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sabato 28 novembre 2009

«Clandestini», ecco il business di Salvatore Palidda

da Il Manifesto del 28 Giugno 2003

A fare affari con l’immigrazione irregolare non sono gli scafisti, piccoli criminali, ma gli imprenditori (anche leghisti) e il comparto poliziesco-militare. L’esempio della frontiera tra Messico-Usa. L’Ue è ancora indietro ma l’Italia, regno del «sommerso», si adegua. E al tempo delle delocalizzazioni agli stranieri conviene farsi sfruttare qui

In quasi tutte le analisi e i commenti sugli annegamenti di migranti, sull’invocazione da parte dei Bossi e Borghezio di una sorta di Bava Beccaris del XXI secolo e sulle lacrime di coccodrillo del centro-sinistra, c’è una singolare ignoranza. Probabilmente è dovuta alla difficoltà di spiegare l’apparente, mostruoso paradosso che riguarda sia le relazioni fra paesi dominanti (e di immigrazione) e paesi dominanti (di emigrazione), sia la coesistenza di fatto della guerra ai clandestini e il crescente bisogno di manodopera clandestina. E’ lo stesso paradosso che fa coesistere la pace e la guerra nella nuova strategia dell’impero americano (nella cosiddetta postura della Full Spectrum Dominance). In realtà, l’Europa non riesce ancora a barcamenarsi al meglio nel paradosso, come invece sembrano riuscire a fare gli Stati Uniti. Basta ricordare alcuni che da più di 15 anni gli States hanno fatto diventare la guerra alle migrazioni (in particolare sulla frontiera messicana) un business straordinario sia per le imprese private sia per la lobby degli sbirri federali e dei singoli stati. Ma come candidamente ammettono i responsabili dell’Immigration and naturalization service e i grandi esperti del governo Bush, l’immigrazione clandestina negli States è oggi (maggio 2003) stimata fra gli otto e i dieci milioni di cui quattro-sei milioni messicani (era stimata a circa cinque milioni nel `99 - si veda convegno OCSE all’Aja Preventing and Combating the Employment of Foreigners in an Irregular Situation. 22-23 Aprile `99). Anche se spesso si tratta di stime gonfiate per legittimare business e carriere poliziesco-militari, è comunque noto che, come scrivono gli esperti del Congresso (fra cui quella della Rand Corporation), la riproduzione della manodopera clandestina è indispensabile all’economia americana: i nuovi arrivi si sommano ai ritorni all’irregolarità da parte di chi per diverse cause ha perso i requisiti del rinnovo del permesso (anche in Italia, succede ogni anno circa al 30 per cento degli immigrati). Ma questa riproduzione si accompagna a migliaia di morti e a milioni di arrestati e deportati nel tentativo di immigrare negli States. Solo alla frontiera messicana, negli ultimi tre anni, si contano 377 morti e 1,6 milioni arrestati nel 2000, 336 morti e 1,2 milioni di arrestati nel 2001, 350 morti e 900 mila arrestati nel 2002. Tuttavia questi morti, come i migranti annegati o morti sui containers nel tentativo di venire in Europa, fanno notizia solo come tentativo di dissuasione di quelli che aspirano a partire. Per il resto sono come i morti afgani o iracheni o palestinesi: non valgono nulla. Nessun giornalista o opinion leader ha scritto che è la nuova «cortina di ferro» eretta dai paesi dominanti contro le società dominate a produrre questi morti, non meno numerosi dei morti della cortina di ferro del totalitarismo sovietico. Dopo l’11 settembre la situazione s’è ancor più aggravata, soprattutto per gli immigrati originari di paesi considerati musulmani e persino per quelli che hanno un permesso regolare. In compenso il lavoro del clandestino è remunerato ancora di meno.

