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martedì 27 gennaio 2015

PER IL GIORNO DELLA MEMORIA.

Parlar di alberi, di questi tempi: brevi riflessioni sul comportamento insegnante, la scuola, la guerra, la Shoah, il terrorismo, la pace.
«Quali tempi sono questi, quando/discorrere d’alberi è quasi un delitto,/perché su troppe stragi comporta il silenzio!» così si lamenta Bertolt Brecht, in una nota poesia: A color che verranno. A questi versi, vorrei collegarne un altro poeta tedesco, Novalis, a dir poco profetico: «chi brucia i libri finisce per bruciare anche gli uomini» In poche parole è racchiusa la parabola nazista iniziata coi roghi di libri (e di opere d’arte “degenerata”) e conclusasi (?) con i campi di concentramento. Ma, si sa: il ventre che ha partorito il mostro è sempre fecondo!
Alla vigilia del Giorno della Memoria e all’indomani delle stragi in terra francese come si può parlare di questi fatti ai bambini, a color che verranno? Come dire? E cosa dire?
C’è un filo, nero, che lega le stragi naziste a quelle perpetrate dall’Isis: si tratta di  una incultura che affonda le sue radici ancora più indietro nel tempo: è quella dell’intolleranza, dell’etnocentrismo, del razzismo, della prevaricazione, dell’odio. Basta ripercorrere la storia del Secolo breve, il Novecento, per vedere come sia costellato di massacri, a partire da quello degli Armeni, solitamente ignorato dai manuali scolastici, a quelli odierni. Ma prima ancora, occorre ricordare da un lato la strage dei nativi americani – le giustificazioni avanzate dai colonizzatori fornirono la base del razzismo nazista come ad esempio, la tematica dello ‘spazio vitale’, e alla sua eugenetica -  dall’altro le atrocità compiute dai colonizzatori e ‘civilizzatori’ europei nel resto del mondo (basti pensare ai delitti commessi dai belgi in Congo o degli italiani in Eritrea, per fare due soli esempi).
Occorre allora, prima di parlare ai bambini, interloquire con gli insegnanti e i genitori, gli educatori dunque. Il filosofo tedesco Theodor W. Adorno ha riflettuto su questi temi in un breve testo, L’educazione dopo Auschwitz (ora in Kaiser, 1999: 303-321) dove leggiamo: «L’educazione avrebbe un senso in generale, solo allorché fosse un’educazione all’auto-riflessione critica» (ibid.: 305) e che  «l’educazione che volesse impedire la reiterazione di siffatto orrore dovrebbe quindi di necessità concentrarsi sulla prima infanzia» (ibid.: l.c.)[1]. L’educazione, che ha per centro la formazione dell’uomo, rifugge ogni forma di condizionamento per cui il filosofo precisa che quando parla di educazione dopo Auschwitz, si riferisce «a un complesso di due fattori: innanzitutto all’educazione nella prima infanzia; e in secondo luogo al rischiaramento universale che dà origine a un clima spirituale, culturale e sociale che non ammette alcuna reiterazione dell’orrore, un clima dunque in cui i motivi che hanno condotto all’orrore vengano in  qualche modo conosciuti» (ibid.: 306-307). Ammette di non avere «la presunzione di abbozzare anche solo nei suoi lineamenti essenziali il progetto di una simile educazione» (ibid.: 307), per cui dobbiamo inventarla o, meglio, costruirla con gli strumenti che abbiamo a disposizione. Adorno scrive che «l’unica vera forza contro il principio di Auschwitz potrebbe essere l’autonomia […] la forza che spinge verso la riflessione, l’autodeterminazione, il non-fare ciò che altri fanno» (ibid.: 308). Strumenti, quelli citati, che possono essere utilizzati contro «l’istinto gregario della […] lonely crowd, della folla solitaria» (ibid.: 318) istinto che conduce a quella «incapacità di identificazione [che] è stata senza dubbio la condizione psicologica più importante perché sia potuta accadere una cosa come Auschwitz» (ibid.: l.c.). Lo studioso giunge alla conclusione che bisogna (ri)scoprire «quel calore cui tutti aspiriamo» (ibid.: 318) e aggiunge: «i molto denigrati utopisti[2] lo hanno intuito. Così Charles Fourier ha definito l’attrazione come un qualcosa che si esplica come forza di avvicinamento solo attraverso un ordinamento sociale umano; egli riconobbe anche che questa situazione è possibile solo qualora le pulsioni degli uomini non siano più represse, bensì soddisfatte nella loro libertà di manifestarsi. Se qualcosa può giovare contro la freddezza come condizione del male, questa è la presa della visione delle condizioni che mettono in atto la freddezza stessa, e il tentativo, attuato innanzitutto nella sfera individuale, di contrastare queste condizioni» (ibid.: 318-319). Compito non semplice: di questa difficoltà è ben conscio il filosofo che invita a cercare «le possibilità concrete di resistenza» (ibid.: 320). Gli strumenti per questa resistenza sono indicati dalla vita e dall’opera di educatori come Martin Buber, Aldo Capitini e don Lorenzo Milani. Tre maestri in cui riflessione filosofica e attività politica quotidiana si sono intrecciate inestricabilmente. Certo non si può fermare il nazismo o il terrorismo solo con i libri e la conoscenza: occorre costruire, o ampliare il più possibile e diffonderla capillarmente, una cultura del rispetto, del riconoscimento dell’altro, dell’accettazione[3] che permetta di rompere il circolo vizioso per cui ci sono «uomini che in fondo fanno, proprio perché sono schiavi, ciò per cui perpetuano la loro schiavitù, degradando così se  stessi» (ibid.: 321).
E, riprendendo il testo poetico di Brecht citato in apertura, A coloro che verranno, terminiamo queste brevi e incomplete riflessioni, con il finale della poesia: «Ma voi, quando sarà venuta l’ora/che all’uomo un aiuto sia l’uomo,/pensate a noi/ con indulgenza».
Giuliano Falco
Bibliografia
Adorno Theodor W.
1969 Erziehung nach Auschwitz  in Stichworte. Kritische Modelle, Frankfurt a.M., Suhrkamp, ora in Kaiser (ed.), 1999

Kaiser Anna (eds.)
1999 La Bildung ebraico - tedesca del Novecento, Bompiani, Milano



[1] In queste brevi note si accomunano la Shoah e la violenza in genere (guerre e terrorismo) non per sminuire la prima ma per sottolineare come sussista un sostrato comune, un brodo di coltura per queste atrocità
[2] Si riferisce ai socialisti utopisti, denigrati da Marx ed Engels
[3] Termini che andrebbero forse specificati e precisati, resi consunti  dall’uso (e dall’abuso) nel discorso parenetico o retorico
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