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sabato 8 agosto 2009

PELLEGRINAGGIO NAZARET GERUSALEMME: TRA PALME E LIMONI

Inizi di luglio. Giornata calorosa e soleggiata con una bellissima luce mediterranea. Partenza alle prime luci dell’alba con un pulmino pubblico per Nazaret. Il villaggio di Gesù sarà la prima tappa del nostro pellegrinaggio che ci vedrà impegnati sulle strade assolate della Galilea e della Palestina. Andrea Manzardo, amico dai tempi del seminario e laico comboniano, mi ha appena raggiunto in Terra Santa per condividere questo sogno e pellegrinaggio di vita.
Un sogno un po’ pazzo
Camminare a piedi da Nazaret a Gerusalemme (alla fine saranno circa 200km) costeggiando tutto il lago di Tiberiade o il cosidetto lago di Gesù e attraversando la Samaria, oggi chiamata Cisgiordania la zona occupata per arrivare alla Città Santa per le tre grandi religioni. Desiderio entusiasmante e allo stesso tempo audace. Tutte le persone e amici alle quali abbiamo confidato questo progetto ci guardavano un po’ stralunati ma allo stesso tempo con un po’ di “ammirazione”. Di solito i pellegrinaggi in queste terre si fanno in mesi diversi da quello di luglio che è infuocato, senza nuvole e vento. Ma i pellegrinaggi a piedi non si fanno per propria gloria, anzi!
L’obiettivo del nostro camminare sulle strade di Gesù, degli Apostoli e dei primi cristiani era cercare le nostre radici cristiane e della nostra fede. Allo stesso tempo volevamo offrire in modo speciale questo tempo, sudore, solidarietà, per pregare e intercedere per eventi importanti per noi come uomini, cristiani e missionari: il Capitolo Generale dei Missionari Comboniani di settembre 2009 e il Sinodo Africano che si terrà a Roma in ottobre 2009. La Missione della Chiesa e l’Africa! Dimensioni dell’oggi guardando al futuro!
Alle radici della fede pellegrinando
Che cosa spinge noi e il credente di ogni tempo ad intraprendere il viaggio verso Gerusalemme e la Terra Santa? C’è di solito una spinta interiore, un atteggiamento spirituale e una speciale grazia di Dio. Non è stato estraneo, naturalmente, l’aspetto umano: il sogno, il desiderio, la volontà ma anche le parole e l’esempio di tante altre persone, lo stimolo proveniente tanto dalla Bibbia e dalle letture personali quanto dai vari e molteplici canali d’informazione. Il pellegrinaggio non è un evento fugace o un fatto moderno, ma è un’esperienza millenaria.Sempre, intraprendendo un pellegrinaggio ci mettiamo sulle orme di tanti altri personaggi e santi, uomini e donne che da millenni hanno vissuto questa esperienza.
Un pellegrino ha bisogno che i luoghi non solo gli ricordino una storia passata, ma che siano carichi di spiritualità. Gli svelino cioè un messaggio ancora presente, una testimonianza di vita che egli può raggiungere superando la barriera del tempo, mediante la fede del suo cuore.
Ed è proprio con questa consapevolezza e fiducia di seguire orme tracciate da Gesù, dagli apostoli, dai santi e personaggi di ogni genere che ci siamo messi in viaggio. Anche di Daniele Comboni che venne in questa Terra per “cercare Dio e la Chiesa” sapendo che qui nacque la Chiesa e la Missione Universale. Lui giovane missionario alla prima partenza per l’Africa che la Provvidenza portò “per caso” e con viaggio gratuito insieme ad altri due compagni di viaggio dell’Istituto Mazza in questa Terra per una decina di giorni che gli fece esclamare di Gesù: “Fanciulletto in Egitto, solitario a Nazaret, evangelizzatore in Palestina, divide con i poveri la sua sorte.”
