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lunedì 16 agosto 2010

Ricevo questa mail dall’amico Daniele, padre Comboniano, e la pubblico. buona lettura!

Coppa del Mondo in Sudan:

l’Africa ha vinto!

Per la gente di Mapuordit (Sud Sudan) la Coppa del Mondo di calcio 2010 giocata in Sudafrica, è stata costellata di vari eventi e di personaggi africani che hanno dato un gusto nuovo e interessante alla competizione mondiale e “glocale”!

MANUT BOL: UN UOMO, UN GIGANTE, UN CAMPIONE!

Era sicuramente il personaggio sud sudanese più conosciuto al mondo al di là dei due presidenti del Sudan: Omar El Bashir, con mandato di cattura per crimini di guerra e genocidio e John Garang, leader indimenticato del Sud, scomparso tragicamente e misteriosamente in un incidente aereo proprio nell’anno dell’accordo di pace nel Luglio 2005.

E forse anche pochi di voi conoscono Manut Bol, personaggio sportivo del basket sud sudanese che aveva fatto fortuna negli USA e nella NBA, la massima serie del basket mondiale. E questo era successo durante il periodo della guerra che è durata 21 anni in Sudan.

Pochissimi si sono resi conto della notizia della sua morte avvenuta proprio a metà dei mondiali di calcio in Sudafrica. Manut Bol è morto all’età di 47 anni in un ospedale di Charlottesville, Virginia, ucciso dalla sindrome di Stevens-Johnson, rara malattia della pelle. L’aveva contratta qui in Sudan, il suo paese natale, durante uno dei suoi tanti viaggi umanitari, causa a cui aveva dedicato tutta la sua vita e la sua fortuna. In Nba ci era rimasto 10 anni, re delle stoppate grazie ai suoi 231 centimetri e magrissimo. E anche la sua vita era diventata leggenda. La gente racconta che da ragazzo avesse ucciso un leone a mani nude. Altri dicono con una lancia mentre dormiva.

Ho chiesto in giro a Mapuordit, nel villaggio in cui vivo se conoscevano il gigante buono e dinka, Manut Bol. I giovani soprattutto, coloro che durante la guerra erano in campi di rifugiati o nelle nostre zone lo hanno incontrato perché lui veniva spesso a visitare la “sua gente”. Ci sono dei giovani che si ricordano di averlo incontrato qui a Mapuordit e ad Agany nelle scuole elementari quando ancora erano bambini nel lontano 1996. Non conoscevano Manut Bol a quel tempo ma rimasero colpiti e meravigliati dalla sua statura così alta e maestosa ma anche così gracile. E quel personaggio rimase nei loro ricordi lontani. Ogni tanto sentivano notizie alla radio nazionale delle sue continue visite, sostegno e incoraggiamento anche con donazioni per dare una mano al suo Sud Sudan, il suo grande amore. I quasi 6 milioni di dollari guadagnati in carriera sono finiti quasi tutti alla Ring True Foundation, nata per raccogliere fondi per i rifugiati sudanesi. Si era anche rotto il collo in un grave incidente qualche anno fa e negli USA viveva davvero modestamente cercando di sbarcare il lunario tenendo discorsi o grazie agli aiuti di ex compagni di squadra.

Bol si era avvicinato al basket a 16 anni e poi notato da un talent-scout americano che lo portò negli USA senza sapere una parola d’inglese. Ci rimase 10 anni e diventò un campione del basket americano con migliaia di stoppate e punti segnati. Finì la sua carriera in Italia ma ci rimase solo pochissimi mesi.

In Sudan ci era tornato anche in Aprile 2010, per seguire le prime “elezioni democratiche”. Un suo amico ha commentato: “Il Sudan e il mondo hanno perso un vero eroe. Ha veramente dato la vita per il suo paese, facendo quello che poteva per aiutarlo” E così lo sport e il basket hanno perso un gigante e un campione. Ma il Sudan, l’Africa e il mondo hanno perso un grande uomo e testimone credibile di un Sud Sudan e Africa che vogliono “vincere e risorgere” con i propri talenti e risorse ma senza dimenticare chi ancora lotta per la sopravvivenza, la pace e la riconciliazione.

Con Manut Bol, il Sudan e l’Africa hanno vinto la partita della vita, della generosità e della speranza di un mondo e di un’Africa diversa!

