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giovedì 28 ottobre 2010

Aldo Capitini, profeta della nonviolenza

FORMAZIONE RELIGIOSA


"Durante la prima guerra mondiale io ero un adolescente, ma seguii la tragedia dell'umanità... Per di più, ebbi un lungo periodo di dolore fisico personale e di impossibilità di lavorare. Perciò compresi e sentii nelle fibre stesse del mio corpo il limite della mia civiltà attivistica, che dava tutto il valore al fare, alla violenza, al godimento; e sentii un interesse e una solidarietà intima col problema di chi soffre, di chi non può agire, di chi è sopraffatto.

Bisognava che io trovassi un piano di valore dove questi fossero invece perfettamente a posto, e non buttati ai margini della civiltà, ad attendere la morte e il nulla.

Allora è cominciata veramente la mia esigenza religiosa...."

(Aldo Capitini, Perugia 1899-1968, da ELEMENTI DI UN'ESPERIENZA RELIGIOSA pag.11)

Aldo Capitini era nato a Perugia il 23 dicembre 1899; e l'essere nato nel centro più antico dell'Umbria, più ricco di storia e di cultura, rappresentò per lui una spinta decisiva nella scelta di vita religiosa.

"...e di altare e di presepe, ma nel modo il più semplice e duecentesco, si ha spesso l'idea dell'Umbria...Nel Duecento l'Umbria dà più che può. Il secolo comincia, qui, con San Francesco e finisce con Jacopone da Todi. Il movimento francescano ha origine di qui, e tiene i suoi convegni sempre più affollati sulla pianura di Santa Maria degli Angeli, e la Compagnia dei Disciplinati muove da Perugia; per non dire dei Papi che vi soggiornarono e morirono o furono qui eletti. Ma non gli alti fatti ; è meglio ricordare il carattere, il valore e l'efficacia della religiosità del Duecento umbro popolare, aperta, che unisce il sentimento appassionato e una sobrietà blandamente superstiziosa, moralmente ferma, talvolta anche santamente eretica in questo voler portare entro il cerchio alto e aristocratico della Chiesa medioevale elementi tratti dalla vita umile, comune, affettuosa.

A oriente di Perugia, poco fuori della città, c'è l'antichissima chiesa di San Bevignate, presso cui c'era un bosco, sede di eremiti; da quella chiesa, nel 1260, cominciarono, dietro Ranieri Fasano, a muoversi compagnie di persone, che, flagellandosi ( , le chiama il Muratori) e cantando laudi, andavano ai paesi vicini, e così il moto si propagò sin fuori d'Italia, causando riconciliazioni, anche politiche, conversioni, istituzione di confraternite sacre.

Moltissime laudi drammatiche originarie sono umbre e anonime.

(PERUGIA pagg.8/9/10)

Suo padre, dipendente del comune, viveva all'ultimo piano del Palazzo Municipale, sotto la torre campanaria, con l'incarico di suonare le campane per le ore e per le cerimonie pubbliche.

"Quando ero fanciullo, alle cinque pomeridiane di ogni 20 giugno (il 20 giugno del 1859 i soldati svizzeri del Papa riconquistarono Perugia, insorta per l'indipendenza, e si macchiarono di stragi efferate, come ricorda un monumento eretto sul posto dopo il 1860), le due campane del Municipio cominciavano funebri, distanziati rintocchi, mentre la carrozza a due cavalli usciva dall'atrio del palazzo e recava al cimitero il sindaco e la giunta comunale a deporre una corona sulla tomba dei caduti in quel giorno memorando."

(PERUGIA pag.13)

Sua madre era casalinga e sarta.

