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mercoledì 21 ottobre 2009

le ciambelle di Homer piacciono anche a Dio: Brunetto Salvarani e i Simpson

Ogni tanto io e Brunetto ci scambiamo cordiali mail. Siamo in contatto da quando padre Ottavio Raimondo, allora direttore della EMI di Bologna, mi ha regalato il suo L'ora delle religioni (un volume di cui ogni tanto parlo e che consiglio ai lettori).
Ora volevo pubblicare qualche scritto di Brunetto su questo blog. Se qualcuno pensa che i teologi (cattolici, in questo caso) siano persone noiose, si sbaglia di grosso: tant'è che lo scritto che pubblico oggi (tratto dall'Avvenire: speriamo che Feltri non se ne accorga!) parla della religiosità dei Simpson. Visto che siamo in tema vi confesso una cosa: guardo poco la tv. Una sola trasmissione cerco di non perdere e sono proprio loro: la famiglia che dissacra il mito americano...anche se ogni tanto mi danno un po' di fastidio per il loro nichilismo...
In ogni caso, godetevi questo articolo (e leggete i libri di Salvarani: uno che ha intitolato un volume Da Bart a Barth -il primo personaggio dei fumetti, il secondo teologo protestante- non può che essere un tipo simpatico...


Le ciambelle di Homer piacciono anche a Dio
di Brunetto Salvarani

in "Avvenire" dell’11 maggio 2008

Prima tessera. A giugno del 2007, una curiosa notizia compariva sulle pagine del quotidiano britannico Sunday Telegraph. Vi si leggeva, infatti, che di lì a breve alcuni fra i più giovani fra gli appartenenti alla Chiesa anglicana avrebbero ricevuto in dono un volume intitolato Mixing it up with The Simpsons, in cui le tematiche cruciali della fede cristiana sarebbero state affrontate tramite il ricorso ad alcuni episodi della celebre famiglia seriale. Autore del coraggioso (e rischioso) tentativo era il teologo-catecheta Owen Smith, che per spiegare L’impresa si faceva forte di un’inchiesta specializzata, in cui si mostrava come tra il 2000 e il 2005 le presenze di under 16 alle attività della sua chiesa fossero calate del 12%, con una tendenza costante di abbandoni... Grazie a un riferimento all’impazienza proverbiale del piccolo Bart nell’attendere l’agognata irruzione in famiglia del suo mito scalcagnato, il clown Krusty, ad esempio vi si discute dell’attesa del secondo avvento (quello definitivo) del Cristo Signore, mentre l’amicizia fra gli abituali compagni di sbronze Homer e Bamey rappresenta l’occasione per ragionare sulla possibilità di intessere, bene o male, delle relazioni forti e durature, contro i rapporti liquidi che dominano il nostro tempo. Il testo di Smith non fornisce solo insegnamenti, ma anche suggerimenti pratici: ad esempio, quello di porre davanti ai giovani aspiranti cristiani un piatto di ciambelle (il cibo di gran lunga preferito dallo stesso Homer) con la scritta «Non toccare», per provare alla grande la loro resistenza alle tentazioni. L’iniziativa, singolare ma non peregrina, ha immediatamente trovato consensi in alta sede: il vescovo anglicano di Oxford, John Pritchard, ad esempio, ne ha colto la prossimità al filone della cosiddetta teologia narrativa, dichiarando prontamente che «dando agli educatori risorse che riflettono la cultura popolare, li aiuteremo a diventare narratori per una nuova generazione». C’è da immaginare, senza troppi consensi presso i settori più tradizionalisti dell’anglicanesimo... Già da tempo, peraltro (ecco la seconda tessera), la massima autorità spirituale di quella Chiesa, l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, esperto di patristica e del pensiero russo contemporaneo, autore fra l’altro di uno dei più affascinanti libri sui racconti evangelici della risurrezione, aveva sdoganato la banda Simpson, confessando la propria – sanissima, sia chiaro – passione, fino a dichiarare che essi starebbero «dalla parte degli angeli». Le cronache spiegano poi che ai suoi figli (è sposato con una professoressa di teologia) egli sconsiglierebbe di seguire le edificanti gesta di Topolino e colleghi della Disney, invitandoli a preferire la ben più irriverente e corrosiva combriccola gialla, giudicata con logico, anglosassone e paradossale humour «un modello di virtù». Terza tessera, infine. Qualche mese fa, il vescovo irlandese Donald Murray, della diocesi di Limerick, nell’Irlanda centro occidentale, ha a propria volta pubblicamente elogiato la serie dei Simpson, dichiarando che si tratta di uno dei pochi programmi televisivi in cui i protagonisti vanno in chiesa (verissimo, ovviamente). La religione, ha spiegato il vescovo intervenendo a un convegno su religione e vita secolare nell’Irlanda contemporanea, non compare mai in nessun altro programma, si tratti di sceneggiati televisivi o soap opera, compresi quelli prodotti in Irlanda.
