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martedì 28 agosto 2007

Dio e Cesare, i preti militari: cosa ne avrebbe pensato don Milani?

Riprendo questo articolo dall'agenzia di stampa Adista (www.adistaonline.it/ n. 57 del 28 agosto 2007) sui preti soldato.

PRETI-SOLDATO, “PRESENZA IRRINUNCIABILE”. “AVVENIRE” BOCCIA LA PROPOSTA LA LEGGE CHE SMILITARIZZA I CAPPELLANI MILITARI





34002. ROMA-ADISTA. Giù le mani dai preti-soldato: i cappellani militari devono continuare ad entrare nelle caserme e ad accompagnare le truppe nelle “missioni di pace” con le stellette appuntate sulla talare e sul clergyman, da soldati quindi, e non da semplici sacerdoti. È la posizione del quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire, che in un editoriale di Marco Tarquinio (“Irrinunciabile presenza tra gli uomini in divisa”) il 19/7 intima l’altolà ad un recente disegno di legge presentato dal senatore dei Verdi Gianpaolo Silvestri che propone non l’abolizione dei cappellani militari ma la loro smilitarizzazione: cioè lo sganciamento dalla struttura gerarchica delle forze armate (i cappellani assumono i gradi di ufficiale, l’ordinario militare è generale di corpo d’armata) e l’affidamento della cura pastorale dei soldati ai sacerdoti delle parrocchie (v. Adista n. 43/07). Come del resto propone anche Pax Christi da oltre dieci anni. “Avvenire”: giù le mani dai cappellani militariQuella del senatore Silvestri – e poi fatta propria dall’intero gruppo Verdi-Comunisti italiani di Palazzo Madama – è “una proposta di legge che, per contenuti e obiettivi, induce a serissima perplessità” dal momento che punta “a metter fuori dalle caserme i cappellani militari cattolici”, scrive Tarquinio, travisando completamente – non si capisce se in buona o in cattiva fede – il testo della legge che non prevede affatto l’espulsione dei sacerdoti dalle caserme. Prosegue l’editorialista di Avvenire: “l’esperienza accumulata in tutta la tormentata seconda metà del Novecento e in questo teso avvio del nuovo secolo proclama la straordinaria importanza del ruolo svolto dai cappellani militari tra gli uomini e le donne in divisa impegnati nelle tante missioni di stabilizzazione e di pace che sono state svolte e tutt’ora vengono sviluppate, con umanità e onore, nelle situazioni più delicate e difficili. Può sembrare retorico, ma è la realtà: dai Balcani all’Africa, dal Medio Oriente all’Afghanistan, chi dice ‘missione italiana’ pensa e parla di soldati al servizio dei popoli e della loro speranza, obbedienti alle leggi della Repubblica e alle indicazioni delle Nazioni Unite, espressione di una cultura fondata sul rispetto della persona umana - esso sì - ‘senza se e senza ma’. E questi militari, questi uomini e donne in divisa, sono i primi a testimoniare dell’imprescindibile e preziosa opera svolta tra loro e con loro dai cappellani”. Torna poi il concetto di “militarità”, tanto caro all’attuale presidente della Conferenza episcopale italiana, mons. Angelo Bagnasco, ordinario militare nel periodo 2003-2006: la necessità, cioè, che il cappellano sia incardinato nella struttura e nella gerarchia militare. “Chi conosce almeno un po’ il mondo militare e le sue regole – scrive ancora Tarquinio –, sa che per risultare efficaci al suo interno bisogna esserci. E, da anni e anni, i cappellani militari vivono con efficacia la loro missione pastorale e umana tra i soldati - dimostrando, con Sant’Agostino, che l’autorità e il ‘grado’ coincidono con impegnativi doveri di servizio - proprio perché non sono e non appaiono come un ‘corpo estraneo’”. C’è da aggiungere un particolare che Tarquinio omette: il “grado”, oltre ad “impegnativi doveri di servizio”, consente ai cappellani di percepire uno stipendio mensile da ufficiali delle forze armate – che nel 2005 (ultimo dato disponibile) è costato allo Stato italiano 10 milioni e 817mila euro per 190 cappellani in servizio – e, una volta raggiunta l’età, anche di godere di una ricca pensione che, per gli ordinari in congedo, è una pensione da generale. I parroci: la Chiesa rinunci ai preti-soldatoAlle posizioni espresse da Tarquinio provano a replicare due parroci, don Salvatore Leopizzi (parroco a Gallipoli) e don Renato Sacco (parroco a Cesara, in provincia di Verbania), in una lettera indirizzata al direttore di Avvenire, Dino Boffo, che però il quotidiano della Cei non pubblica. “Siamo parroci, impegnati tra la gente da molti anni, in luoghi diversi dell’Italia al Nord e al Sud – scrivono –. Avvertiamo una crescente sensibilità e attesa dei credenti per una Chiesa capace di scelte più audaci e credibili. Da diversi anni, nella stessa Chiesa italiana vanno emergendo riflessioni teologiche e proposte pastorali che mirano a rivedere lo status dei cappellani militari. Già parlare di preti con le stellette o di Chiesa militare induce a considerare gli stessi cappellani come organicamente inseriti nel sistema gerarchico delle forze armate, con relativi gradi, carriera e stipendi. Non è da mettere in questione, secondo noi, la necessità della presenza religiosa e l’assistenza spirituale nelle caserme, ma l’opportunità di smilitarizzarne le forme e le norme che oggi la regolano, come ad.esempio già accade per la Polizia di Stato. Sarebbe un segnale positivo non solo nella direzione di una matura laicità dello Stato, ma anche della necessaria libertà della Chiesa”.Proseguono i due parroci: “Nel rispetto delle proprie e delle altrui competenze e responsabilità, la Chiesa è chiamata certamente a portare e a testimoniare il Vangelo anche tra i soldati, ma facendosi eco di quella Parola profetica e non negoziabile: ‘rimetti la tua spada nel fodero, perché chi di spada ferisce di spada perisce’. Parola che può suscitare derisione, rifiuto e può portare al martirio, ma diventa seme di speranza per quanti cercano giustizia senza violenza e pace senza tornaconto. È tempo allora non più di cappellani militari, ma di cappellani tra i militari. Cappellani con il coraggio di ripetere, all’occorrenza, come mons. Romero: ‘Soldati, vi prego, vi supplico, vi scongiuro, vi ordino, non uccidete più...’ (...). Cappellani liberi da mimetiche e stellette, da stipendi e privilegi, a servizio di un Dio che difende sempre la vita, e non di un potere, sia pure legittimo, che può dare anche la morte. Non sarebbe questa una scelta da compiere, in modo unilaterale e preventivo, per dovere di coscienza cristiana e di fedeltà al Vangelo, senza attendere una legge dello Stato, vissuta o subita come una forzata privazione di un irrinunciabile diritto?”. (luca kocci)
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