Ma prima di San Daniele Comboni molti si sono susseguiti e hanno lasciato i loro importanti diari e scritti che formano oggi la Tradizione della Chiesa e le prime testimonianze di fede. Prima ancora che l’impero romano permettesse la religione ufficiale cristiana (313 d.C.), i pellegrini si mettevano in cammino per visitare le tombe degli apostoli, dei martiri, e i luoghi santi delle terre bibliche. Dalle terre d’Europa a quelle del Medio oriente. E questo fatto ci ha fatto penetrare dentro la storia, la geografia biblica e la cultura di tante persone che hanno scritto la Storia incarnandola e partendo dalle proprie radici di fede.
Il più famoso tra gli antichi diari di pellegrinaggio in Terra Santa è l’opera di una donna originaria della Galizia, una provincia della Spagna. Si chiamava Egeria,pellegrina del IV° secolo d.C.. Essa viaggiava per conoscere le scritture e i luoghi santi dove sono state scritte. Infatti essa scrisse: “Vedevo infatti molti santi monaci che venivano da quel posto Gerusalemme per visitare i luoghi santi e per pregare. Essi parlandomi di quei medesimi e singoli luoghi, mi fecero venire il desiderio di affrontare quella fatica, se fatica può propriamente dirsi quella di chi vede realizzarsi il proprio desiderio.” (Itinerario, XIII, 1)
Anche s.Gerolamo, che in Terra Santa venne per tradurre la Sacra Scrittura, ci sorprende con parole attualissime nel Libro delle Cronache: “Chi ha visto la Giudea con i suoi occhi e chi conosce i siti delle antiche città, i loro nomi siano essi gli stessi oppure siano cambiati, guarderà molto più chiaramente alle Sacre Scritture” (PL 29, 401). E’ una sensazione confermata e che diventa sempre più chiara anche per chi è stato per un lungo o breve momenti su questi luoghi nel corso dei secoli.
Fin dai primi secoli cristiani, fede, teologia e liturgia si richiamano alla memoria storica di Gesù a Betlemme, a Nazaret e soprattutto a Gerusalemme. I primi pellegrini di cui abbiamo memoria venivano in Terra Santa spinti dal desiderio di avere un contatto diretto con i luoghi cosidetti “Santi” che già conoscevano dalla lettura dell’Antico Testamento e del Vangelo. Più tardi i pellegrini presero a venire per vedere e pregare, per conoscere i luoghi della redenzione ed edificarsi nella loro fede, riattualizzando nel contatto con i luoghi dove i fatti si erano svolti, la presenza redentrice e salvatrice di Cristo. In questo contesto di sacralizzazione della Terra Santa, non meraviglia l’uso teologico fattone da Cirillo vescovo di Gerusalemme nelle sue catechesi ai neofiti nei primi secoli: “Molti sono i veri testimoni di Cristo…. Testimonia il luogo della mangiatoia…Tra i fiumi rende testimonianza il Giordano; tra i mari quello di Tiberiade… Testimonia il santo legno della croce fino ad oggi visibile in mezzo a noi… Testimonia il Getsemani…Testimonia questo santo Golgota elevato….Testimonia il santissimo sepolcro e la pietra che ancora oggi si trova per terra…Testimonia il santo Monte degli Olivi da cui ascese al Padre…” (Catechesi, X, 19).
Le radici della nostra fede cristiana si trovano nella Bibbia e nel giudaismo. Il pellegrinaggio, prima di essere un’esperienza cristiana, è stata un’esperienza giudaica per millenni. Tre volte all’anno tutti i maschi dovevano salire a Gerusalemme, non solo per “vedere Dio” ma anche per “essere visti dal Signore”. Gli ebrei, eccetto quelli della Giudea, compivano il pellegrinaggio a Gerusalemme non tre volte, ma forse una o due volte l’anno; quelli appartenenti alla Diaspora venivano di solito, solo per la Pentecoste. Il pellegrino doveva camminare (il pellegrinaggio si chiamava in ebraico regalim, regel= il piede) cinque giorni se veniva dalla Galilea, un giorno se veniva dalla Giudea. Camminavano lungo il Giordano, per avere possiblità di lavarsi e per evitare i Samaritani, loro nemici. A Gerico tutti si ritrovavano assieme e facevano la salita a Gerusalemme cantando i Salmi delle ascensioni che corrispondono ora nella Bibbia alla sequenza dal salmo 120 al 134 e qualche altro salmo sparso. Il pellegrinaggio era chiamato ‘aliyah (salita), un salita geografica accompagnata da una salita spirituale. La salita verso la Città Santa e il suo Tempio.