Ricorda l'amico Francesco Francescaglia: " Nel palazzo comunale di Perugia per andare da lui passavo dalla cucina dove c'era sua madre in faccende. Ho sempre pensato che in lei fosse il segreto di Aldo. Una donna asciutta, silenziosa, dai movimenti leggeri, occhi raccolti e penetranti, un'ombra quasi; ispirava un religioso rispetto anche se sceglieva l'erba; e poteva essere la madre di Gesù." (FRANCESCAGLIA in "AZIONE NONVIOLENTA" sett.1968)

"I primi venti anni della mia vita si sono svolti secondo un modello tipico. Precoce come sensibilità, riflessività e interesse per la lettura e anche per la poesia, non avevo nessuna guida, sicché mi fu una grande scossa l'incontro con la letteratura futurista, i suoi manifesti, i suoi programmi innovatori, che mi presero per un po' di tempo, dal 1913 al 1916, associandosi al nazionalismo di adolescente (leggevo fin da piccolo i giornali), e in contrasto col fondo del mio carattere, che invece preferiva letterati e poeti meditativi e moralisti, come Boine, Slataper, Jahier e specialmente Ibsen. Fu il periodo dei molti amici, delle esperienze varie e anche troppo varie e sciocche, della mescolanza di poesia e di grossa polemica, finché mi avviavo alla che avvenne negli anni 1918 - 19: dalla vita di all'austerità, dal nazionalismo all'umanitarismo pacifista e socialista, dalle letture contemporanee allo studio delle lingu e e letterature latina e greca, che cominciai con la massima tensione nel 1919 da zero, visto che, per povertà, ero stato indirizzato agli studi dell'istituto tecnico.

Autodidatta accuratissimo, in condizione di povertà per le grammatiche e i classici che compravo ad uno ad uno, sottoponevo la mia gracile costituzione fisica (che mi aveva risparmiato il servizio militare e la guerra) ad uno sforzo che mi portò all'esaurimento e alle continue difficoltà del sonno e della digestione; così oltre il classicismo letterario e quasi filologico, la conoscenza della Bibbia e la vicinanza di Leopardi, acquisii in quegli anni anche l' esperienza della finitezza umana, del dolore fisico, dell'inaattività sfinita in mezzo alle persone attive, un'esperienza che con la componente della costruzione culturale, era la componente della ricerca etico-religiosa, già da anni indipendente dalla religione tradizionale...

...il fascismo non mi prese minimamente, e se non partecipai attivamente alle iniziative politiche opposte fu solo perché ero tutto preso dalla mia costruzione culturale e dai miei malanni. Oggi mi pare quasi impossibile che né la , né i socialisti né Gramsci mi abbiano preso, tra il 1921 e il 1924, e io lo attribuisco anche al fatto che la fragilità della salute mi aveva indotto ad andare in campagna per rimettermi (facevo il precettore), e questo mi staccò dalle ripercussioni dirette della politica, che pur seguivo. O forse si potrebbe dire che io dovevo fare solo quando avrei potuto dare singolari e diverse, e in quegli anni veramente non ero ancora capace di dare qualche cosa, che doveva invece maturare per successivi momenti.

(Attraverso due terzi di secolo, pag.11)

Come capita più o meno consapevolmente a tutti, Capitini incontra i problemi imposti dalla riflessione sulla finitezza umana, dall'esperienza del dolore, dalla morte; con lo sgomento e la ribellione che da sempre suscitano in noi; con l'ansia di allontarli, di superarli; con il desiderio e la ricerca dell'eternità; con l'impulso naturale di affidarsi a un essere trascendente noi e i nostri limiti, a un Dio che ci rassicuri sulla possibilità di una vita ultraterrena dove regni la pace che quaggiù non abbiamo trovato, che ce la giustifichi, ce la conceda; con l'accettazione di una fede religiosa che si aggiunga alla ragione per valicare i limiti del conoscibile, per esplorare al di là dei nostri confini l'infinito, l'eterno.

" Vi è una concezione (in largo senso esistenzialistica, ... ) che pone in rilievo l'individuo, che sa di essere nato e che morrà, e che si vede nella possibilità di peccare, nell'angoscia di vivere tra gli abissi.

Il limite di questa filosofia è di non essere altro che la segnalazione della "finitezza" umana; e questa è la ragione del suo continuo riferirsi alla poesia, da un lato, alla psicologia, dall'altro.

La segnalazione di ciò che è di finito nell'individuo (e porre in quel "finito" il suo vero essere), o non fa altro, e allora vede alzarsi l'interminato orizzonte del nulla, oppure fa risorgere, accanto alla finitezza, uno spiritualismo."