I MONDIALI DEL SUDAFRICA, DELL’AFRICA.....

E proprio con la notizia della morte di Manut Bol arrivata a metà dei mondiali sudafricani che la nostra coppa del mondo di Mapuordit ha voluto celebrare questo campione dello sport e di vita. Un bellissimo esempio per i giovani e per l’intera società Sud Sudanese. Sono stati dei mondiali all’insegna dell’Africa nonostante tutto. In Sudafrica, le squadre africane che erano ben 6 stavolta, non hanno brillato come invece ci si aspettava. Solo il Ghana è riuscito davvero ad entrare nei cuori di tutti gli africani, rendendo loro la possibilità di sentirsi uniti come continente che sosteneva tutti insieme la squadra. Mentre guardavamo le partite la gente si emozionava per i vari campioni che vedeva scorrere sullo schermo. Ma tutti erano unanimi quando il Ghana aveva battuto prima gli USA in una notte di grande entusiasmo. Ma poi una grande delusione dopo il rigore battuto e sbagliato da Gyan contro l’Uruguay e che segnava l’uscita del Ghana dai mondiali. La radio diocesana e locale di Rumbek aveva fatto il giorno seguente delle interviste alla gente e molti erano talmente delusi dal non voler più vedere le partite successive o addirittura non andare a lavorare per alcuni giorni. Per qualche giorno e forse per la prima volta tutto il continente africano si era ritrovato sotto la stella e il nome di una nazione che si faceva onore nel calcio mondiale ma che mostrava così l’intensità e la voglia del Continente e della sua gente di voler dire la propria, di voler vincere e dimostrare una volta tanto che l’Africa non è solo povertà, aids, malattie e guerre.

Ma vitalità, forza, talento, gioia di vivere, musica, vuvuzelas e danza, sorrisi e accoglienza. Ed è per questo che dico che l’Africa ha già vinto la sua coppa del mondo. Lo aveva già fatto sapendo organizzare in Sudafrica, un evento mondiale che molti non avevano per niente fiducia che si potesse realizzare. Certamente una soddisfazione realista e che possa aiutare a guardare all’Africa con la dovuta speranza e anche fiducia che le cose possono migliorare. Insomma un po’ lo slogan del mio fondatore san Daniele Comboni: Salvare l’Africa con l’Africa! E in questo caso qui abbiamo un buon esempio che se si lavora insieme per un unico obiettivo anche in Africa vediamo grandi cambiamenti.

Anche i leaders religiosi del Sudafrica richiamano il governo a ripetere il successo della manifestrazione mondiale anche nella vita sociale ed economica del paese. Il cardinale Napier, Arcivescovo di Durban ha affermato: “Dobbiamo usare la nostra notevole abilità ed imparare ad affrontare le questioni più urgenti del nostro Paese: l'istruzione, la sanità, la criminalità e le deficienze nella erogazione di servizi di base alla popolazione.Il Sudafrica è una società in trasformazione e la Coppa del Mondo ha dato al Paese l'opportunità di lavorare insieme e dimostrare che è una nazione piena di persone capaci e determinate a raggiungere obiettivi importanti.”.

E Desmond Tutu, arcivescovo anglicano e premio nobel per la pace, invita a non dimenticare i poveri e chi soffre: “È stata una meravigliosa Coppa del Mondo, ma questo non cancella il fatto che la maggioranza dei sudafricani non ha case, scuole, cliniche, acqua corrente e molte altre cose. Se siamo stati in grado di realizzare un progetto simile in soli sei anni, immaginate cosa avremmo potuto ottenere in 20 anni. Il Sudafrica è stato elogiato dal Presidente dell’organizzazione mondiale di calcio FIFA, Sepp Blatter, per il modo in cui ha organizzato la Coppa del Mondo 2010”. I Mondiali di calcio in Sudafrica sono il segno più evidente di un cambiamento in corso. Alcune cifre per spiegare il fenomeno, poco conosciuto in Europa ancora influenzata dal paternalismo post-coloniale: per la prima volta su 32 squadre ai mondiali di calcio ben sei sono africane e la Fifa ha incassato in partenza tra sponsorizzazioni e diritti televisivi 3,2 miliardi di dollari, una cifra record se si considera che per la coppa del Mondo 2006 in Germania gli introiti furono appena 400 milioni di dollari. Gli stadi avveniristici sono stati completati con quattro mesi di anticipo, meglio di quanto non abbia fatto la Grecia con le Olimpiadi.