La catechesi che si dava in quel tempo al pellegrino ricordava però che ogni uomo è un Tempio. S.Paolo , giudeo e fariseo, parla infatti del Tempio del corpo in 1Cor 6,19. Il pellegrino, dopo il pellegrinaggio, doveva portare la luce di Dio agli altri. Doveva imparare a sorridere perchè è colui che ha riscoperto la gioia. Tutti insegnamenti ancora oggi molto validi per tutte le religioni ma anche per i pellegrini dell’oggi.
Nella catechesi della festa delle Capanne ciascuno doveva abitare sotto le tende facendo memoria che il popolo nell’uscita dall’Egitto non aveva sulla terra una dimora stabile e fissa. Ma doveva portare con sé anche un ramo di palma, un limone (etrog), un ramo di salice e un ramo di mirto. Insomma portare il profumo della natura e di Dio che passa dagli uni agli altri. Ma ciascuno di noi porta in sé la sua palma e il suo etrog. La palma corrisponde alla spina dorsale e l’etrog (limone) profumato è il cuore. Il pellegrino veniva quindi invitato a fare un esame di coscienza: i suoi pensieri e il suo cuore devono essere buoni se vuole salire sulla montagna del Signore.
Ogni pellegrinaggio, quindi, deve essere allora un’occasione per ritrovare queste radici, con la ricchezza della Parola di Dio con il senso giudaico della preghiera e del primato di Dio nella vita quotidiana. Ma anche contestualizzandolo nel tempo in cui stiamo vivendo pieno di oppressione, ingiustizie e di sangue innocente versato dai popoli palestinese e israeliano.
I volti del pellegrinaggio
È da molto tempo che vivo l’esperienza del pellegrinaggio. Ho fatto migliaia di kilometri in giro per l’Italia e l’Africa. Questo della Terra Santa mi pareva un grande sogno quasi irrealizzabile. E invece eccomi qua. La cosa che più mi affascina nei tanti pellegrinaggi vissuti sono gli incontri e i volti e le storie che il Signore mi ha posto “per caso” sul cammino, sulla strada, nel riposo e nella condivisione.
Il primo giorno a Nazaret abbiamo conosciuto un autista palestinese di taxi. Alì ci raccontava dei grandi sacrifici per mantenere agli studi universitari i suoi 4 figli. Tre di loro ragazze. Sicuramente li considera il suo tesoro nascosto e tutti qui in Palestina fanno di tutto per far continuare gli studi ai figli. E’ tutto ciò che gli rimane per sperare in un futuro diverso per loro.
E poi Samir, un rivenditore di souvenir che gentilmente mi racconta delle grandi difficoltà che incontrano oggi a Nazaret. I pellegrini sono diminuiti. Ormai i cristiani sono rimasti il 25% dell’intera popolazione. Un tempo era la maggioranza. Ma lui continua a resistere ma all’estero ci sono tanti altri figli e parenti che cercano di aiutare il suo negozio. Con Andrea abbiamo toccato con mano l’ospitalità calorosa e gentilezza del popolo palestinese
Mattino seguente alzata prestissimo. Per strada non c’è nessuno. Solo noi e qualche cane che passano sulla strada. La meta di oggi è Tiberiade sul lago omonimo. Ci arriviamo verso le 11 di mattino. Un solleone e il catrame che sprigiona una calura da forno. Siamo esausti. Nel pomeriggio incontriamo due giovani pellegrine francesi: Raphaelle e Elisabet. Stavano rientrando dal loro viaggio dal Monte Sinai in Egitto e dalla Giordania. Ci siamo scambiati le nostre esperienze e le scoperte di questo entusiasmante tempo. Anche loro sono rimaste affascinate dal mondo dei beduini del deserto con i quali sono rimaste qualche tempo.
