono. Noi sappiamo bene che non si può costringere nessuno ad avere fiducia. Io posso donare la mia fiducia a un altro, ma soltanto se questi mi sa infondere fiducia. E senza fiducia non si vive". "L'adesione a Dio comporta un'atmosfera generale di fiducia nella giustezza e nella verità della vita, e quindi nella giustezza e nella verità del suo fondamento".
Il 20/11, pochi giorni dopo l’uscita dell’anticipazione sul Corriere, Avvenire (nella cui tabella di gerenza spicca il motto: "Per amare quelli che non credono") pubblica un articolo intitolato "Le tenebre di Dio e la beatitudine dei semplici", firmato dal direttore di Communio (rivista di area ciellina fondata nel 1972 da Joseph Ratzinger ed altri teologi, in contrapposizione alla rivista di teologia Concilium) Elio Guerriero: "Nella tradizione occidentale - scrive Guerriero - questo accostamento a Dio silente e sofferto ha dei precedenti nella teologia negativa o apofàtica. I suoi maggiori sostenitori sono stati Maestro Eckart e Angelo Silesio". "Il cardinal Martini, tuttavia, sembra andare un passo oltre in direzione di una crescente indistinzione tra fede e non fede". Nel pensiero dell’ex arcivescovo di Milano, Guerriero intravede infatti "un salto logico e un distacco dalla tradizione", perché la fede ricevuta in dono "diventa un impegno e una missione ai quali il credente non può rinunciare per se stesso ma anche per i lontani che, magari, saranno avvicinati a Dio dalla sua testimonianza e dalla sua sofferenza". Nel finale del suo articolo il direttore di Communio lancia un’implicita frecciata all’ex arcivescovo di Milano, quando, riferendosi al ruolo di guida dei pastori di fronte ai "semplici" scrive: "Gesù affidò i poveri di spirito, i miti e i puri di cuore delle beatitudini agli apostoli e ai vescovi, con il compito di proteggerli perché possano restare fedeli nella loro confessione preziosa per i credenti e i non credenti".
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