Ma come sempre bisogna poi verificare chi è invitato a dividere la torta! Non dimentichiamo che il Sudafrica è fra i primi posti al mondo per la sperequazione sociale tra ricchi e poveri. Ed è questa la sfida vera dell’Africa!

STORIE DI SANGUE

Stesso sangue, ma nazionalità diverse. I fratelli calciatori Boateng sono un po' lo specchio della società moderna. Della nuova Germania multi-etnica. Kevin Prince e Jerome sono cresciuti insieme. Nati a Berlino dallo stesso padre, ma da madri diverse, iniziano a giocare a pallone insieme nell'Herta Berlino. Dopo la trafila fatta nelle categorie del club della capitale, approdano entrambi nelle giovanili della nazionale tedesca. Fratelli con un anno di differenza e con la stessa passione in comune. Simili dunque? Decisamente no. Kevin Prince, il maggiore, cresce in un quartiere popolare. Jerome, il più piccolo, nelle zone eleganti della città. E la diversa estrazione sociale in campo si nota nello stile di gioco e di presenza. Tutte e due convocati per il mondiale sudafricano: Kevin Prince per il Ghana e Jerome per la Germania!

Kevin Prince, ha scelto la nazionalità ghanese, quella del padre, per poter essere protagonista anche in nazionale e con l’Africa. Con il Ghana arriva fino ai quarti di finale con le luci della ribalta su di lui vincendo la scommessa di essere un talento emergente. I due fratelli Boateng sono destinati ora ad essere protagonisti nel panorama calcistico europeo e africano.

Di storie come quella dei fratelli Boateng ce ne sono a bizzeffe oggi nel mondo! E tutte molto interessanti. E’ una delle tante storie di “sangue africano” che abbiamo assistito ai mondiali sudafricani. Se avete guardato attentamente le varie squadre europee e nordamericane erano ormai piene zeppe di nomi e colori di pelli diverse. Soprattutto africane! Mi faceva piacere vedere la teutonica Germania con 4 giocatori africani nelle sue fila ma anche con altri oriundi nordafricani e mediorientali. Un segno di un’europa che cambia multietnicamente e sempre più velocemente. In questi mondiali hanno “resistito” ancora alcune squadre europee: Italia, Spagna, Grecia, Slovacchia, Slovenia e Serbia.

Altre nazionali come l’Inghilterra, Francia, Germania e altre hanno già “aperto le loro porte “ormai da decenni al cambiamento e integrazione sociale, culturale e sportivo ai figli degli immigrati di seconda e terza generazione. Anche se con grandi difficoltà e razzismo a volte. Ma lo sport può aiutare e integrare molto questo storico processo multietnico inarrestabile. Al di là della Padania e di tutte le assurde autonomie egoiste ed elitarie.

Anche l’Italia dopo la figuraccia del mondiale sudafricano si rinnova e si apre alla multiculturalità con gli innesti di oriundi italiani e cittadini nati da famiglie straniere e che sono diventati cittadini italiani negli ultimi anni. Balotelli è un caso ormai nazionale, nel bene e nel male!

Ma quello che mi preme dire facendo questi esempi e sottolineando questi cambiamenti culturali e sportivi è che il colore della pelle sempre più protagonista nel calcio mondiale e in molti altri sports è proprio quello del continente nero. Se poi entriamo nel mondo dell’atletica leggera o del basket NBA i campioni di oggi sono in maggioranza africani o discendenti di antenati della Perla Nera d’Africa. Anche in questo gioisco nel sostenere che con pazienza e umiltà, e a volte anche con molte umiliazioni, l’Africa ha vinto la sua coppa del mondo! Un passo avanti nell’integrazione e valorizzazione della sua gente e di un Continente molto spesso ai margini!

SIAMO PRONTI A RACCOGLIERE LA SFIDA?

