Pagine

martedì 12 giugno 2012

DA UN DIVERSO PUNTO DI VISTA: ALCUNE CONSIDERAZIONI SULMOVIMENTO 5 STELLE


In esito alle elezioni amministrative svoltesi in Italia, nello scorso mese di Maggio, il Movimento 5 Stelle ha presentato il proprio simbolo in 66 comuni, raccogliendo il 6,065% pari a 173.645 voti ed eleggendo quattro sindaci, se non andiamo errati, e un certo numero di consiglieri comunali come già era capitato alle elezioni regionali del 2010 e a quelle comunali del 2011.


Nel corso delle settimane successive i sondaggisti hanno segnalato una crescita esponenziale dei consensi rivolti a questo Movimento, gonfiandolo di voti come una rana d’acqua, fino ad arrivare a pronosticare il 19% (dati resi noti, ieri sera, da una emittente televisiva che ogni lunedì si occupa di pubblicizzare questo tipo di esercizio di valutazione del voto).


Considerato il tasso di astensionismo si può calcolare dunque che, se alla fine di ipotetiche elezioni politiche si potessero contare tra 20 e 25 milioni di schede valide, i voti per il Movimento 5 Stelle si aggirerebbero attorno ai 4/5 milioni: mentre la cosiddetta “foto di Vasto” (PD-SeL-IdV) è quotata poco oltre il 30%, quindi più o meno gli 8 milioni di voti del Fronte Popolare del ’48 (rispetto al 2008, seguendo questo tipo di indicazioni, il PD cederebbe, all’incirca, due milioni di voti al 5 stelle e due milioni di voti all’astensione: fenomeno. Quest’ultimo, ormai consolidato al 40% e difficilmente reversibile, come è dimostrato anche a livello europeo quando non è in gioco l’elezione diretta di una persona). Domenica scorsa, in Francia, infatti usciti di scena i candidati – presidenti ed entrati in campo i partiti, sia pure attraverso i candidati nei collegi, i votanti sono stati il 57%.


Il fenomeno dell’astensionismo, inoltre, appare poco studiato, in questa fase, e forse meriterebbe maggiore attenzione proprio per il profilarsi di una sua “strutturalità” collocata su dimensioni del tutto ragguardevoli, tali da mettere in crisi la stessa credibilità complessiva dei sistemi politici: e in tempi di crisi come questi, il fatto non è proprio da trascurare.


Il primo consiglio da rivolgersi al PD, verrebbe da scrivere paradossalmente, se ha voglia davvero di governare sarebbe quello, comunque, di tenersi l’attuale sistema elettorale, valutando in “non cale” il prezzo da pagare circa la crescita – in questo caso – sicura dell’astensione: ben compensata, infatti, dal robusto premio di maggioranza.


Tutto questo scompaginamento era facilmente prevedibile da parecchio tempo, almeno dall’entrata in scena del governo dei “tecnici” (assolutamente tra virgolette) al riguardo del quale la miopia dei partiti, più o meno tradizionali, ha davvero raggiunto livelli mai visti.


Ovviamente, i termini materiali, sempre più crudi e drammatici rappresentati dalla crisi economica, dall’impoverimento generale, dal determinarsi (o rideterminarsi) di precise condizioni di riferimento di “classe” rappresentano fattori decisivi per analizzare il rapporto politica e società, che sta assumendo proprio caratteristiche simili ad altre fasi storiche, conclusesi con un significativo arretramento nei meccanismi di esercizio della democrazia rappresentativa.


Quanto fin qui sommariamente descritto avviene, infatti, proprio per il precipitare della credibilità dei protagonisti della politica : “in discesa” per così dire e non certo per la crescita di consenso e di capacità d’aggregazione dei nuovi soggetti determinatasi, nella presenza sulla scena politica, dall’evolversi della situazione.


Tanto è vero che si parla, ormai apertamente, di un confronto diretto tra “montismo” e “grillismo”, quali espressioni dirette della capacità di bypassare e cortocircuitare il sistema attraverso la presentazione di un’idea, opposta ma speculare, di “antipolitica”.


Tutto questo può apparire credibile, alla luce della realtà sociale e politica del Paese e, soprattutto, potrà reggere il sistema?