L’Italia impara in fretta

L’Italia può essere considerata in Europa il paese che cerca di avvicinarsi di più al «modello» americano, giocando di fatto il suo paradosso «alla meno peggio». Primo paese, insieme alla Grecia, per il tasso di economie sommerse sul prodotto nazionale lordo (30 per cento circa), l’Italia conta fra sei e otto milioni di persone che bazzicano integralmente o in parte nel lavoro nero. Fra queste, gli stranieri clandestini rappresentano ovviamente una minoranza, ma sono i più ricercati, notoriamente dai caporali padani, che li trasportano dalle cinque di mattina sino a tarda sera con centinaia di furgoncini, lamentandosi per i controlli di velocità da parte di alcune polizie municipali e di qualche rara e per loro intollerabile ispezione sui cantieri o nelle fabbrichette. Non a caso con la sua devolution, Bossi rivendica il controllo delle polizie a livello locale, ossia una gestione della discrezionalità propria alle polizie che sia al servizio dei suoi elettori, piccoli imprenditori padani che vogliono la totale libertà di agire e una polizia che, se necessario, espella subito il clandestino che non va più bene o perché troppo usurato o perché alza troppo la testa. La manodopera al nero necessita infatti di un alto turn-over sia perché la maggioranza non regge i ritmi di lavori massacranti e spesso altamente nocivi o a rischio (si pensi all’aumento degli incidenti sul lavoro, comprese le morti ignote che riguardano spesso gli stranieri clandestini), sia perché alcuni cercano di crearsi un minimo potere contrattuale (si pensi a Ion Cazacu per questa ragione bruciato vivo dal suo caporale che lavorava per gli imprenditori padani - si veda Sciuscià, 2000). E come si mostrava bene in quella puntata della trasmissione di Santoro, i padroncini padani che sfruttano maggiormente i clandestini sono gli stessi a reclamare le cannonate contro le barche dei migranti, così come a gridare contro la sanatoria.

Ma leghisti e altri della maggioranza hanno anche trovato un formidabile escamotage per limitare il più possibile la regolarizzazione che, comunque, a detta dello stesso Tremonti, è diventata uno straordinario business per lo stato e per ogni sorta di mercanti e truffatori della regolarizzazione (si può stimare che in realtà siano stati circa 350 mila gli immigrati che hanno dovuto presentare più volte la domanda spendendo in media non meno di 4.000 euro a testa, per un giro d’affari totale di 1.400.000.000 euro di cui più di 245.000.000 direttamente allo stato, versati cioè alla posta). Infatti la sanatoria va a rilento e una buona parte dei regolarizzandi finisce per perdere i requisiti e tornare nella clandestinità (la riproduzione è assicurata) oppure viene espulsa grazie alla Bossi-Fini o ad operazioni fatte alla svelta senza testimoni e senza traccia burocratica da parte di alcuni operatori delle polizie che hanno ben recepito il messaggio di un governo che comunque li «copre» (la stessa copertura che spiega anche le torture e il massacro dei manifestanti anti-G8 a Genova nel 2001). Meno male che tra gli operatori delle polizie ve ne sono anche alcuni democratici che, sebbene isolati e minacciati, cercano di resistere.

