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martedì 15 settembre 2009

Deportati in Libia il 6 maggio 2009, 4 mesi dopo sono ancora detenuti.

Tra loro 24 rifugiati eritrei e somali, che grazie a un avvocato

italiano hanno denunciato il governo alla Corte europea. Per la prima

volta emergono le loro storie

L'Alto Commissario Onu per i diritti umani, Navi Pillay, denuncia oggi

le politiche nei confronti degli immigrati. Persone, secondo l'esponente

dell'Onu, "abbandonate e respinte senza verificare in modo adeguato se

stanno fuggendo da persecuzioni, in violazione del diritto

internazionale". Tra l'altro, in un discorso previsto per domani, la

Pillay cita il caso del gommone di eritrei rimasto senza soccorsi tra la

Libia, Malta e Italia, ad agosto. E denuncia che "in molti casi, le

autorità respingono questi migranti e li lasciano affrontare stenti e

pericoli, se non la morte, come se stessero respingendo barche cariche

di rifiuti pericolosi".

Ma che fine hanno fatto i primi 227 africani respinti a maggio

dall'Italia? Redattore Sociale è andata a verificare, constatando che 24

rifugiati eritrei e somali, infatti, hanno denunciato il governo

italiano alla Corte europea. E per la prima volta emergono le loro storie.

Era il sei maggio del 2009. Le autorità italiane intercettarono nel

Canale di Sicilia tre gommoni con 227 emigranti e rifugiati a bordo. Per

la prima volta in anni di pattugliamento, venne dato l'ordine di

respingere tutti in Libia. Comprese le 40 donne. Quattro mesi dopo,

siamo in grado di dare un nome e una storia a quei respinti. Alcuni di

loro erano richiedenti asilo politico. E hanno nominato un avvocato

italiano, Anton Giulio Lana, del foro di Roma, perché li difenda

dinnanzi alla Corte europea dei diritti umani, a Strasburgo. Sono 11

cittadini eritrei e 13 somali. Quattro mesi dopo essere stati respinti,

si trovano ancora detenuti nei campi libici. Nonostante siano

richiedenti asilo politico, e nonostante siano difesi da un avvocato di

rango internazionale. Eppure il ministro Maroni aveva dichiarato: "La

Libia fa parte dell'Onu: lì c'è l'Unhcr che può fare l'accertamento

delle persone che richiedono asilo".(Ansa, 12 maggio 2009).

 

 

Chi sono i 24 rifugiati che hanno denunciato l'Italia alla Corte

Europea? Sono disertori eritrei, fuggiti dopo anni di servizio

nell'esercito, in un paese dove la coscrizione militare a tempo

indeterminato è diventata una delle armi del regime di Isaias Afewerki

per controllare la popolazione. Sono ex combattenti della seconda guerra

eritrea-etiope, che dopo aver disertato si sono consegnati alla polizia

eritrea per far rilasciare i genitori arrestati al posto loro. E poi ci

sono i cittadini somali sfuggiti alla violenza della guerra civile.

Uomini che a Mogadiscio hanno sepolto i parenti più cari e hanno

lasciato le case distrutte dai violenti scontri armati tra le forze

dell'Unione delle Corti islamiche e quelle del governo transitorio

federale della Somalia, spalleggiate dalle truppe etiopi.

 

 

Il ricorso depositato dall'avvocato Lana fa appello all'articolo 3 della

"Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà

fondamentali", che vieta la tortura e trattamenti inumani e degradanti,

oltre che la riammissione in paesi terzi dove esista un effettivo

rischio di tortura; all'articolo 13, che stabilisce il diritto a un

ricorso effettivo; e all'articolo 4 del quarto protocollo della

Convenzione, che vieta espressamente le deportazioni collettive.

