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lunedì 26 ottobre 2009

Appello a S.S. Benedetto XVI

A S.S. Benedetto XVI

Santo Padre,
mi permetto indirizzarle il seguente appello contro la liceità della pena di morte prevista dalle leggi umane affinchè, dall'alto della sua autorità morale, possa persuadere i Capi di Stato in cui tale pena è ancora in vigore.
La ringrazio per l'attenzione che vorrà riservare e la sollecitazione in tal senso che potrà rivolgere ai Suoi Collaboratori.
Con molta deferenza.
Ernesto Miragoli - Como


Essa è una pratica di "Tortura fisica e mentale", e, in quanto tale, condannata dal Concilio Vaticano II (Gaudium et spes n° 27).
Se, l’art. 2261 del Nuovo Catechismo afferma che: " La Scrittura precisa la proibizione del quinto comandamento: <<>> (Es 23,7), è conseguenziale che: "Il comandamento : Non uccidere ha valore assoluto quando si riferisce alla persona innocente" ( Evangelium vitae. n° 57) e valore relativo quando si riferisce alla persona colpevole. Infatti, l’art. 2267 del Nuovo Catechismo conferma che : "L’ insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’ identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte".
La Chiesa, dunque, riconosce all’autorità pubblica il potere di applicare la pena di morte, nei confronti delle persone colpevoli, perché "la Scrittura", e più, precisamente, il versetto 7 del capitolo 23 dell’Esodo: <<>>, preciserebbe che il comandamento: "Non uccidere" è stato formulato da Dio per proteggere la vita delle persone innocenti, ma, non le colpevoli.
Ma la Chiesa è proprio certa che questa dottrina, così inumana, sia conforme alla legge divina e non sia, piuttosto, frutto di conformazione umana?
Se di fronte alla legge umana, tutte le persone sono considerate uguali: "La legge è uguale per tutti", quanto più, tutte le persone, dovrebbero essere considerate uguali di fronte alla legge di Dio, che possiede carattere universale?
Mentre, per il Catechismo, di fronte alla legge divina: "Non uccidere", le persone non sono considerata tutte uguali, ma, a priori, separate le buone dalle cattive, e proprio le cattive, per le quali Dio ha istituita la legge, defraudate dai benefici.
In realtà, "La Scrittura", di cui parla il Catechismo, che "precisa la proibizione del quinto comandamento", si riduce ad un versetto dell’ Antico Testamento: <>, formulato, peraltro, in modo incompleto, infatti, citato per intero : <<>> (Es 23,7), rivela la vera intenzione dell’autore sacro, che non è certo quella di voler precisare la proibizione del quinto comandamento, come dichiara il Catechismo, ma formare le coscienze umane al giusto comportamento morale che devono assumere i soggetti giuridici nell’ambito di un processo penale : Dio vieta, categoricamente, ai giudici e ai testimoni, di ricorrere a parole false per deviare il corso della giustizia, provocando la condanna dell’innocente e l’assoluzione del colpevole. Intenzione che, l’autore sacro sottolinea anche con il versetto precedente: <<>> (Es 23,6).
Tra l’altro, non spetta all’Antico Testamento stabilire le verità divine in materia di fede e di morale, ma al Nuovo Testamento, mentre in esso non vi è un solo versetto che autorizzi la Chiesa a legittimare la pena di morte, una pena di natura vendicativa, assolutamente, contraria al perdono, che costituisce il D N A dello spirito cristiano.
Unitamente alla pena di morte, anche "la tortura" è stata considerata dalla Chiesa, moralmente lecita, solo con il Concilio Vaticano II è stata, finalmente, esclusa e condannata.
Prima, però, che fosse rigettata, un numero di persone, che solo Dio conosce, ha dovuto soffrire atrocità incredibili e tante di esse sono morte a causa di questa dottrina legittimata dalla Chiesa.
Ora, però, che il Concilio si è espresso in modo autentico e ufficiale contro tutte: "…le torture inflitte al corpo alla mente…ledono grandemente l’onore del creatore" (Gaudim et spes .n° 27) può, la Chiesa, continuare a considerare lecita la pena di morte? Non è forse la pena di morte una pratica di tortura, inflitta al corpo e alla mente?
Ecco come, a tal proposito, si esprime Suora Helen Prejean che ha seguito fino al patibolo molti condannati a morte: "Non importa se gas, sedia elettrica, iniezione. Il fatto è che esseri umani lucidi, che hanno un’immaginazione, anticipano quel momento mille volte e mille volte muoiono prima di morire davvero".
E, il giudice William Brennam, a seguito di una condanna a morte sulla sedia elettrica, ebbe a dichiarare: " Le mani diventano rosse, poi bianche, e i nervi del collo sporgono come corde di metallo…Gli arti, le dita delle mani e i piedi, il volto, si contorcono violentemente. La forza della
corrente è tale che i bulbi oculari fuoriescono dall’orbita. Spesso il condannato defeca, urina, vomita sangue e bava. Talvolta prende fuoco, e frequentemente il corpo è orrendamente ustionato".
Gesù, in qualità di nuovo legislatore ha ridonato al quinto comandamento la sua purezza originaria. Altro che precisazioni di sorta, Egli condanna, non solo, la violazione del quinto comandamento, citandolo esattamente come uscito dalla bocca di Dio : " Non uccidere ", ma pone sullo stesso piano dell’omicidio anche gli impulsi e le reazioni che potrebbero favorirlo (Mt 5,21 – 22).
La pena di morte è, pertanto, anch’essa una orrenda pratica di tortura "contro la vita stessa" che lede "grandemente l’onore del creatore" (Gaudium et spes n° 27).
 
 
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