Padani, padroni e padroncini

Non mancano poi padroncini e caporali (fra cui anche alcuni immigrati ascesi a tale rango: è sempre comodo far fare il lavoro sporco allo straniero) che il giorno della paga chiamano qualche operatore di polizia che si presta per fare scappare i lavoratori clandestini ed evitare così di pagarli. Nella logica d’inferiorizzazione e segregazione dei migranti va segnalata l’ultima perla della giunta di Milano: il decreto che sottrae agli immigrati l’unico momento e luogo di socialità, ossia gli incontri domenicali nei parchi pubblici. Del resto, l’integrazione, che dovrebbe essere finanziata distribuendo alle regioni la trattenuta dello 0,5 per cento sulle buste paga degli immigrati (legge Turco-Napolitano), s’è trasformata in ben altro. Contributi per i centri espellendi, per le espulsioni, per gli amici degli amici ciellini o persino di An e della Lega che hanno creato ad hoc associazioni e cooperative per «occuparsi» degli immigrati, e infine per sostenere le delocalizzazioni come hanno proposto i leghisti alla regione Veneto (en passant, non esiste ancora un’inchiesta su come sono spesi i soldi degli immigrati e su quanto costa una politica migratoria che riproduce clandestini e morti). I padroncini della «Padania» e di altre zone d’Italia e d’Europa da tempo hanno scoperto anche un’altra manna: le delocalizzazioni in cascata di ogni sorta di attività nei paesi «terzi». I big come Benetton, così come i magliari, gli evasori fiscali o i bancarottieri, girano senza intoppi nei paesi d’emigrazione dove comprano facili connivenze fra governanti, mediatori (o power-brokers) e caporali locali per organizzare sul posto il supersfruttamento in condizioni ancor più libere, con profitti di gran lunga più ingenti di quelli realizzati con le economie sommerse in Europa (basti pensare che una donna che lavora nel sistema Benetton o di altre firme e imprese italiane ed europee in Tunisia o a Timisoara riesce a prendere fra i 60 e i 100 euro al mese lavorando 6 giorni su 7, fra 8 e 12 ore al giorno). Ma mai nessuno ha denunciato la frode comunitaria che consiste nell’importazione da paesi terzi di prodotti finiti con le etichette «made» nei vari paesi europei. E purtroppo nessun sindacato europeo ha mai cercato di costruire unità d’azione con i sindacati di questi paesi e in particolare del Magreb. Di fatto, oggi più che mai qualsiasi padroncino, qualsiasi turista europeo può andare nei paesi d’emigrazione come e quando vuole ed agire in piena libertà, compresa quella di schiavizzare. Non si tratta forse di una sorta di neo-colonialismo in versione liberista? È anche questo nuovo sviluppo infame a provocare una nuova spinta all’emigrazione. Perché stare in Tunisia o in Romania a fare gli schiavi per padroncini italiani ed europei senza poter reclamare alcun diritto e non tentare la fortuna di venire a lavorare in Europa? Perché restare in mezzo al disastro umano e sociale e il rischio di morte in paesi come la Somalia o il Congo e non rischiare di venire in Europa anche se a costo della vita? Perché qualsiasi italiano ed europeo può andare nei paesi di emigrazione e invece gli abitanti di questi paesi non possono andare nei paesi ricchi neanche per andare a trovare i parenti? Queste sono le domande che si pongono sempre più migliaia di giovani disgustati dall’asimmetria dei diritti e delle opportunità imposta dall’attuale assetto del dominio dei paesi ricchi (si veda «L’indotto di Abdel», il manifesto dell’11 ottobre 2002). Oggi più che mai la migrazione è innanzi tutto aspirazione all’emancipazione economica, sociale ma anche politica e religiosa. Si emigra per disperazione e per fuga dalle guerre, ma innanzi tutto per cercare di trovare altrove quello che appare impossibile laddove si vive: l’emancipazione. Come ha raccontato il sociologo Mahdi Mabrouk nel recente convegno della Lega Tunisina dei Diritti dell’Uomo tenutosi (Tunisi, 30-31 maggio 2003), nel mondo degli aspiranti alle migrazioni costrette alla clandestinità dal proibizionismo fascista europeo si trova infatti un’umanità segnata dall’aspirazione alla vera libertà di tutti, cantata in loro canzoni ray o rap o neo-blues ormai note sui percorsi e sulle coste turche, libiche o del Magreb. Sono forse questi, senza saperlo, con i loro nuovi canti dell’emancipazione del XXI secolo, la componente giovane dei Sud che partecipa di fatto al movimento contro il liberismo globalizzato e contro la guerra, per i diritti fondamentali di ogni essere umano. E contro questa aspirazione all’emancipazione si scagliano i nuovi Bava Beccaris, così come fecero alla fine del XIX secolo quando sparavano sulle folle che rivendicavano pane e diritti. I signori leghisti e buona parte degli elettori europei (anche di centro-sinistra) sanno bene che i loro attuali privilegi, reali o immaginari, sono fondati sull’inferiorizzazione o neo-schiavizzazione degli «altri», degli extra-comunitari, cioè sulla certezza del dominio. La paura di perdere i privilegi e l’agitazione nella salvaguardia di questo conduce alla guerra alle migrazioni, cioè a quello che Z. Bauman chiama la distruzione dell’eccedente umano, di quegli umani che non servono più o che non accettano passivamente di essere inferiori.