Appena terminati i mondiali di calcio, ho avuto l’opportunità di leggere alcuni dati della ricerca “Africa-Italia. Scenari migratori” presentata a metà luglio a Roma dalla Caritas/Migrantes. Mi sono reso conto, se ce ne era ancora bisogno, come l’Africa stia diventando sempre più una realtà italiana ed europea. E la presenza africana in Italia è destinata a crescere e quindi il sostegno all’integrazione degli immigrati africani, in un quadro chiaro di doveri e diritti, è un contributo alla crescita del Continente stesso. E infatti il documento sottolinea: “L’esodo degli africani può rappresentare un fattore di riuscita per i singoli protagonisti e di speranza per i rispettivi Paesi, purché non si riduca a una semplice fuga di cervelli e il ritorno finanziario (dall’Italia nel 2008 è stato inviato quasi un miliardo di euro) si accompagni a un ritorno di professionalità e di iniziative produttive”. E ci sono degli esempi positivi di collaborazione Italia-Africa al contrario, cioè di immigrati africani che reinvestono capitali e mettono al servizio la loro nuova professionalità nei loro paesi di origine.

La Chiesa, la società civile, la scuola, gli enti locali, la politica e il governo devono lavorare in questa prospettiva. Una condivisione e solidarietà che non sia una forma di compassione, bensì un’assunzione di responsabilità e giustizia per il bene comune e con una visione dove i Paesi in via di sviluppo africani sono colti come partner, co-protagonisti del loro futuro e del futuro dell’umanità. E questo è possibile solo se ogni cittadino si apre alla realtà senza chiusura razzista o pregiudiziale nei loro confronti. Anche perché lo abbiamo fatto anche noi poveri italiani quando siamo andati all’estero a cercare lavoro per circa un secolo.

Eppure se guardiamo i dati dovremmo essere capaci di capire come sia importante lavorare perché la gente d’Africa possa vivere bene anche nel loro continente senza essere forzatamente costretti ad emigrare.

La diseguale distribuzione delle ricchezze pone il 90% delle strutture produttive in mano a un sesto della popolazione mondiale, mentre quasi metà della popolazione africana è povera e sottoalimentata.

L’area sub sahariana, dove si concentra circa un ottavo della popolazione della Terra – più di 800 milioni di persone –, dispone solo del 2,1% della ricchezza mondiale con un reddito pro-capite circa 20 volte inferiore a quello dell’Unione europea. La disoccupazione giovanile arriva al 60% e l’agricoltura rimane l’attività principale con il 70% degli occupati.

E così, con questo panorama, la migrazione rientra nelle strategie di sopravvivenza dei singoli ma anche in quelle di sostegno alla crescita dei Paesi africani, mostrando l’inconsistenza della tesi del ‘basta aiutarli a casa loro’. Nel 2009 l’Italia non è arrivata a versare neppure lo 0,2% del proprio Pil (320 milioni di euro) per la cooperazione allo sviluppo. Quindi ci lamentiamo “dell’invasione africana” sulle coste italiane e attraverso le frontiere dell’UE, ma non ci rendiamo conto invece di come facciamo veramente poco perché ci sia più giustizia sociale e solidarietà concreta tra Italia e Africa ma anche in Italia stessa.

“Dei quasi 5 milioni di africani nell’UE , circa un quinto si è insediato in Italia”. Gli africani nella penisola risultano essere, all’inizio del 2009, il 22,4% dei residenti stranieri: si tratta di 871.128 persone, su 3.891.295 cittadini stranieri residenti, ma la cifra raggiunge 1 milione considerando quelle in attesa di registrazione anagrafica. Le donne costituiscono il 39,8% del totale.

Per i due terzi della loro consistenza, gli africani si concentrano in quattro regioni italiane: Lombardia (29%), Emilia Romagna (14,8%), Piemonte (10,2%) e Veneto(12,3%). E lavorano in diversi settori di impiego, a seconda della collettività e dei territori di inserimento: soprattutto edilizia, settore agricolo, pesca e lavoro domestico per le donne.

Nel corso del 2008 i cittadini di uno Stato dell’Africa nati in Italia sono stati quasi 25.000, un terzo dei bambini stranieri nati nel nostro Paese nello stesso anno (33,5%). “Il carattere stabile dell’inserimento, oltre che dalla presenza familiare, viene evidenziato anche dal crescente numero di coppie miste: 6130 nel 2008 i matrimoni celebrati in Italia con almeno uno sposo di cittadinanza africana, di cui 4524 unioni miste (73,8%)”.