Da quando l’emittente irlandese Rte ha smesso di trasmettere la famosa soap dal titolo Glenroe alcuni anni fa, non esisterebbero più serie televisive dove i personaggi si recano a messa (beh, tecnicamente è una «santa Cena», o più semplicemente un culto, ma non sottilizziamo). Esprimere ad alta voce la propria spiritualità e religione è divenuto ormai fonte di imbarazzo, ha ammesso poi monsignor Murray, e la fede appare in pubblico soltanto come ragione di litigi o scandali. «Siamo passati da una società dove la fede e le manifestazioni pubbliche della fede erano la norma a una società che è imbarazzata, per usare la parola meno forte, da qualsiasi dimostrazione pubblica della religione», ha infine dichiarato il presule. Facciamo ora il punto: si tratta solo di tre tessere di un puzzle curioso ma del tutto casuale, di un segnale vistoso di spaesamento sui linguaggi catechetici, o c’è qualcosa di più intrigante sotto? Prima di rispondere, stiamo ai fatti: quello difficilmente contestabile è che nell’orizzonte di questo pianeta piatto, colonizzato all’inverosimile dall’ipertecnologia e dall’insicurezza allo stato puro, i Simpson rappresentano un qualificato bene-rifugio, condivisibile, interclassista e gustabile a poco prezzo. Un serial sui generis adorato dai piccoli schermi di tutto il mondo e in grado di mettere d’accordo giovani e adulti, intellettuali e coatti, apocalittici e integrati; un soggetto tipicamente americano, ma al contempo universale, globalizzabile e trasversale: una famiglia media della working class in una città di media provincia.
Litigarella, rumorosa, ma soprattutto normale: a conti fatti, non è un merito piccino... Una famiglia che ha bucato lo schermo, come si usa dire, fino a costituire sovente lo sfondo integratore di quel che resta del dialogo all’interno delle nostre, di famiglie: col papà che, giovanilisticamente, apostrofa con un «Ciucciati il calzino!» il ragazzino di casa, e la mamma che, di rimando, gli regala – per non essere da meno – un bel «Brutto Bacarospo..». Nulla di strano, pertanto, che affollino già il mercato editoriale numerosi testi volti a elogiare le «magnifiche sorti» simpsoniane, anche su quello nostrano. Il mio obiettivo è però di riflettere – a bassa voce, e senza pretese di esaustività – sul loro rapporto, invero non banale, con le dinamiche della religione (e delle religioni): e non, chiariamolo da subito, di santificarli, beatificarli, osannarli, eccetera, ma neppure di sentenziare che questa sarebbe l’unica chiave di lettura per la serie.
Che l’operazione di interpretarla con un simile filtro, peraltro, non dovrebbe suonare tanto balzana lo rileva lo stesso Matt Groening (vale a dire il creatore della serie), tutt’altro che sorpreso di fronte al, solo all’apparenza, singolare incontro, fino a dichiarare: «La gente di destra si lamenta sempre che non si parla abbastanza di Dio in televisione, ma i Simpson non solo vanno in chiesa, ma gli capita pure di parlare di Dio». Certo, senza esagerare... E dunque senza rischiare il sacrosanto rimprovero di un grande teologo del Novecento protestante tedesco, Dietrich Bonhoeffer, che diffidava con ottime ragioni di quanti hanno sempre la parola Dio sulle labbra, ma poi non se ne fanno coinvolgere più di tanto a livello di scelte quotidiane: tanto da trovarsi più a proprio agio, semmai, con le persone non-religiose... Così, una banale aggiunta di una lettera, per di più quella nota da noi come la consonante muta, ci trasporta da un campionissimo della beffa e dell’irrisione altrui, il piccolo Bart Simpson, icona gaglioffa ma adorabile dell’odierna cultura pop (qualsiasi cosa tale definizione possa significare), a un sicuro gigante della teologia moderna: il calvinista Karl Barth, nato a Basilea nel 1886 e morto nel 1968, autore di un Commento alla Lettera ai Romani di Paolo che influenzerà tutto il discorso su Dio nel «secolo breve». Del quale si narra, a proposito di humour, che, informato della dichiarazione pubblica di Giovanni XXIII secondo cui Barth sarebbe senz’altro il più autorevole teologo del Novecento, avrebbe commentato brillantemente: «Beh, a questo punto forse dovrò rivedere il mio pensiero sull’infallibilità papale...».

Il LIBRO
«Da Bart a Barth»: Brunetto Salvarani e la sorprendente fede alla Matt Groening.


«Da Bart a Barth»: ammicca fin dal titolo il nuovo lavoro di Brunetto Salvarani, in uscita da domani (allora, nota mia) per la Claudiana (pp. 160, euro 12,50) e in cui l’autore vuol tracciare «una teologia all’altezza dei Simpson», ovvero riabilitare dal punto di vista religioso la famiglia più irriverente del pianeta. Del resto il teologo Salvarani non nuovo a imprese del genere: ha infatti già scritto altri libri per l’«uso positivo» di fumetti come Tex Willer, Dylan Dog, Nathan Never e Martin Mystère. Nel volume si prendono in esame uno dopo l’altro i personaggi della
fortunata serie ideata da Matt Groening, analizzandone i legami - espliciti o no - col messaggio
cristiano. E i risultati sono sorprendenti.
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