(SAGGIO SUL SOGGETTO DELLA STORIA pag.6)

L'incontro di Capitini con il pensiero esistenzialista, qui sopra criticato, avviene precocemente attraverso l'amicizia, alla Normale di Pisa dal 1924 al 1932, con Claudio Baglietto, uno dei primi studiosi in Italia di Heidegger, obiettore di coscienza, esule in Svizzera dove morì di stenti negli anni trenta; e attraverso la lettura di Carlo Michelstaedter che si uccise nella sua Gorizia il 16 ottobre 1910 dopo aver ultimato la tesi di laurea, uscita postuma con il titolo "La persuasione e la rettorica". Da lui Capitini prende il concetto e il termine di "persuasione", usandolo nello stesso senso dell'autore ma con altre conclusioni, come presa di coscienza della persona, finalmente liberata dalle pastoie della "rettorica", cioè della realtà insufficiente, violenta, egoista.

" Quando incontro una persona e anche un semplice animale non posso ammettere che quest'essere vivente se ne vada nel nulla, muoia e si spenga, prima o poi, come una fiamma.

Mi vengono a dire che questa realtà è fatta così, ma io non l'accetto. E se guardo meglio, trovo anche altre ragioni per non accettare la realtà così com'è ora, perché non posso approvare che la bestia più grande divori la bestia più piccola, che dappertutto la forza, la potenza, la prepotenza prevalgano: una realtà fatta così non merita di durare.

E' una realtà provvisoria, insufficiente ed io mi apro ad una sua liberazione dal male ( che si presenta a noi) nelle forme del peccato, del dolore, della morte."

(RELIGIONE APERTA pag.12)

Con la manipolazione dei geni strutturali di tutte le specie animali e vegetali, si intravede la possibilità scientifica di trasformare la quotidiana carneficina in atto fra le creature, dove ci sono da sempre i più forti che mangiano i più deboli e l'uomo che li mangia tutti.

Capitini apparteneva a quella minoranza che inorridisce davanti a tanta crudeltà e diceva che una siffatta realtà è indegna di durare.

Si esponeva al sarcasmo dei realisti pessimisti, ma è chiaro che l'accento, posto sul rifiuto dei delitti che la natura impone a tutti gli esseri per motivi di sopravvivenza, è un invito rivolto agli uomini e alle donne di comprendere l'insufficienza crudele della natura, di superare questa insufficienza, di non accettarla nei rapporti fra loro.

Capitini non accettava in particolare l'ipocrisia di un mondo che aveva appena terminato di versare lacrime di coccodrillo sulle carneficine della prima guerra mondiale, e già si preparava, con il fascismo e il nazismo, a compierne ancora di più grandi e spietate.

Contro la violenza della natura, della società, degli uomini non crede alla validità di risposte come la fuga, l'isolamento superbo, la rassegnazione, l'indifferenza, il suicidio.

Accetta la condizione umana quando si esprime nei grandi valori della giustizia e dell'arte, rifiuta l'accettazione acritica della storia violenta del cammino umano, non la considera come la unica percorribile, chiama alla ribellione ma, rifiutando la violenza, organizza quella nonviolenta.

" Ho sentito che rimaneva nella realtà tanto che non potevo accettare che continuasse:....che ci siano il dolore, la morte, la perfidia, la tanta stoltezza e mollezza negli esseri viventi che attira l'inganno per dominarli, e tante cose orrende e sbagliate nella realtà, nella società, nella umanità."

(LETTERA DI RELIGIONE nel Il Potere di Tutti, pag.189)

E profetizzava:

" Tanto dilagheranno violenza e materialismo, che ne verrà stanchezza e disgusto... salirà l'ansia appassionata di sottrarre l'anima ad ogni collaborazione con quell'errore, e di instaurare subito, a cominciare dal proprio animo (che è il primo progresso), un nuovo modo di sentire la vita: il sentimento cioè che il mondo è estraneo se ci si deve stare senza amore, senza un'apertura infinita dell'uno verso l'altro, senza una unione di sopra a tante differenze e tanto soffrire. Questo è il varco attuale della storia."

(ELEMENTI DI UN'ESPERIENZA RELIGIOSA pag.21)

"La religione è apertura alla liberazione di tutti. Essa è annuncio che questa liberazione è possibile; essa è persuasione intima, preparazione: A chi mi dicesse che la liberazione dal male (peccato, dolore, morte) è impossibile, rispondiamo che la religione è servizio dell'impossibile, e dà la consapevolezza, la certezza di questo. Ma non la dà a vuoto, bensì porgendo il pieno e il massimo di due cose: dell'amore e del valore. Amando tutti e coltivando i valori della verità, della bellezza, del giusto, della bontà, si entra nella consapevolezza che la liberazione è possibile."