La colonizzazione poliziesca

I governi europei pretendono che i paesi limitrofi all’Ue si trasformino in sbirri implacabili contro i migranti, insomma che facciano il lavoro sporco. Come aveva proposto uno dei più mediocri ministri dell’interno italiani degli ultimi decenni, Bianco, anche Blair, tanto amato da certi leader del nostro centro-sinistra, propone di creare nei paesi limitrofi all’Ue campi di concentramento per migranti espulsi, così come del resto ha fatto il suo governo, collocando alcuni detenuti sulle navi-galera di vittoriana memoria. Il mercanteggio proposto è esplicito: voi paesi terzi «gestite» o eliminate un po’ di aspiranti all’emigrazione e quelli che espelliamo e in compenso vi daremo un po’ di finanziamenti per le vostre élite, per le vostre polizie, per la salvaguardia dei vostri regimi (si pensi quanto sia allettante per i Ben Ali & C.). Ma i regimi di questi paesi non possono stringere sempre e troppo le maglie. A volte le allentano per rilanciare il mercanteggio, ma spesso sono costretti a lasciar correre perché la situazione rischia di diventare ancor più esplosiva. L’emigrazione è una valvola di sfogo utile per tamponare la tensione sociale e politica, specie per regimi autoritari. Peraltro, se dall’Albania non partono più clandestini è perché da un lato la spinta all’emigrazione si è per buona parte esaurita, dall’altro perché le mafie locali sembrano aver negoziato con i servizi segreti europei una certa libertà di traffici di droga e altro in cambio del loro attivo controllo di quella piccola e media delinquenza che si occupava di traffico di clandestini (diverse «spalle» di ministri albanesi sono notoriamente coinvolti in traffici diversi e hanno viaggiato con passaporti diplomatici - si veda l’illuminante reportage di L. Fraioli e A. Giordano, «L’eroina ? Da Tirana viaggia in auto blu», in Venerdì di Repubblica, 767/29, 11.2002, pp. 42-47). Appare comunque assai fantasioso che la grande criminalità organizzata sia veramente interessata al traffico di migranti. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta solo di piccoli o al massimo medi delinquenti improvvisati passeurs, spesso senza scrupoli ma non al servizio delle grandi mafie. Basta notare che di fatto i passaggi clandestini (eccetto quelli dei cinesi) costano meno che una migrazione regolare! Il proibizionismo delle migrazioni, come ogni proibizionismo, ha un effetto criminogeno e produce morte. Questa considerazione indiscutibile è stata sempre ignorata o respinta dal centro-sinistra che ha di fatto spianato la strada all’attuale destra fascista e razzista (come dimenticare la Kater Y Rades durante il governo Prodi e d’altre vicende orribili «gestite» dai D’Alema, Amato, Turco & C.). Nei prossimi mesi alcuni migranti saranno forse salvati dall’oscillazione fra il liberismo moderato che sembra ora voler perseguire Pisanu e la guerra totale dei leghisti.

[ sabato 28 giugno 2003 ]

Sono trascorsi più di sei anni da quando Palidda ha pubblicato questo articolo su il manifesto. Occorerrerebbe aggiornare qualche nome, ritoccarlo qua e là, ma la sostanza non cambia gran chè. A dire il vero la lega alza il tiro (per diversi motivi, quasi tutti interni alla destra: viibilità, contare di più, ricatto ecc. ecc.), pescando sempre nel torbido e proponendo misure che, come il caso della cassa integrazione limitata per gli stranieri, anche loro sentonoil dovere di ritirare -solo per una questione di marketing politico-elettorale, mica per altro...

un'ultima annotazione anche l'ultimo dirigente leghista sa benissimo che, senza immigrati (regolari e irregolari, ma soprattutto irregolari, crollerebbe la nostra economia (e non solo quella: pensate un po' alle badanti...)

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