Partenza l’indomani molto presto. Le prime luci dell’alba ci trovano già in viaggio ad assaporare la bellezza della nascita del sole sul lago di Gesù. Chissà quante volte Lui stesso sia rimasto in attesa di questa stupenda luce che gli ricordava il Padre, la Creazione e la bellezza del mondo. La tappa oggi sarà Tabga, il luogo del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci e del primato di Pietro. Saremo ospiti di una congregazione religiosa che ha la sua casa proprio di fronte al lago. Luogo stupendo e silenzioso. Ci accolgono suor Caterina e Virina, una volontaria tedesca. Ci riposiamo e verso sera celebriamo l’eucaristia. Decidiamo di celebrarla proprio in riva al lago che è proprio nel loro giardino. Scelgo il brano della moltiplicazione dei pani e dei pesci, proprio per ricordare il luogo dove stiamo vivendo questa eucaristia-ringraziamento. Virina, la volontaria si aggiunge “per caso” a noi per la messa. Finisco di leggere il vangelo della moltiplicazione e mi siedo. Proprio in quel momento nel silenzio meditativo sopraggiunge un gruppo di persone che chiedono di restare alla messa. La Parola diventa sempre vissuta e spezzata e il Popolo di Dio si moltiplica. La realtà ci comunica che il “caso” non esiste. L’eucaristia ci tocca il cuore e la nostra condivisione della Parola è profonda.
Il giorno successivo ci avviamo per Cafarnao, la città dove Gesù compì molti miracoli e si trasferì da Nazaret per iniziare il suo ministero insieme ai suoi discepoli. Visitiamo le rovine della casa di Pietro e della sinagoga. Preghiamo e chiediamo a Pietro di accompagnarci nel cammino della vita insegnandoci la sua passione e audacia. Decidiamo di proseguire verso Ein Gev, un kibbutz israeliano dall’altra parte del lago. Verso la metà mattinata il sole è già alto. L’aria si fa molto calda e irrespirabile. Per accellerare l’arrivo chiediamo un passaggio e in sequenza incontriamo diversi israeliani che gentilmente ci danno un passaggio. Un giovane ebreo molto serio epoco espansivo. Un allenatore di calcio vestito da militare che si accende quando gli diciamo che siamo italiani. Adora il calcio italiano e la nostra nazionale di calcio. Una ragazza di un kibbutz che ci spiega che di solito chi dà i passaggi in macchina sono le persone dei kibbutz visto che anche loro molto spesso lo chiedono. Il kibbutz non è altro che un villaggio-comune dove gli abitanti hanno scelto di vivere là con la loro famiglia. Un lavoro comune nei campi e in città ma si condivide la vita sociale con una propria gerarchia molto legata allo Stato. Se ne può trovare in diverse parti del paese. Sono stati alla base della fondazione dello Stato di Israele. Oggi sono molto meno presenti.
La ragazza ci lascia vicino ad una fermata di un autobus. Quasi immediatamente, sembra quasi seguendo le parole della ragazza precedente, dal kibbutz ci raccoglie Igan. E’un giovane rasta israeliano. E’ felice di darci un passaggio. Un comun denominatore di tutti coloro che ci davano un passaggio era la macchina molto malconcia. Ma a noi non interessava lo stato del mezzo ma la disponibilità e amicizia delle persone incontrate. Ci importava la vivacità e la disponibilità di queste persone. Igan, in particolar modo, ci racconta un po’ la vita dei kibbuz. Ci fa tante domande. È interessato a conoscerci e a scambiare idee. Credo che la vita nel kibbutz sia un pò chiusa e con le solite facce. Arriviamo in serata a Beit Shean.