Ho letto questa ricerca con grande interesse, entusiasmo e passione perché anche in questo caso vedo emergere sempre più la gente del continente africano che lotta e lavora e si inserisce positivamente nel tessuto italiano ed europeo. Ci sono persone che vivono da tanti anni in Italia e destinati a rimanervi per altri anni o per sempre. E questo attaccamento all’Italia esige più ampi spazi di partecipazione per loro, perché senza partecipazione non ci può essere vera cittadinanza e integrazione. Gli africani vogliono diventare nuovi cittadini, specialmente per i figli nati in Italia, dove questo paese è e sarà la propria patria e terra, anche se sono di origine africana. Ma noi siamo pronti a raccogliere la sfida?

COPPA DEL MONDO A MAPUORDIT: L’AFRICA VINCE.....

E’ stata sicuramente un’esperienza straordinaria quella che abbiamo vissuto per un mese insieme come villaggio di Mapuordit e dintorni. Un evento mondiale come quello della coppa del mondo di calcio per la prima volta in Africa, ma che è diventato “glocale”, cioè di Mapuordit, proprio grazie alla partecipazione di tanta gente. Non solo di Mapuordit ma anche degli amici lontani da qui, che ci hanno dato una mano in un modo o nell’altro, incoraggiandoci, pregando per noi e dandoci saggi consigli e idee.

Abbiamo potuto seguire tutte le partite fino alla finale tra Spagna e Olanda. Tanta gente e tanto entusiasmo per sostenere le proprie squadre africane prima, specialmente il Ghana, e poi via via le squadre rimanenti. Prima fra tutte l’Inghilterra, la più amata perché come sempre in questa parte dell’Africa dell’Est si segue molto la Premier League, cioè il campionato di calcio inglese. Via radio logicamente. Ma anche l’Inghilterra come l’Italia, la Francia e tutte le altre hanno deluso e quindi c’è stato meno impatto. Nella finale dell’ultima sera, c’era il tutto esaurito sia seduti che in piedi. Dentro la nostra chiesa non ancora finita (c’è solo il tetto e i pilastri di ferro, ma niente pavimento, muri, porte e finestre) abbiamo accolto gente di diverse età: dai bambini, ai giovani, agli uomini, ai cattle keepers (addetti al pascolo delle mandrie), alle donne e ragazze. Questo è stato possibile per la collaborazione della nostra diocesi cattolica di Rumbek con l’UNICEF che ha sponsorizzato per due parrocchie l’abbonamento DSTV satellitare, l’acquisto del decoder e della parabola per poter ricevere il segnale satellitare. Noi abbiamo provveduto tutto il resto: dal generatore, allo screen, al proiettore e tanta gente, passione ed entusiasmo.

Ma ciò che mi piace più sottolineare in questa attività è che non è stato solo calcio. La gente veniva mezz’ora prima per vedersi i programmi che sceglievamo ad hoc dal NATIONAL GEOGRAPHIC CHANNEL, che trasmette 24 ore la vita degli animali, pesci e fauna. Un bellissimo canale che è educativo e tutto il pubblico convenuto rimaneva meravigliato, silenzioso e attento nel vedere animali che anche loro non hanno mai visto di persona pur essendo in Africa: dalle iene, ai leoni, agli elefanti, ai serpenti, dalle scimmie ai delfini o balene. Anche durante gli intervalli delle partite i giovani desideravano andare a quel programma scientifico ma anche su canali dove trasmettevano musica africana. Insomma è stata un’immersione nel mondo, nei colori, nelle culture delle razze umane ed animali. Sport, educazione e interculturalità allo stesso tempo. Vedere i cattle-keepers entusiasmarsi nel vedere non le partite ma gli animali come il leone e vederli in diretta mentre si immedesimano in un lotta con gli stessi, è davvero stupendo e divertente. Ve lo posso assicurare!

L’aiuto anche del mio amico Luigi e di una sua amica inglese, mandandoci via internet le schede presentazione delle 32 nazioni partecipanti al mondiale. Un documento di 3-4 pagine per ogni paese partecipante al campionato mondiale sudafricano dove vi era la descrizione del paese con la sua geografia, storia, politica, economia, tradizioni e cultura. E la coppa del mondo della Conoscenza è servita! Nella scuola superiore e in quella primaria le squadre hanno studiato a fondo e si sono sfidate nel conoscere il più possibile questi paesi, le loro culture, geografia e storia. È stato stupendo vedere come ragazzi e giovani sapessero alla fine tantissimo su questi paesi che partecipavano alla coppa del mondo. E piano piano attraverso eliminatorie, quarti di finale e semifinali, siamo arrivati alle finali vinte dagli USA per la scuola superiore e dal PORTOGALLO per la primaria. E alla fine grande sfida tra i ragazzi vincitori della scuola primaria contro quella dei giovani della secondaria. E indovinate chi ha vinto? I ragazzi del PORTOGALLO!! Davvero impressionante come rispondessero precisamente a dettagli, nomi, date storiche e nomi di fiumi e monti e tanto altro. Quindi i campioni di Mapuordit per la Coppa della Conoscenza sono questi cinque ragazzi, capitanati da Emmanuel, un ragazzo molto minuto di appena 14 anni ma molto intelligente. Praticamente ha fatto vincere il suo team dopo un mese di competizione.