(LETTERA DI RELIGIONE nel Il Potere di Tutti, pag.301)

"Che cosa ha per sé il religioso? Potrebbe anche essere nulla nel mondo....; ma quel certo atto per cui si dice "tu" ad una persona, e si è persuasi che si direbbe volentieri ad ogni altra persona, è un'apertura; ed è religione"

(LETTERA DI RELIGIONE nel Il Potere di Tutti, pag.352)

"...per la vita religiosa ho bisogno di un fondamento puro.

Non me lo può dare il cielo, l'universo, la realtà naturale: dall'universo vengono i fulmini, le inondazioni, tutto ciò che è forza, potenza, che non coincide con ciò che è giusto e buono.

Non me lo può dare un'istituzione, una società, una chiesa, che sono gruppi organizzati, che possono fare cose buone e cose cattive, e molte volte affermano leggi che contrastano con ciò che è giusto e buono.

E allora che posso fare, se non cercare il fondamento in altro, e cioè nell'interiorità, nella coscienza?"

(LETTERA DI RELIGIONE nel Il Potere di Tutti, pag.193)

Il rifiuto della realtà insufficiente e violenta, la scelta di vita religiosa per superare questa realtà si possono fare, secondo Capitini, anche senza possedere una cultura superiore.

"...... sono certo che anche senza cultura sarei arrivato ai punti essenziali della mia persuasione religiosa, a cui tendevo, si può dire, da fanciullo, ma che le vicende della vita, unite ai sentimenti e alla riflessione, mi fecero concretare: sapere della guerra, conoscere direttamente e insistentemente il dolore, soffrire l'esaurimento, l'insonnia, la fragilità fisica, sperimentare il male morale, non accettare la violenza, interessarsi ai singoli, vivere in povertà, tendere ad associarsi per lottare politicamente, possono essere anche in una persona senza speciale cultura, e loro mi hanno condotto ad una vita religiosa."

(RELIGIONE APERTA pag.12)

E' importante, per fare questa scelta, riconoscere, nel volto e nella voce dei singoli che incontriamo, il volto e la voce di persone che hanno sofferto e soffrono come noi. E' importante comprendere le ragioni del loro dolore, sostenere la speranza di saper affrontare e vincere la prova. E' importante stare vicino a loro in quella lotta e aiutarli a raggiungere quella vittoria, che è sempre momentanea, in attesa di un nuovo dolore, di un altro scontro, per cui non li potremo mai abbandonare al loro destino né essi potranno abbandonare noi.

E' stato importante, tuttavia, per Capitini accettare l'invito remoto di Averroè: "la religione impone l'esercizio della filosofia a chi ne ha le attitudini, e la filosofia spiega la necessità e l'utilità della religione, sia accettata con adesione spontanea, quasi sempre nel senso letterale, dai semplici, sia sviscerata, se occorre, nei suoi più intimi significati dai dotti" (Introduzione al libro di Averroè a cura di Francesca Lucchetta)

"...non potevo circoscrivermi nella mia vita, nel mio lavoro, nei miei affetti particolari e nei sacrifici quotidiani, senza pormi il problema della realtà, e società e umanità nel loro insieme, dove avvengono tanti orrori e ingiustizie e cose tristi; e mi sono teso alla fine del male, non solo di quello mio, individuale, o delle persone a me care (la famiglia in cui tanti concludono il loro sentire e la loro speranza), ma di tutto il male, anche del pesce piccolo mangiato dal pesce grande, e dell'uomo sconosciuto, straziato dall'infelicità; mi sono aperto ad una realtà che cominciasse con il valore, con la gioia, ed ecco che dal seno di questo atto colgo l'inizio, il lieve ma vero inizio della realtà liberata dai limiti e dal disvalore e dall'insufficienza in cui sono stato immerso fino al momento dell'atto religioso."