 

Fuggito dalla Somalia, era già stato respinto nel 2008. La storia di 'A'

Nell'agosto del 2008 un peschereccio spagnolo salvò la vita a 49

naufraghi e li riportò a Tripoli. A. era uno di loro. Dopo 8 mesi di

carcere a 'Ain Zara si era imbarcato di nuovo a fine aprile. L'Italia lo

ha respinto

Sono 13 i cittadini somali che hanno depositato un ricorso alla Corte

europea dei diritti dell'uomo contro l'Italia per essere stati respinti

in Libia lo scorso 6 maggio. Conosciamo i loro nomi ma non possiamo

svelarli per motivi di sicurezza, dato che a tutt'oggi si trovano in

campi di detenzione in Libia. A. è uno di loro. Appartiene alla

minoranza degli Ashraf. È nato nel 1983 a Mogadiscio, ed è sempre

vissuto nella capitale fino a quando, nel 2006 è stato costretto a

abbandonare il paese, lacerato da anni di guerra civile e violenze

claniche. Gli Ashraf in particolare hanno dovuto subire negli anni

numerose persecuzioni da parte dei clan maggioritario del paese, gli

Hawiye. Nel 2004, il padre di A. venne ucciso per mano di un esponente

del clan degli Hawiye, che aveva cercato di estorcergli con la forza i

documenti attestanti la proprietà della loro casa. E lo stesso A. era

stato costretto sotto minaccia a divorziare dalla moglie. Dopo la morte

del padre, la responsabilità per il sostentamento e la tutela della

madre e della sorella, pesava su A. Ma soltanto due mesi dopo, la

sorella scomparve. L'avevano vista uscire di casa con una vicina. Si

pensa che l'abbiano portata in Yemen. La decisione di lasciare

Mogadiscio maturò nel 2006, dopo che le milizie delle Corti islamiche

ebbero preso il controllo della città. Per tutelare la propria

incolumità, A. fuggì in Etiopia, ma era senza documenti, e venne

arrestato alla frontiera e detenuto per otto mesi, prima di essere

rilasciato e ritornare in Somalia, a Hargeysa, da dove ripartì

immediatamente per Gibuti, e poi -- dopo un altro mese di carcere -- per

il Sudan, dove consegnandosi spontaneamente alle autorità venne

trasferito nel campo profughi di Kasala.

 

 

Cinque mesi dopo riuscì a attraversare il deserto del Sahara e a entrare

in Libia. Era il luglio del 2007. Un anno dopo, nell'agosto del 2008

riusciva a imbarcarsi per l'Italia. Ma l'imbarcazione rimase presto

senza carburante e finì alla deriva nel Canale di Sicilia. Passavano i

giorni e i soccorsi non arrivavano. Cinque persone morirono disidratate

e di stenti. La salvezza arrivò da una nave spagnola. Il peschereccio

"Clot de l'Illot", che il 22 agosto del 2008 attraccò nel porto di

Tripoli consegnando i 49 naufraghi alle guardie libiche. A. venne

nuovamente arrestato. A Tripoli, nel carcere di 'Ain Zara, dove venne

detenuto per otto mesi. Lo rilasciarono nell'aprile del 2009. Non volle

aspettare altro tempo, e comprò un passaggio sulla prima imbarcazione

diretta a nord, insieme a altri 45 passeggeri. E per la seconda volta in

un anno, venne respinto. Stavolta però dalle autorità italiane. Era il 6

maggio del 2009. Oggi, quattro mesi dopo, si trova ancora in un campo di

detenzione in Libia, pur essendo un potenziale rifugiato politico, e pur

essendo difeso da un avvocato dinnanzi alla Corte europea.

 

Aveva la protezione delle Nazioni Unite. L'Italia lo ha respinto

La storia di un rifugiato eritreo. Disertore dell'esercito, l'Acnur in

Sudan gli aveva riconosciuto l'asilo politico. Le nostre motovedette lo

hanno respinto in Libia a maggio. E oggi è ancora in carcere

Sono 11 i cittadini eritrei che hanno depositato un ricorso alla Corte

europea dei diritti dell'uomo contro l'Italia per essere stati respinti

in Libia lo scorso 6 maggio. Conosciamo i loro nomi ma non possiamo

svelarli per motivi di sicurezza, dato che a tutt'oggi si trovano in

campi di detenzione in Libia. Alcuni di loro erano già stati

riconosciuti rifugiati politici dall'Alto commissariato per i rifugiati

delle Nazioni Unite. Per esempio K., che nel settembre 2006 si vide

riconosciuto lo status di rifugiato in un campo profughi in Sudan.

