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sabato 25 ottobre 2008

dal numero odierno de La Nonviolenza in cammino, alcuni testi

Da NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO
Numero 619 del 25 ottobre 2008

Notizie minime della nonviolenza in cammino proposte dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it

Sommario di questo numero:
1. La domandina del facinoroso
2. Diana Napoli: La strana disfatta. Elegia sulla fine della cultura
3. Per il 4 novembre giorno di lutto
4. Luigi Cancrini: La schiava
5. Le anime belle
6. Il poker e il bluff
7. Nicola Tranfaglia ricorda Vittorio Foa
8. Enrico Peyretti presenta "Tutto me stesso prima di morire" di Carlo Massa
9. Enrico Peyretti presenta "La mia vita per la pace" di Max Josef Metzger
10. Enrico Peyretti presenta "Un cattolico a modo suo" di Pietro Scoppola
11. La "Carta" del Movimento Nonviolento
12. Per saperne di più

2. La prostituta nigeriana che fugge di fronte ad un'auto della polizia e muore travolta da un'auto che va per la sua strada e che nulla poteva fare per evitare questo incidente dovrebbe diventare, in una nazione davvero civile, il simbolo del tempo che stiamo vivendo. Un tempo amaro e crudele. Parigi 1793. I giacobini (la parola che tanto odio suscita in chi oggi da destra ci governa) ottengono dall'Assemblea nazionale la legge che riconosce pari diritti, nella Repubblica nata dalla rivoluzione, ai neri e ai bianchi, ai colonizzatori e ai colonizzati, abolendo di fatto e per la prima volta nella storia dell'uomo la schiavitù. Una schiavitù che sembrava naturale negli Stati Uniti e nell'Inghilterra dove tanto pur si parlava di democrazia, che non creava problemi alla Chiesa Cattolica né alle altre religioni e che fu presto ristabilita in Francia da Napoleone: al tempo in cui Beethoven cancellò la dedica della Sinfonia n. 3, Eroica, fatta al nuovo imperatore dei francesi, strappando, per la rabbia, la prima pagina della sua partitura. Una schiavitù di cui noi cittadini europei pensavamo fosse scomparsa. Una schiavitù di cui la povera ragazza nigeriana ci dice che esiste ancora. Di cui lei può essere considerata un simbolo. Schiavo era, finché la schiavitù era in vigore, un essere umano privo di diritti formali (il diritto di cittadinanza e dunque di voto e di partecipazione alla cosa pubblica) e sostanziali (alla salute e alla casa, al lavoro e all'istruzione). Riconosciuti dalla nostra Costituzione ai cittadini italiani ed europei, questi diritti sono riconosciuti solo in parte e solo per la parte che riguarda i diritti sostanziali agli emigrati regolari. Non sono riconosciuti affatto a quelli irregolari di cui si dimentica tranquillamente (cinicamente, irresponsabilmente) la vicenda (il dramma) che li ha spinti a cercare la solidarietà di uomini e di donne nati in luoghi più protetti (da Dio, dalla fortuna, dal capitale) e che sono da questi costretti a vivere in una condizione perfettamente analoga (e a volte perfino peggiore) a quella degli schiavi. Immersi in una spirale di odio e di diffidenza. Travolti perfino dal punto di vista di quello che un tempo era "il diritto", dalla follia (apparentemente) lucida dei governanti di un Paese che é arrivato a considerare reato o almeno aggravante di reato la loro richiesta d'aiuto (o di asilo). Il loro investire quello che hanno in un viaggio della speranza destinato a distruggere, in una gran parte dei casi, tutti i loro sogni. Dando fondo a tutte le loro risorse. É in questa luce che, ancora una volta, dobbiamo valutare il significato simbolico di questa morte. L'unica risorsa di cui disponeva la povera ragazza di cui nessuno sa neanche il nome erano i suoi vent'anni e la capacità del suo corpo giovane di suscitare un interesse sessuale negli uomini del paese in cui sognava di arrivare. Vendere il proprio corpo per la strada con l'aiuto interessato dei delinquenti che sfruttavano la sua vergogna e la sua sconfitta era, per lei, l'unica possibilità di realizzare il suo sogno. Il suo progetto. Osservata da questo punto di vista la vicenda é il simbolo della condizione della donna e di tanti bambini del terzo mondo per cui prostituirsi, oggi, é un tentativo disperato di sopravvivere: per sé o per la propria famiglia di origine quando chi ti compra paga qualcosa ai tuoi genitori o i tuoi fratelli. Dicendoti chiaro, come in tanti casi é stato provato, che chi ha ricevuto dei soldi per il tuo sacrificio potrebbe subire gravi danni per la tua colpa se tu da chi ti ha pagato tenterai un giorno di liberarti. Di fuggire. L'ultimo riferimento di ordine simbolico della vicenda sta nel contrasto forte fra la freddezza della notizia giornalistica o televisiva e il vero e proprio dramma vissuto dalle persone che hanno investito e ucciso la ragazza che fuggiva. Come se solo la vicinanza alla sofferenza e al corpo della persona potesse dare il senso dell'immensità della tragedia in cui tutti siamo immersi: di cui riusciamo a non accorgerci e a non sapere finché il caso non ci mette di fronte al modo in cui la tragedia si fa ferita o morte, urlo di dolore o silenzio rassegnato. Interrompendo per un attimo, per poche persone, il sogno in cui tutti abbiamo bisogno di credere: l'idea di una società giusta, in cui queste cose non esistono, in cui la schiavitù non esiste più da tempo. L'idea e il sogno che sono gli alleati più potenti di tanti (troppi) che oggi ci governano spingendo la gente (che vota) a non vedere e non pensare. L'idea folle che nasce da tutte queste riflessioni potrebbe essere quella che si basa sul bisogno opposto, il bisogno di vedere e di ricordare. Erigendo un monumento all'emigrato clandestino nel luogo di questa tragedia. Dando il nome della ragazza nigeriana morta in questo modo assurdo ad una strada della città più vicina al luogo della sua morte.