(LETTERA DI RELIGIONE nel Il Potere di Tutti, pag.198)

" Il tu non mi appare vòlto alla quando è vòlto con amore ad una precisa e concreta persona. E allora la mia apertura d'animo ad una vecchia povera, dalla faccia magra e che oramai ha appena il fiato per respirare, il mio interiorizzare la sua esistenza, che par cosa da poco, può importarmi più che non lo stabilire la positività dell'opera dei Gesuiti." (STORICISMO ASSOLUTO pag.6)

Certamente l'apertura, facile, quasi spontanea davanti alla figura della vecchia che si spegne, appare molto più difficile davanti ai volti ebeti e feroci che incontriamo nella attuale società, segnata dalla corsa sfrenata al piacere materiale. Anche se c'è differenza tra gli sguardi torvi che scorgiamo dietro i cruscotti delle auto, sguardi di persone chiuse nel loro piccolo abitacolo metallico e spirituale, pronte a uccidere come fra' Cristoforo per un sorpasso, e gli occhi della stessa persona seduta davanti a noi nella stanza di una casa.

Aprirsi ai volti tanto duri che incontriamo, interiorizzarci, come dice Capitini, con il nostro aggressore richiede una preparazione spirituale e culturale, che per ora è di pochi.

Giustamente Capitini cominciò da solo a delineare i caratteri di una riforma religiosa che sentiva necessaria, urgente, conseguente dopo il rifiuto della realtà e delle sue insufficienze.

"Se la prima metà di questo secolo ha affrontato praticamente la soluzione del problema sociale, sono convinto che nella seconda metà si farà sempre più evidente il problema religioso, e urgente la soluzione teorico-pratica.

Se non per altro, per queste due ragioni:

che si sentirà sempre più profondamente l'insufficienza culturale, morale, politica, economico-sociale delle altre soluzioni a valere come totali, cioè come concernenti la destinazione finale e totale;

che ci si incontrerà tra uomini di tutti i paesi del mondo in un'unione, che sarà prima culturale, politica, giuridica, economica, ma che non potrà non cercare anche un principio religioso.

Ed esso non potrà risultare dalla somma (poiché i valori non si trovano mai facendo la somma) o dalla mescolanza delle correnti religiose tradizionali, né dalla prevalenza assoluta di una di esse, ma piuttosto da una sintesi fatta di elementi nuovi, che utilizzano temi anteriori."

(LETTERA DI RELIGIONE nel Il Potere di Tutti, pag.209)

" Si sta formando un sacro di apertura:

1) che non ha bisogno di essere costituito da una istituzione che dia l'unzione di sacerdote;

2) che usa con tutti ed in tutte le occasioni la lingua comune da tutti intesa;

3) che ricerca, osservando l'esperienza, le leggi passate e la voce della ragione nella coscienza, ciò che è da fare, e ciò che non è da fare;

4) che è libera aggiunta dal proprio animo di unità amore con tutti, sentendoli presenti ed immortali, anche se lontani o morti;

5) che è rispetto delle opinioni di tutti; che non si organizza in parrocchie e con la dannazione di chi non ha la stessa fede, ma in centri di fede e di lavoro che danno senza chiedere in cambio, e che hanno la persuasione e la gioia di essere cosi uniti, dal centro a tutti."

(RELIGIONE APERTA pag.30)

E' chiara l'intenzione di modernizzare il discorso evangelico della montagna, ormai reso sterile dalla celebrazione e dalla liturgia; portarlo nel mondo attuale, con parole attuali e con indicazioni pratiche sulla realtà dei nostri giorni.

" La religione è farsi vicino..ai drammi delle persone.. E' spontanea aggiunta..pura offerta, non sostituzione violenta..alla capacità di decidere delle coscienze."

(VITA RELIGIOSA pag.69)

Per stare il più vicino possibile all'ultimo

" ...mi porto al suo stato di mancanza, scendo al punto di chi non ha, nego un valore assoluto all'intelligenza, alla bellezza, alla potenza, a tutto ciò che si può avere e c'è chi non l'ha, nego un potere assoluto anche alla vita, al mondo.

Mi sento all'altezza di chi non ha, sento qualcosa di comune tra me e il verme squarciato in mezzo alla via; negando con l'anima tutto ciò che è fortuna...mi prendo una rivalsa su questo mondo dove contano solo i risultati...