Classe 1971, K. era stato arruolato nell'esercito nazionale eritreo nel

2000, per la coscrizione militare a tempo indeterminato cui sono

obbligati tutti i cittadini eritrei al compimento della maggiore età.

Dopo un anno e mezzo tuttavia, non vedendosi corrispondere nessun

salario mensile, il signor K. decise di disertare l'esercito. Ma la sua

latitanza durò poco. Nel 2004 venne individuato e arrestato dalla

polizia militare, trasportato a Korkogy e detenuto per due anni, dal

2004 al 2006. Nell'agosto del 2006 venne rilasciato e ricollocato nella

divisione dell'esercito dove si trovava precedentemente, presso Dar

Anto, nel Mandefra. K. stavolta decise di abbandonare il paese, e riuscì

a raggiungere clandestinamente il Sudan, dove rimase fino al febbraio

2007 in un campo profughi.

 

 

Tuttavia, temendo la deportazione da parte degli agenti dei servizi

segreti eritrei in azione lungo il confine, K. decise di emigrare in

Europa, e attraversò il deserto sudanese alla volta della Libia. Ma al

suo ingresso venne arrestato e detenuto per un mese nel centro di

detenzione di Ajdabiya, per poi essere trasferito nel centro di

detenzione dedicato agli eritrei, a Misratah, 200 km a est di Tripoli.

Vi rimase detenuto dall'aprile del 2007 alla fine del marzo del 2009. Un

mese dopo, alla fine dell'aprile del 2009, K. tentò la traversata del

Mediterraneo, verso l'Italia, su un'imbarcazione con circa 60 passeggeri

a bordo. Ma vennero intercettati e respinti dalle autorità italiane. Era

il 6 maggio del 2009. Oggi, quattro mesi dopo, si trova ancora in un

campo di detenzione in Libia, pur essendo difeso da un avvocato dinnanzi

alla Corte europea e pur essendo un rifugiato politico riconosciuto a

tutti gli effetti dalle Nazioni Unite, che evidentemente in Libia non

hanno alcuna influenza decisionale, se non riescono nemmeno a far uscire

da un centro di detenzione un loro assistito.

 

L'Italia denunciata alla Corte europea. Respingimenti contrari ai

diritti umani

L'avvocato Anton Giulio Lana ha ricevuto le procure da parte di 24

rifugiati somali e eritrei respinti in Libia il 6 maggio 2009.

Contestata la violazione degli articoli 3 e 13 della Convenzione, e

l'articolo 4 del IV protocollo

I respingimenti sono contrari ai diritti umani. E non per una

dichiarazione di principio, ma perché violano la giurisdizione italiana

e internazionale. Ne è convinto l'avvocato Anton Giulio Lana, che è

stato nominato difensore da 24 rifugiati somali e eritrei respinti dalla

Marina italiana lo scorso 6 maggio 2009 e che ha formalizzato il ricorso

alla Corte europea per i diritti umani (Cedu) di Strasburgo. Il ricorso

fa appello all'articolo 3 della Convenzione per la salvaguardia dei

diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, che vieta la tortura e

trattamenti inumani e degradanti, oltre che la riammissione in paesi

terzi dove esista un effettivo rischio di tortura; all'articolo 13, che

stabilisce il diritto a un ricorso effettivo; e all'articolo 4 del

quarto protocollo, che vieta espressamente le deportazioni collettive.

 

 

Tutti articoli che secondo l'avvocato Lana sarebbero stati violati, dal

momento che le persone sono state respinte senza nessuna

identificazione, in modo collettivo, senza permettere di presentare

richiesta d'asilo politico e tantomeno di poter fare ricorso presso un

giudice. E sono state respinte in Libia, dove è documentata la pratica

di torture e trattamenti inumani e degradanti nei campi di detenzione. E

se è vero che i fatti sono occorsi in acque internazionali, è

altrettanto vero che gli emigranti respinti sono stati fatti salire a

bordo di unità marittime italiane, che in base all'articolo 4 del codice

di navigazione sono sotto la giurisdizione dello Stato italiano. E

quindi sotto il Testo unico sull'immigrazione, come modificato dalla

legge Bossi-Fini, che vieta il respingimento in frontiera di chi

presenta richiesta d'asilo. Il respingimento con accompagnamento alla

frontiera nei confronti degli stranieri che "sottraendosi ai controlli

di frontiera, sono fermati all'ingresso o subito dopo", non si applica -

secondo l'articolo 10, comma 4 del Testo unico -- "nei casi previsti

dalle disposizioni vigenti che disciplinano l'asilo politico, il

riconoscimento dello status di rifugiato ovvero l'adozione di misure di

protezione temporanea per motivi umanitari".