5. EDITORIALE. LE ANIME BELLE
Le anime belle che si indignano con Colin Powell che ammette oggi il tragico errore dello scatenamento della guerra in Iraq che tuttora perdura. Sono le stesse anime belle che da anni appoggiano la guerra in Afghanistan, la guerra terrorista e stragista in Afghanistan, la guerra cui anche l'Italia partecipa in violazione della sua legge fondamentale e del diritto internazionale. Quando al tempo del governo Prodi le anime belle si prostituirono alla guerra, ritennero la legalità costituzionale una variabile dipendente, accettarono di essere mandanti e complici delle stragi, allora, già allora, si fecero complici del fascismo e del crimine organizzato, del terrorismo di stato e di banda, della guerra nemica dell'umanità. La loro indignazione per le malefatte altrui non giova a occultare il crimine loro. Crimine per il quale tanti sedicenti pacifisti e fin pretesi nonviolenti non hanno ancora pronunciato una sola parola di pentimento, così continuando ad essere non solo i complici fedeli serventi delle stragi che proseguono ancora in Afghanistan, ma anche i mallevadori e i maggiordomi del dispiegato eversivo banditismo oggi al potere nel nostro stesso paese contro la stessa popolazione italiana.
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Occorre opporsi alla guerra. Occorre chiedere l'immediato ripristino della legalità costituzionale. Occorre battersi per il disarmo e la smilitarizzazione dei conflitti. Occorre scegliere la giustizia e la solidarietà con l'umanità intera. Occorre scegliere la verità, la forza della verità, la nonviolenza che sola può salvare l'umanità in questa tragica distretta.

12. PER SAPERNE DI PIÙ
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: http://www.nonviolenti.org/ ; per contatti: azionenonviolenta@sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia: http://www.miritalia.org/ ; per contatti: mir@peacelink.it , luciano.benini@tin.it , sudest@iol.it , paolocand@libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: http://www.peacelink.it/ ; per contatti: info@peacelink.it
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