A Beit Shean mostro ad Andrea uno dei siti archeologici più belli e interessanti di Israele. Qui ci sono ruderi che risalgono all’Era Calcolitica cioè circa 4-5 mila anni fa. Lo splendore di questa città è proprio il periodo cristiano dell’Impero Bizantino verso il 3-4 secolo d.C.. La città poteva contare già a quei tempi dai 40 ai 50 mila abitanti, in maggior parte cristiani. I vari imperi che si sono susseguiti hanno fatto di questa città un punto di incontro e di scontro. Bellissima cittadina e resti imponenti: teatro, tempio, bagni pubblici, strade romane e tanto altro. Concludiamo la nostra visita ed entriamo in un supermercato per comprare qualcosa da mangiare. Mentre stiamo arrabattandoci con le scritte tutte strettamente in ebraico, si avvicina a noi un giovane ben vestito con un ebraico molto stretto. Diciamo che non riusciamo a capire nulla. Allora comincia a parlare inglese e ci chiede da dove veniamo. Alla risposta : “dall’Italia” subito parte un invito a bere un caffè espresso nel suo ufficio. Infatti Vittorio è il giovane direttore del supermercato. Molto cordiale e gentile ci racconta della sua famiglia e dei suoi figli. Suo nonno era ebreo-italiano e durante la seconda guerra mondiale dovette fuggire da Livorno per andare in Libia dove ci rimase qualche anno. Ma poi dopo la guerra si trasferì in Francia con la famiglia. Poi il papà di Vittorio decise qualche anno più tardi di ritornare in Israele quando i primi appelli del nuovo governo israeliano invitavano gli ebrei della diaspora a tornare nella terra promessa. Così Vittorio ora è un israeliano a tutti gli effetti così pure la sua famiglia. Una grande ammirazione per l’Italia e della nostra cultura e ricchezza culturale. Ci intrattiene davvero in maniera brillante e nel raccontarsi ci regala anche uno spaccato di vita israeliana. Insieme ad un suo amico ci invita per il giorno seguente a prendere un caffè di nuovo. Ma noi dobbiamo proseguire verso Jenin, la prossima tappa cioè i Territori dell’Autonomia Palestinese e Samaria. Ci guardano stralunati e esterrefatti. Ci chiedono perché vogliamo passare di là. Ci dicono che è troppo pericoloso. Gli spieghiamo che siamo in pellegrinaggio a piedi e in autostop e che vogliamo passare nei luoghi delle nostre tradizioni cristiane. Infatti a Jenin e a Nablus sono situati il pozzo di Giacobbe e della Samaritana. Rimangono allibiti per la nostra determinazione ma continuano a chiederci di passare dalla strada 90 che costeggia il fiume Giordano e arriva a Gerico. Si legge sui loro volti la curiosità ma anche il compatimento perché per loro quei territori sono invalicabili. A loro è vietato oltrepassare la “frontiera” controllata solo dai soldati israeliani. Gli diciamo di accompagnarci nella preghiera e loro rimangono esterrefatti.