E se mi dicono che c'è un punto più basso, io vado lì,...io vado dove si ha meno.

Questa è l'aggiunta intima che io faccio, il libero omaggio a chi non ha potenza, il più che offro."

(VITA RELIGIOSA pag.98/99)

La vicinanza a tutti gli esseri distrutti dalla natura e dalla società diviene in Capitini la compresenza con i viventi e con i morti.

" Ecco il Vesuvio erutta lava e cenere infuocata, e copre e seppellisce Ercolano e Pompei.

C'erano esseri umani e animali, la lava è caduta su di loro, li ha fermati e chiusi, soffocandoli e carbonizzandoli. Essi svolgevano la loro vita, il loro sentire, il loro pensare, avevano fiducia nel sole e nella natura, ripigliavano la vita ad ogni mattino.

Altrove e in altro tempo la stessa cosa hanno fatto terremoti, inondazioni, incendi contro una parte degli esseri.

Ma se io mi apro ad un essere vivente volgendogli rispetto e affetto, e così ad un altro, e nell'animo sarei disposto a farlo verso tutti, arrivando all'orizzonte di tutti, non posso più accettare la natura e i suoi fatti che, senza capire, mi sottraggono una parte degli esseri.

Se arrivo all'orizzonte di tutti, se mi interessa la realtà di tutti, capisco la realtà della vicinanza di tutti fra tutti, capisco la loro compresenza."

(OMNICRAZIA nel Il Potere di Tutti pag.60-61)

"Noi andiamo avanti negli anni, e non solo non abbiamo e non acquistiamo tante cose, ma ne perdiamo anche molte che abbiamo, per es. la salute.

E' urgente che facciamo subito l'intima scelta: o vita religiosa o vita di mondo.

Se scegliamo questa, corriamo dietro a cose che ci vengono sfuggendo; se scegliamo la prima, ...avremo certamente anche certe cose del mondo, e quelle che non avremo non ci faranno afflitti, fastidiosi a noi e agli altri intorno a noi...

Ora non è bene aspettare che vengano questi colpi e allora incassarli come meglio si potrà.

E' bene, invece, fare una scelta di colpo, ora, subito attiva e non passiva, proprio quando si sta ancora discretamente, e con tutto il vigore che alla scelta viene dalla libertà, e non con la debolezza innata di ciò che è prodotto dalla necessità e dal destino.

Gesù è andato alla croce non a ottant'anni, aspettando quando non avesse che poco da perdere; ma nel fiore della giovinezza e della vita.

Scegliere subito l'atto religioso, con allegra follia di chi perderà tante cose del mondo, e con la bella contradizione di adoperarsi a che tutti abbiano le cose del mondo."

(LETTERA DI RELIGIONE nel Il Potere di Tutti, pag.307)

"...l'atto religioso è la festa; ma come ci si arriva? come ce ne nutriamo nei giorni di lavoro?

C'è il mondo e Leopardi ha detto che .

Se è chiaro che cosa è l’atto religioso, è chiaro anche che cos’è la persona religiosa (quando lo è o "uomo di Dio". Tra la persona religiosa e il mondo non c'è pace; e solo questa guerra, fredda o calda, conduce alla pace superiore."

(LETTERA DI RELIGIONE nel Il Potere di Tutti, pag.306)

" In religione vinco continuamente la tentazione di chiudermi nel gusto della mia esistenza, particolare, individualistica: e mi porto a sentire diversamente l'esistenza stessa come anima, amore per ogni altra esistenza umana, vivendo ciò che ci unisce, l'unità di esistenza.

Se io compio ciò in direzione di tutti gli esseri umani, non facendo nessuna eccezione, la mia esistenza è l'esistenza dell'umanità: quella vita che io credevo così stretta a me, la vedo estesa illimitatamente a sostegno di ogni altro essere umano: vivo proprio in atto, qui, sostanza della mia sostanza, il centro della loro vita."

(ELEMENTI DI UN'ESPERIENZA RELIGIOSA pag.61)

"....arrivare all'orizzonte di tutti, per la realtà, la società, la religione, la scuola, la festa non vuol dire trascurare i singoli esseri umani,

Bisogna, invece, muovere da ogni essere a cui possiamo dire un , dargli un'infinita importanza, un suo posto, una sua considerazione, un suo rispetto ed affetto.

