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martedì 18 ottobre 2011

INTERROMPIAMO L'INCUBO



di Claudio Comandini


15 ottobre 2011, la popolazione mondiale è stata coinvolta in manifestazioni che hanno contestato la finanza globalizzata, un'oligarchia di biscazzieri per cui la democrazia è solo un modo di dire. A Roma, mentre sfilavano circa trecentomila persone, sono saltati all'attenzione dei flussi informativi, fra lacrimogeni, incendi e devastazioni, un qualche centinaio di insorti ben organizzati per rompere tutto, ed un ordine pubblico straordinariamente inefficace nonostante la cruenza degli scontri. Ci sono stati più di cento feriti, fra cui molti poliziotti, e dodici arrestati, fra cui quattro donne e sei minorenni, e più di un milione di euro di danni. In sostanza, almeno trenta-quarant'anni di scelte sbagliate continuano a presentare il conto. Lo sfacelo è evidente. Ognuno si raccatti le proprie responsabilità, e per favore basta con le cazzate.


Proviamo a svegliarci dall'incubo italiano. Difficile continuare a reggerlo. Impossibile essere rappresentati da questa classe politica, che è un complimento definire vergognosa. Mentre la politica è assente, non esiste più nemmeno un "popolo" come condivisione di idee, identità e valori. Non esiste una sovranità popolare, la condizione di cittadinanza è perlopiù subita, e tensioni interne che agitano la "popolazione" si dimostrano anche laddove una minoranza dei manifestanti scatena intenzionalmente il caos più feroce, la maggioranza prende visibilmente le distanze dalla fazione violenta, applaudendo, in maniera inedita, la polizia. La situazione è altamente problematica e del tutto paradossale, il dissenso dissente anche da se stesso, e addirittura sarà inutile manipolare ulteriormente una protesta forse già affossatasi da sola, anche se è riuscita ad evidenziare nella maniera più drammatica l'emergenza del paese. Se si parla di regolamentare le manifestazioni limitandone il numero di partecipanti e aumentando i controlli, sembra anche che ormai gli schieramenti si confondano e nessuno rappresenti più nessuno, e potrebbero certamente servire contributi più significativi dell'andare in piazza a prendersi a manganellate.






Nel tentativo di interpretare un'epoca in cui i poteri tradizionali sono sostituiti da potenze economiche, Hard e Negri hanno teorizzato l'esistenza di un movimento globale "acefalo", privo di una guida eppure diffuso, per cui la "moltitudine" tende alla realizzazione del socialismo mondiale, trovando comunque nel capitalismo finanziario una condizione imprescindibile. Se questa idea aggiorna ai tempi della globalizzazione quanto già elaborato da Marx, dal canto suo un comunista come Žižek, profondamente interessato al cambiamento sociale, ma critico verso il concetto di moltitudine, ha evidenziato l'incapacità contemporanea di trovare un linguaggio capace di "esprimere la nostra mancanza di libertà." Questa frase è stata ripetuta il 10 settembre dall'immensa folla dei manifestanti di Occupy Wall Street, insieme alle altre del suo intervento, in un'insolita e divertente liturgia filosofica, che se ha ovviato in questo modo all'assenza di microfoni, ha anche rappresentato performativamente il proporsi di un linguaggio "comune" (http://youtu.be/eu9BWlcRwPQ). Mentre a Roma venivano lanciati sampietrini e incendiati autoveicoli, la stessa circostanza di "microfoni umani" si è ripetuta a Londra per Assange, il cui discorso ha insistito sul fatto che "siamo tutti individui" e "noi non infrangiamo la legge, la costruiamo". Al fondatore di Wikileaks, smascheratore degli intrugli diplomatici, costretto agli arresti domiciliari, la polizia ha impedito di indossare la maschera di Guy Fawkes, il personaggio di V for Vendetta del fumetto di Alan Moore, divenuto simbolo della protesta degli Indignados: forse non è casuale che costui sia originariamente artefice di una ribellione aristocratica e individualista, che solo nell'adattamento cinematografico diventa collettiva.


In Italia, un comunicato diffuso in rete lo stesso mattino aveva annunciato la necessità delle violenze di Roma come strumento insurrezionale atto a favorire la costituzione di un "governo provvisorio popolare" (http://italy.indymedia.org/node/864). I fatti verificatisi, ampiamente prevedibili, e alcune rivendicazioni succedute, i cui esponenti sono stati identificati principalmente nelle frange estremiste degli ambienti anarco-insurrezionalisti di tutta la penisola, addestrate e organizzate militarmente, rendono evidente, perlomeno a chi vuole comprendere l'accaduto senza limitarsi ad esprimere il suo sdegno, che siamo di fronte ad una situazione difficile da interpretare secondo i criteri ordinari del contenimento istituzionale della violenza, o secondo l'idea che la sua espressione faccia sempre il gioco del governo. Sta succedendo qualcosa, e non finisce qui. D'altro canto, le prese di posizione pacifiche e ragionevoli della maggioranza dei manifestanti, la civiltà delle strette di mano fra i loro esponenti e quelli di forze dell'ordine sensibilmente allo sbaraglio e sensatamente preoccupati per le devastazioni, sono il sintomo di una crescita collettiva che va oltre gli steccati tradizionali, e che potrebbe davvero far sperare nella possibilità effettiva di un cambiamento. Tuttavia, non dimentichiamo che il popolo italiota era il "peggiore dei popolacci" già ai tempi di Leopardi, e quindi anche da prima che esistesse una nazione: figuriamoci quindi la sua popolazione, ai tempi del declino del paese.






La situazione italiana è particolarmente grave, la tensione è enorme, la frammentazione sociale irrisolvibile. Non c'è politica, non c'è cultura, anche gli affari vanno male, la povertà incombe, l'impotenza regna. In questa impotenza, il seme della violenza mette radici, cresce e si propaga. Ed anche nella protesta persevera l'idiozia di non rendersi conto che esiste l'esigenza di un linguaggio, continua la distruzione dello stato di diritto, ci si ostina nella banalità di preferire un'azione puramente spettacolare ad ogni possibile direzione, si ristagna nell'infantile stato di subordinazione impotente e violento. Probabilmente, pure questo "governo popolare provvisorio" di cui si almanacca, parlerà a nome di tutti senza esserne autorizzato, devasterà territorio e beni ridendo in faccia a ogni decenza, ruberà soldi per andare a puttane, e umilierà ogni cosa in cui si possa credere. In attesa di qualcuno che lo rovesci per fare le stesse identiche cose, mentre tante persone di ogni tipo continueranno a permettere tutto questo, felici di poter manifestare il loro peggio.


Anche se non sappiamo cosa ci aspetta, se nessuno sa davvero cosa fare, se piuttosto di un movimento acefalo sembra di vedere tanti acefali senza movimento, esiste un'esigenza collettiva di cui ognuno è portatore. Nessuno perda il gusto di essere "indignato" personalmente, nessuno desista dall'esigere un cambiamento complessivo e radicale, e ognuno cerchi di comprendere il quadro d'insieme. Decretare l'embargo al sistema, preservare i beni comuni, fino a dove è possibile. Parlare forte e chiaro, decidere una linea d'azione inequivocabile, capace di portarci a qualche domani, pure se sembra impossibile. Tanto il presente fa piuttosto schifo, le feste sono finite da un pezzo, e non c'è assolutamente niente di cui compiacerci.






tratto da: http://edizioninoubs.splinder.com/post/25667912
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