Il giorno successivo sempre partenza alle ore ancora notturne per sfruttare il fresco e il silenzio della notte. Vediamo un alba stupenda che si impone sui Monti Gilboa dove il re Saul, il primo re d’Israele, venne ucciso con i suoi figli. Dopo qualche ora di cammino il sole è già alto e bollente in cielo. Decidiamo di chiedere un autostop visto che la strada per Jenin è ancora lunga. Arriviamo ad un bivio obbligato e cominciamo a chiedere un passaggio. A un certo punto vediamo spuntare dall’altra parte della strada e avvicinarsi verso di noi un giovane- adulto robusto con una maglietta che porta una grande farfalla e un borsello di pelle a tracolla. Ci saluta e ci fa un grande sorriso. Ma si mette davanti a noi. Così decidiamo di desistere e di lasciare lui chiedere un passaggio. Ma si avvicina ulteriormente a noi e ci chiede in ebraico se siamo del kibbutz. Noi rispondiamo negativamente. Allora ci chiede da dove veniamo. Di nuovo: “dall’Italia…”! Appena finito di dirlo, lui comincia a squarciagola a cantare questa canzone: “Lasciatemi cantare, lasciatemi l’ammore!!” e ci chiede se la conosciamo. In effetti è la versione un po’ ritoccata da Avi (si chiama così) riveduta e corretta di una canzone di Toto Cotugno. Comincia a farci domande e nel frattempo fa gesti un po’ strani ai camionisti e a chi passa. In effetti Avi è un giovane con qualche” diversità” ma non si vergogna di mostrarlo. L’unico problema è che le macchine non si fermano quando lui fa i suoi gesti. E così noi non possiamo proseguire per il nostro pellegrinaggio. Cerchiamo di dialogare con lui ma continua a cantare il solito ritornello che ora è diventato il suo preferito. Finalmente una macchiana si ferma e parlotta con lui per qualche minuto. Poi si chiudono le porte e via. Anche noi tiriamo un sospiro di sollievo e ci avviamo verso Jenin.
Arriviamo a jenin. Ma prima di entrare in città bisogna fare il grande check-point militare. Praticamente un immenso capannone dove all’interno vi sono tanti sgabuzzini con i soldati che controllano i palestinesi che passano dal territorio Israeliano a quello Palestinese e viceversa. Tanti giovani soldati e soldatesse. Tanti fucili. Anche per noi ci mettiamo in fila per entrare. Quando è il nostro turno ci dicono che non possiamo entrare. Chiediamo di parlare con i superiori. Ci dicono che dobbiamo fare una richiesta due o tre giorni prima di entrare e poi si vedrà se il permesso verrà accordato. Niente da fare. Non ci lasciano passare. Siamo delusi ma d’altronde sapevamo già che passare questi posti della Cisgiordania non era facile. Al di là del muro c’è tanta sofferenza e ingiustizia che pochi conoscono.Un territorio e la sua popolazione messi in ginocchio da un’oppressione organizzata e costante da oltre 60 anni di occupazione. E non è ancora finita! La violenza, il sopruso e mancanza di rispetto la fanno da padroni in questi ambienti.
Decidiamo di tornare ad Afula, una cittadina distante circa 15 km da questa zona. Pernottiamo là e il giorno seguente partenza per Haifa. Una cittadina molto bella e moderna. Il più importante porto del paese con la sede mondiale della religione Baha’i con il suo stupendo giardino a terrazze che si affaccia proprio di fronte al mar Mediterraneo. Haifa è stata costruita sul monte Carmelo famoso in tempi biblici per essere il luogo dove viveva il profeta Elia. Su questo verdeggiante monte egli chiese a Dio di fulminare con il fuoco circa 500 falsi profeti che rifiutavano di riconoscere l’unico vero Dio. Chiediamo ospitalità alla comunità dei Carmelitani scalzi che gestiscono il santuario della Madonna del Carmelo e la grotta di Elia. Un’accoglienza stupenda e davvero in amicizia e fraternità. Tanta allegria e racconti di missione: dall’Africa, al Giappone, dall’Italia al Libano. La loro vicinanza e condivisione ci incoraggia ancor di più a vivere questo pellegrinaggio con una gratuità totale nella preghiera e nell’accogliere ogni cosa dalla Provvidenza.