 

 

Adesso si dovranno aspettare i tempi della pronuncia della Corte

europea. Il caso non rientra nei provvedimenti di urgenza, in quanto i

24 ricorrenti sono già stati respinti in Libia. Pertanto potrebbero

passare mesi prima che la Corte dichiari l'ammissibilità o meno dei

ricorsi e notifichi al governo italiano l'apertura delle indagini. Per

un'eventuale sentenza invece, potrebbero passare anni. Basti pensare che

ancora non è stata pronunciata la sentenza per i respingimenti in Libia

effettuati da Lampedusa nel 2005. Ad ogni modo, una volta che il ricorso

sarà dichiarato ammissibile, ci saranno 12 settimane di tempo perché

soggetti terzi depositino i loro interventi presso la Corte, in quello

che si annuncia come un ricorso chiave per il destino delle politiche di

contrasto all'immigrazione nel Mediterraneo.

 

''Eravamo in mare da 12 giorni''. Le testimonianze di due somali respinti

Uno di loro ha riferito che si trovava in gravi condizioni di salute al

momento del respingimento verso la Libia, e di non aver ricevuto nessuna

assistenza medica. Anche loro hanno fatto ricorso alla Corte europea

 

Una delle imbarcazioni intercettata dalle motovedette italiane il 6

maggio scorso e poi riportata a Tripoli, era in mare da 12 giorni. E i

passeggeri non hanno ricevuto nessun tipo di sanitaria una volta

riportati in Libia. È quanto dichiarato da due rifugiati somali che

hanno denunciato l'Italia alla Corte europea di Strasburgo per averli

respinti. B. fu costretto a lasciare la Somalia nel marzo 2008, per via

dell'instabilità del paese durante gli scontri tra le truppe delle Corti

islamiche e le forze del governo di transizione somalo. Dopo aver

attraversato clandestinamente Etiopia e Sudan, B. arrivò in Libia nel

luglio del 2008, per poi essere arrestato a settembre e detenuto per due

mesi. Nel febbraio del 2009 riuscì a imbarcarsi per la Sicilia, ma

finirono per sbarcare a Bengasi e vennero arrestati di nuovo dalla

polizia libica, per poi essere rilasciati nell'aprile del 2009. Subito

dopo tentò di imbarcarsi nuovamente, ma l'imbarcazione venne fermata in

mare dopo 12 giorni di navigazione. Su quella stessa barca viaggiava

anche il signor C. Anche lui somalo, di 25 anni, del clan dei Loboge,

era fuggito da Mogadiscio nel marzo 2007, quando le forze etiopi

invasero la capitale. Nel corso dei bombardamenti, la madre e il

fratello rimasero feriti e la loro casa venne distrutta dai

bombardamenti. Temendo persecuzioni da parte delle truppe etiopi, C. si

rifugiò temporaneamente nel campo per sfollati a Elasha, per poi

decidere definitivamente di fuggire nel dicembre del 2007. Raggiunse

prima il Kenya, e dopo 4 mesi a Nairobi riprese la rotta, prima verso

Addis Abeba, in Etiopia, poi verso il Sudan e la Libia, dove arrivò nel

novembre 2008. Per l'Italia si imbarcò alla fine di aprile del 2009, con

altre 90 persone. Anche lui ha dichiarato di essere rimasto in mare per

12 giorni, alla deriva, prima dell'intervento degli italiani, che li

ricondussero in Libia, ha aggiunto, senza procedere ad alcuno tipo di

indagine circa la nazionalità delle persone tratte in salvo. Tra

l'altro, il signor C. risultava estremamente malato all'epoca del

rimpatrio in Libia e nonostante ciò veniva comunque detenuto nel campo

di detenzione di Garaboulli, vicino Tripoli, senza che gli fossero

impartite le cure necessarie. (gdg)

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