Anche nel nostro ospedale di Mapuordit con 100 posti letto, sulla scia della nostra coppa del mondo, hanno organizzato la coppa del mondo della pulizia. E così è stato straordinario vedere come durante tutte le 4 settime previste le infermiere e gli addetti ai lavori di ogni reparto hanno lavorato sodo e con attenzione per pulire e spazzare. E per arrivare al sabato mattina, dove una commissione ad hoc verificava il risultato del lavoro e dava punteggi settimanali ad ogni reparto. Alla fine ha vinto il reparto Maternità con grande gioia delle poche donne infermiere presenti nell’ospedale che per il momento è ancora molto “maschile” in numeri. Questa situazione è legata all’educazione e cultura locale dinka che non favorisce l’emancipazione della donna.

Nel frattempo durante le mattinate di questo intenso mese, abbiamo organizzato nelle scuole e in tutte le classi sia superiori e fra i più grandi della primaria, ma anche tra i giovani studenti della scuola per infermieri del nostro ospedale, una trentina di incontri su giustizia, pace, riconciliazione, ambiente e Aids. Sono stati momenti interessanti di condivisione e di riflessione su ciò che questi valori così vitali per la gente debbano essere promossi soprattutto dai giovani stessi. E infatti il risultato di non aver avuto alcun tipo di violenza durante i nostri mondiali è davvero un risultato eccezionale. Si spera che questo possa continuare andando a fondo su ciò che voglia dire essere operatori di pace e giustizia in questo Sud Sudan che si prepara al Referendum 2011. Questi giovani saranno coloro che avranno nelle loro mani il futuro di Mapuordit e del loro paese. Ma ci auguriamo che i politici e i militari avranno la saggezza di non ritornare ad una guerra che sarebbe assurda e che diventerebbe un’avventura senza ritorno.

L’11 Luglio 2010, ultimo giorno delle finali sia a Mapuordit che in Sudafrica. Prime ad entrare in scena la finale delle donne: SUDAN vs AUSTRALIA. Due squadre messe insieme con giocatrici di varie nazionalità: sudanesi, italiane, slovacche, australiane, ugandesi. La gente si è divertita, ha goito e riso moltissimo. È stata vinta ai rigori dalle donne del Sudan e questo è stato un grande onore per le ragazzine e le giovani che facevano parte della squadra. Avevamo messo nel programma questa competizione delle donne perché volevamo con i nostri giovani organizzatori mettere in evidenza l’importanza della donna nel nostro villaggio. E dare più spazio per la loro educazione, valorizzazione e contributo alla costruzione di un nuovo Sudan. E credo che tutti, specialmente gli uomini si siano resi conto di quanta forza e vitalità le donne hanno per riuscire ad emergere in una società che molto spesso non li vede protagoniste del loro futuro.

E nel torneo giovanile a 8 squadre, ognuna con nomi di grandi squadre nazionali europee e africane, ha vinto la COSTA D’AVORIO. Almeno qui l’Africa ha vinto di nuovo battendo l’INGHILTERRA in finale ai rigori. Tanta gente alla finale e molti fans da entrambe le parti. Compreso la presenza del nostro vescovo Mons. Cesare Mazzolari, venuto appositamente da Rumbek attraversando i laghi e pozzanghere che in questo tempo ci circondano per diversi kilometri. Mons. Cesare è rimasto con noi per tutto il tempo delle varie finali e premiazioni. Si è divertito molto ed è rimasto soddisfatto di quelle cinque ore passate sotto il sole vincendo la stanchezza ma avvolto anche lui dalla passione e l’entusiasmo dei giovani e della gente di Mapuordit.