A mio giudizio il dato mancante fin qui (e mi capita di segnalare di spesso questo dato senza ricevere risposte più o meno convincenti) è quello della dimostrazione di una possibilità di giudizio da parte dell’elettorato al riguardo dell’operato del governo: un giudizio che, sicuramente, non potrà essere espresso attraverso interposti soggetti, che pure si candidano a far questo, come l’UDC.


Il primo elemento di riequilibrio del sistema politico italiano, ancora al di là della modifica della legge elettorale, dovrebbe essere rappresentato dalla presenza del governo (nella persona del suo Presidente, così anche si verificherebbero sul piano politico le differenze all’interno del dicastero sul piano più propriamente politico: al di là del “sussurri e grida”) nella prossima competizione elettorale, con un proprio programma e una propria lista.


Se questo fatto non si verificherà (come è del resto probabile) rimarrà una ferita, un vero e proprio “vulnus” nel nostro tessuto democratico.


La presenza di una lista del governo nella prossima competizione elettorale è tanto più indispensabile per consentire al sistema dei partiti di riallinearsi in maniera razionale, e non semplicemente attraverso gli umori della “rete”.


Arrivo, allora, al secondo punto che intendevo toccare con questo intervento: tutti noi, sicuramente, siamo convinti del peso e del valore al riguardo del “far politica" in rete, considerata la nuova frontiera della modernità.


Ebbene credo proprio che le cittadine e i cittadini che, con le loro risposte ai sondaggisti, mutuate attraverso – in gran parte – la conoscenza della politica “in rete”, hanno affidato al movimento 5 stelle la grande responsabilità di trovarsi al centro della ristrutturazione del sistema politico, dovrebbero chiedere agli esponenti di questo movimento di materializzarsi, presentarsi sul territorio, aprire un dibattito all’interno dei luoghi consolidati della politica, tra persone in carne ed ossa, chiarendo gli elementi generali del proprio programma (quelli specifici ci sono) la loro collocazione politica, la loro volontà/non volontà di governare ben oltre all’idea di poterlo fare attendendo semplicemente di ottenere il 100% dei voti.


Non si tratta di banalità che richiamano la “vecchia politica”, ma di un’urgenza democratica: la rete è fallace, una nuova “fabbrica dei sogni” dove si stringono amicizie virtuali destinate ad aprirsi e chiudersi con un click, dove si può apparire e scomparire a piacere.


Un meccanismo meraviglioso per giocare, ma piuttosto delicato da maneggiare quando si tratta di fare (soprattutto di “costruire”) politica.


Tocca quindi, lo dico con un’allocuzione ormai logora e probabilmente “sbagliata”, al “popolo della rete” reclamare verso il Movimento 5 Stelle di farsi partito, anche con tutti i suoi riti antichi e moderni (negli effetti della presenza sul territorio: perché dal punto di vista dell’analisi politica partito, questo Movimento lo è già, essendosi presentato più volte alle elezioni): partito con le lacrime e il sangue che l’esistenza di un partito politico reclama.


Un partito e non un’illusione ottica: altrimenti lo sconquasso sarà totale.


La “rete” non può bastare e candidati ed eletti non possono essere proiezione di un blog e di qualche comparsata sulle piazze: il gioco non reggerà a lungo, e l’articolo 49 della Costituzione mantiene intatto il suo significato e il suo senso profondo nell’indicare la via dell’agire democratico.


Dunque servono, per rendere credibile il quadro, due nuovi soggetti: il partito del governo e quello del 5 Stelle.


Ho scritto partito senza ripensamenti: il soggetto organizzato che rimane indispensabile al funzionamento della democrazia.


Per quel che riguarda la sinistra erede della tradizione “storica” del movimento operaio italiano, mi permetto di rinnovare un invito, anch’esso già reiterato e non ascoltato: è necessario mantenere la forma-partito, addirittura rivolgendosi alla possibilità, pur nell’esercizio della modernità tecnologica, di rifiutare la logica maggioritario-presidenzialistica tornando all’idea della costruzione di una soggettività di massa, che punta alla rappresentanza reale delle fratture sociali anteponendola (senza cancellarla, ovviamente) all’idea della governabilità intesa quale traguardo esaustivo dell’agire politico.


Savona, li 12 Giugno 2012 Franco Astengo

Posta un commento