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mercoledì 8 febbraio 2012

Padre Turoldo: la resistenza, la fede, la poesia



di Giovanni Bianchi

in “l'Unità” del 7 febbraio 2012

È impressionante pensare che da vent’anni dobbiamo convivere con l’assenza di David Maria Turoldo e che la voce del nuovo salmista non ci accompagni più se non attraverso i libri, un film dedicato agli ultimi e al suo Friuli e le registrazioni raccolte nel corso della sua formidabile
esistenza. E tuttavia quest’assenza non è reale, perché il messaggio di Turoldo continua a correre nella memoria e nell’impegno di chi gli fu amico, o anche solo incrociò il suo cammino di fede e di ricerca. David: l’erede del re salmista, fin dal nome che si era scelto entrando nell’Ordine dei Servi
di Maria, nella vicenda appassionata della Resistenza, nella sua vena poetica che zampillava più nella dimensione imprecatoria che in quella elegiaca, come è proprio di tutti i profeti, e che si esprimeva in versi scabri e bellissimi, colmi di suggestione, fin dalla proclamazione in limine alla
sua prima raccolta di versi : «Io non ho mani che mi accarezzino il volto / duro è l’ufficio di queste parole / che non conoscono amori…», per arrivare ai Canti ultimi scritti mentre il Drago, il tumore che lo divorava da anni, stava per ucciderlo: «La vita che mi hai ridato / ora te la rendo / nel canto».
Davvero, un «ministro e servo della Parola», come ha scritto recentemente uno dei suoi grandi amici, il cardinale Gianfranco Ravasi. Turoldo irrompe come il disturbatore nella Milano del dopoguerra, con il suo canto ininterrotto, all’insegna della convinzione che è meglio bruciare nella
ricerca che naufragare nell’immondizia.
Perché disturbare è una missione: «Finalmente ho disturbato / la quiete di questo convento / altrove devo fuggire / a rompere altre paci». Questi i versi degli «anni con la valigia», che lo costrinsero a vagare, insofferente e mal sopportato dai superiori, per mezza Europa.
Marco Garzonio, che ne ha curato l’autobiografia, ricorda che nell’omelia alla messa di mezzogiorno nel Duomo di Milano, nella primavera elettorale del 1948, iniziava sempre con la
formula: «Noi invece parliamo del Vangelo!», scandalizzando gran parte dei fedeli della grande borghesia di Milano. C’è nei suoi versi più filosofia di quanto non appaia.


La Resistenza infatti, condotta insieme all’inseparabile alter ego padre Camillo de Piaz, coincide con la frequentazione dei corsi all’Università Cattolica, destinati a concludersi con la laurea conseguita l’11 novembre 1946, con una tesi dal titolo «La fatica della ragione». Contributo per un’ontologia dell’uomo, redatta sotto la guida del professor Gustavo Bontadini. Non a caso il rapporto insistito fino alla fine con la morte e con il Nulla (scritto sempre maiuscolo).
Tematica che sta agli inizi e alla conclusione dell’incessante versificare turoldiano.


Ma cosa canta Turoldo? Dio, anzitutto: «La vera domanda che sta all’inizio di ogni discorso è Dio stesso. Dio non è una risposta, è la domanda». Sono parole scritte pochissime settimane prima della morte. La minaccia per tutti è rappresentata dal potere, per la sua propensione crescente ad essere totalitario. Ne consegue un’esigenza non soltanto interiore e infinita di liberazione: «Un sistema può
modificarsi solo se si sconvolgono le sue regole». Il medesimo sogno che anima l’utopia realizzata a Nomadelfia da don Zeno Saltini, cui Turoldo prese attivamente parte. Dai Salmi all’America Latina: popolare e terzomondista.
Perché si tratta ogni volta di dar voce all’orizzonte dei destinatari. Per questo ritorna in campo l’acuta osservazione di Andrea Zanzotto: «Turoldo sente l’irrefrenabile impulso di trascinare in giudizio la storia (e, in qualche punto, la divinità stessa). Da ciò la sua costante polemica con i
potenti, e anche con le gerarchie ecclesiastiche, ove il caso lo chieda».


Ovviamente la poesia non racconta tutto ciò, ma lo  suggerisce. Anche se nel caso di Turoldo lo fa
(quasi sempre) ad alta voce. C’è un episodio che mi si è impresso nella memoria. Siamo negli anni settanta e per la prima volta in piazza del Duomo a Milano i sindacati e il movimento studentesco confluiscono in un’oceanica manifestazione comune. Sul palco il leader della Cisl Macario che riesce a trascinare la piazza ed è subissato dagli applausi dei giovani e dei Katanga (così veniva chiamato il servizio d’ordine degli studenti dell’Università Statale). A Turoldo tocca chiudere la manifestazione. Sceglie controcorrente di recitare la preghiera di Teresio Olivelli, «Ribelli per
amore». Il suo è un invito alla nonviolenza, inaccettabile per la folla della piazza. Si levano i pugni e partono i cori: «Vietcong vince perché spara». Turoldo, che conosce benissimo l’arte di trascinare una folla, imperterrito, continua a leggere la preghiera fino alla fine, in un diluvio di fischi. È il momento nel quale l’ho ammirato di più.






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Enrico Peyretti (http://www.peacelink.it/tools/author.php?=63) (www.ilfoglio.info) (www.serenoregis.org) (http://cisp.unipmn.it)
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