Una delle cose più belle che i giovani hanno condiviso nei loro discorsi e tra la gente stessa è stata quella che durante tutti questi tornei non ci sia stata violenza o lotte fra loro. È cosa quasi normale a volte che partite di calcio o di altra competizione che finiscano a pugni o a botte tra le squadre o signoli. Quindi davvero un grande obiettivo raggiunto che volevamo a tutti costi ottenere con questa proposta! Pace, giustizia e riconciliazione.....anche attraverso lo sport!

Alla presenza anche del Payam Aministrator, il responsabile per il governo per questa zona, e con il vescovo tutti i vincitori sono stati premiati con grande orgoglio per tutti, con trofei speciali ad ogni squadra e “medaglie d’oro, argento e bronzo” (o meglio simil oro....) per ogni singolo membro. Mi faceva immensamente piacere vedere come nelle settimane successive, ragazzi, giovani e adulti che avevano vinto le medaglie nelle varie discipline, portavano al collo la loro medaglia con grande orgoglio e gioia. Dovunque andassero: al mercato, a scuola, in chiesa o in altri villaggi. Mi hanno ringraziato in molti per aver pensato e organizzato questi mondiali così diversi e coinvolgenti. Ma io ho sempre detto che sono stati loro i veri organizzatori e protagonisti di tutto questo entusiasmo nel “nostro villaggio glocale”.

Tutto il villaggio è stato presente in questo mese fantastico vissuto all’insegna del mondo e dell’Africa. La gente stessa sono stati i veri vincitori di questo mondiale di Mapuordit! Davvero l’Africa ha vinto in tutti i sensi!

Ma c’è stata una notizia che ci ha rattristato il giorno dopo la finale dell’11 Luglio. La radio ha comunicato degli attentati a Kampala, capitale del vicino stato dell’Uganda. Davvero un segnale negativo sui mondiali africani per ciò che è stata fino in fondo una festa africana, dall’organizzazione alla partecipazione della gente. E guarda caso sul suo stesso suolo!

Un totale di 76 morti e moltissimi feriti è il risultato di due assurde esplosioni del gruppo terroristico somalo islamico AL SHABAB che ha rivendicato le morti innnocenti in due locali della capitale ugandese. Le vittime stavano assistendo alla partita finale dei mondiali alla televisione. Una reazione del gruppo terroristico somalo verso il governo Ugandese per l’invio di truppe ugandesi di interposizione e di contenimento in Somalia, dove non esiste più ordine ed autorità legittima. I soldati Ugandesi sono stati inviati là a nome dell’AU, l’Unione Africana. Questo attentato terroristico è frutto di una scellerata politica internazionale americana ed europea degli ultimi 20 anni. Ricordate il disastro della missione americana in Somalia degli anni 90’chiamata RESTORE HOPE? Tradotto significa RIPORTARE SPERANZA.....ma il risultato finale fu un disastro e divisione totale di questo Corno d’Africa ora in mano sempre più a pirati dei mari e a gruppi terroristici. Questo e altri eventi violenti e guerre sono il conto che l’Africa sta ancora pagando per le politiche e i saccheggi che hanno dovuto assistere negli ultimi due secoli e che continuano a tutt’oggi. E quando l’Africa vincerà questa partita per la sua vita e dignità? La sfida è ancora aperta e tutta da giocare.....

SUD SUDAN: UN FUTURO PIENO DI SPERANZA!

È questo il titolo che i vescovi sudanesi, riuniti in seduta plenaria a Juba, capitale del Sud Sudan, hanno scelto per lanciare ai cristiani e a tutti i cittadini del Sudan un messaggio di Speranza e di impegno per la pace e la riconciliazione nel paese, in preparazione del vicino Referendum del 2011 per la secessione del Sud Sudan. Anche questo incontro avveniva in luglio qualche giorno dopo la finale dei mondiali sudafricani. Un momento storico che si avvicina e anche un incoraggiamento a che il Sudan sia sempre più parte di un Continente che si è messo in marcia verso il suo futuro.

I Vescovi esortano tutto il Paese a un forte impegno affinché il processo di consultazione possa svolgersi davvero “in maniera trasparente e fruttuosa” per contribuire al bene comune del Paese. I Vescovi stessi scrivono che quello attuale è “un momento storico e di cambiamento” che farà sì che il Sudan “non sia più quello di prima!”. E continuano:“Dopo secoli di oppressione e di sfruttamento, dopo decenni di guerra e violenza che hanno segnato e ferito le vite di molte persone nel sud e nel nord senza alcun rispetto per la vita umana e la dignità; ora, a cinque anni dalla firma del Comprehensive Peace Agreement, abbiamo raggiunto un punto dal quale muoversi e preparare il cambiamento”.