Finora non si è mai fatta veramente questa apertura ad ogni essere, a un singolo essere e a un altro singolo essere, con l'animo di non interrompere mai (l'apertura).

Perché non si è avuta questa apertura precisa e infinita? Perché si è trovato il modo di appoggiarsi a qualche cosa dicendo che era più importante: i religiosi a Dio, i filosofi all'Idea universale, i politici allo Stato o alla Rivoluzione; trascurando gli esseri, anzi distruggendone alcuni senza rimorso."

(OMNICRAZIA nel IL Potere di Tutti pag.60)

" Si tratta di portare l'accento dal Tutto ai tutti. Tra i due mondi c'è una differenza, e non è possibile non vederla, perché è la morte che la stabilisce. Prima di guardare la morte posso sentirmi unito vitalmente col Tutto; dopo il tu rivolto ad uno che può morire e muore, debbo riconoscere che spostarmi verso i tutti (e la compresenza) è drammatico, perché passa per la morte."

(LA COMPRESENZA DEI MORTI E DEI VIVENTI pag.42)

Capitini comprende prestissimo che la scelta religiosa, l'apertura a tutti ha un senso soltanto se diventa un comportamento quotidiano, una situazione costante in tutti i momenti della vita, della giornata.

Non ha senso riservare alla religione il tempo dei riti e delle preghiere, e non vivere religiosamente il tempo del lavoro e degli incontri quotidiani: anzi, come spesso accade, può diventare una giustificazione fuorviante, una caduta d'impegno, specialmente se tranquillizzata dal sicuro perdono di un Dio misericordioso e dei suoi ministri, non sempre disinteressati ai nostri inevitabili peccati.

" Importa quello che è meglio fare, quello che si deve fare (il meglio, il bene, il valore). Che si trova pensandoci: la decisione avviene in sede morale, caso per caso...

La morale è l'affermazione razionale della vita, che è l'unica che ci possa essere, perché è l'affermazione di un singolo momento di vita come un bene di tutti, affermazione che dev'essere fatta per essere coerenti in qualsiasi cosa si compia."

(ANTIFASCISMO TRA I GIOVANI pag.23/24)

" Noi diciamo che un solo essere, purché sia intimamente persuaso, sereno e costante, può fare moltissimo, può mutare situazioni consolidate da secoli, può far crollare un vecchiume formatosi per violenza e vile silenzio; un solo essere può comunicare una corrente di vita nuova, di metodi nuovi, di tecniche di convivenza e di valori più alti del passato a esseri fin molto lontani, che nemmeno conosce, come un tempo un solo coraggioso ha evangelizzato regioni e nazioni; un solo essere può dare un contributo di atti, di "pratica" ...., infinitamente più valida della pratica che presume di migliorare il mondo soltanto con la "scienza" ."

(EDUCAZIONE APERTA II° pag.300)

"...tutta la gente che va ad adorare, e poi si permette di fare mille sciocchezze, anzi cattiverie; ma non sarebbe meglio che rivedesse, ripulisse, passasse al setaccio continuamente il proprio agire?"

(LETTERA DI RELIGIONE nel Il Potere di Tutti, pag.305)

"...il nostro agire (esce dal tessuto delle abitudini, dalla semplice della vita) si "realizza" veramente quando comprende:

1. la gioia di poter fare qualche cosa;

2. l'impegno ad attuare i valori (bontà, bellezza, giustizia, verità);

3. il senso che ciò che faccio è limitato rispetto all'ideale, perchè è sempre possibile un agire che lo realizzi meglio;

4. il riconoscimento che io sono in un dramma intimo tra l'esistere come individuo e la compresenza di tutti, morti, viventi e nascituri."

(COMPRESENZA DEI MORTI E DEI VIVENTI pag.273)

"...essere tutti presenti all'intima creazione dei valori, e tutti, senza il dolore di un'assenza o di uno che possa far meno, cooperare infinitamente al fare artistico, morale, sociale, alla bontà, alla umiltà, allo slancio sopra il mondo e i suoi limiti...; questo è eterno, questa è gioia."

(LA REALTA' DI TUTTI pag.60)

tratto dal sito

www.aldocapitini.it
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