Qualunque sia il risultato del referendum le persone al potere sono chiamate a cambiare la propria mentalità e a impegnarsi per una convivenza pacifica tra le diverse etnie ma anche avere buone relazioni con il nord del paese e una pacifica transizione.

Nel caso di risultato non favorevole all'indipendenza del Sudan del Sud, i vescovi esortano “tutte le persone al potere a cambiare i loro cuori e a garantire un'unità che abbracci tutti, in una giusta, libera e aperta società, dove la dignità umana di ciascun cittadino sia salvaguardata e rispettata”. Ma i vescovi segnalano anche l'importanza del fatto che le autorità del nord del Sudan “rispettino la libertà e i diritti umani, inclusa la libertà di religione di tutti i cittadini”, e che quelle del sud “tutelino i diritti” delle persone delle altre regioni”. La lettera pastorale incoraggia tutti coloro che hanno diritto di voto al referendum nel Sudan meridionale e in Abyei a scegliere il tipo di futuro di cui essi, i loro figli e le prossime generazioni vorranno godere. La scelta di optare per quel genere di vita che possa assicurare la libertà, la giustizia e l'uguaglianza dei diritti.

Per capire un pochino meglio la realtà complessa del lungo conflitto Nord/Sud Sudan mi sembra opportuno riferirmi a John Ashworth, un esperto internazionale della situazione sudanese che da anni segue l’evolversi degli eventi sudanesi: In realtà il CPA (l’accordo di “pace tra nord e sud ) è un documento niente affatto “onnicomprensivo” poiché affronta solo uno dei conflitti in Sudan (ad esempio non tocca la questione del Darfur). Riguarda poi solo due delle parti in guerra, escludendo tutti gli altri partiti politici e le fazioni militari, così come la stessa società civile. Non è nemmeno un documento che affronta la “pace” - più semplicemente è un cessate il fuoco che prevede una tabella di marcia che dovrebbe condurre alla pace.....E naturalmente spostando il conflitto dal livello militare a quello politico, un grande passo in avanti è stato fatto ma il conflitto continua comunque. Infine non può dirsi nemmeno un “accordo”: è stato firmato nel 2005 da Khartoum sotto un'intensa pressione diplomatica. In altri termini, i sudanesi del Sud vedono il CPA quasi esclusivamente in termini di preparazione al referendum nel 2011.”

“.....le cause profonde dei conflitti in Sudan sono generalmente ritenuti identitari e legati alla dinamica centro-periferia. Il Sudan è una società multiculturale, multietnica, multilingue e multireligiosa, ma in pratica una sola identità culturale e religiosa, quella arabo-Islamica, è stata imposta a tutti, cercando di assimilare gli altri e renderli al tempo stesso cittadini di seconda classe. Ciò è stato fatto da tutti i governi del Nord, non solo dall'attuale regime islamico”.

La gestione governativa del Sudan, compreso l'accesso al potere e alle risorse, è invece fortemente centralizzata mentre le aree periferiche sono marginalizzate. Inoltre, il petrolio è diventato un fattore importante nei conflitti. Tali problemi non sono mai stati risolti da un Sudan unito.

Proprio per questo il popolo del Sud ritiene che l'unica soluzione sia la secessione. In un proprio Stato indipendente, il Sud non dovrà affrontare l'islamizzazione e l'arabizzazione, né l'emarginazione dal potere, mentre avrà la maggior parte del petrolio sul proprio territorio. In realtà, però, il Sud sta già funzionando come un vero e proprio Stato, così che la secessione non sarà un cambiamento importante. Si spera che i progressi continuino e che alcune delle debolezze del governo sudista possano essere discusse insieme e pacificamente alle altre etnie presenti sul territorio del Sud. Le Chiese stanno tentando di preparare un programma di dialogo per essere d'aiuto in questo “momento storico e irripetibile”. Che la Pace, la Giustizia e la Riconciliazione possano essere valori guida per la gente del Sudan e vincano questa partita così importante per il loro futuro!

p. DANIELE MOSCHETTI

Missionario Comboniano

daniele@korogocho.org

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