Lasciamo Haifa nella notte ancora buia. Ci mettiamo in cammino. Siamo proprio sul mare Mediterraneo e ne siamo anche contenti. L’aria è già cambiata. Tira una brezza mattutina leggera. Sembra quella del profeta. In quella comunità religiosa, siamo pienamente convinti che abbiamo vissuto uno dei tanti doni dello Spirito. Ci immettiamo sulla statale. Rare macchine passano veloci nella notte. Il mare lo sentiamo vicino con le sue onde. Allora decidiamo di camminare sulla riva del mare proprio sul bagna-asciuga. È affascinante camminare in silenzio con le onde che ci bagnano i sandali. E’ spontaneo ringraziare e pregare il Signore per le meraviglie della creazione e della grande opportunità che ci dà di essere lì. Non per sé stessi ma a nome e per conto di molti. Camminare insieme nonostante la lontanza.
Mentre il sole cresce all’orizzonte la spiaggia comincia ad affollarsi di gente che fa jogging in riva al mare. Ci guardano molto incuriositi vedendo due persone che con zaino in spalla camminano vicino al mare. Ci godiamo questo cammino di 19 km che ci porterà ad Atlit. E’un piccolo paese dove in riva al mare esiste un Castrum Peregrinorum, un castello crociato costruito nel 12° secolo. Fu anche l’ultimo baluardo prima della ritirata dei crociati cristiani dopo le sconfitte da parte dei Mamelucchi che avevano conquistato i territori della Terra Santa. Fu anche un punto di riferimento per i pellegrini di quel tempo che giungevano a visitare i luoghi sacri. Il paesaggio è molto suggestivo e decidiamo di fermarci a un piccolo bar per prenderci un caffè prima di continuare verso Cesarea Marittima.
Beviamo in nostro caffè in santa pace e ci riposiamo un attimo. Chiediamo qualcosa a qualche cliente del bar. Ci si avvicina un uomo con un evidente handicap alla parte destra del corpo. Si chiama Moti. È israeliano ma conosce bene l’italiano e altre quattro lingue. Ci racconta di essere stato direttore di compagnie armatrici italiane di navi a Venezia e Genova. Viveva a Milano con la sua famiglia. Quello che ci colpisce di quest’uomo è che stava conversando in amicizia nel bar in arabo con altri palestinesi. E infatti sarà uno dei personaggi che caratterizzerà il pellegrinaggio. Ci racconta della sua vita e dell’ictus che l’ha parzialmente paralizzato. Ma conoscendolo di più ti accorgi che l’ictus ha portato non solo l’handicap ma anche una benedizione per molte persone.
Ci invita a visitare la zona con la sua macchina speciale e automatica. Ci racconta della guerra del 1948 dove i palestinesi persero molte terre. Ci accompagna ad un paese sulle colline, un tempo palestinese e ora occupato da artisti israeliani che lo hanno abbellito e reso molto attraente. Ma dove sono andati a finire gli antichi abitanti del posto? Ci spiega del dolore di queste famiglie palestinesi, circa un trecento persone. Oggi vivono nascoste dentro una valle più in su del vecchio villaggio, quasi sul cucuzzolo della collina. Passiamo davanti ad un kibbutz gestito da una comunità religiosa ebrea. Le strade , le case e l’ambiente sembrano davvero molto belle. Passiamo all’esterno del villaggio e incontriamo la stalla comunitaria con centinaia di mucche con ventilatori giganti per il gran caldo che imperversa. Ci racconta che fino all’anno scorso il villaggio palestinese che è esattamente a qualche chilometro dalla stalla non arrivava l’elettricità. I palestinesi si lamentavano perché vedevano che gli animali stavano meglio di loro in tutti i sensi. La strada diventa quasi impraticabile.
Arriviamo ad un paesello arroccato sulla collina. Tante case incomplete in cemento quasi una sopra l’altra. C’è una piccola scuola-asilo. Moti ci spiega che lui viene a dare lezione di inglese perché con quella lingua possono esprimersi meglio e rivendicare i propri diritti anche con chi viene da fuori. Tutta la gente del villaggio lo saluta e gli parla in arabo. Ci fermiamo ad un piccolo bar che lui stesso ha aiutato ad aprire in quel luogo. Il gestore è accogliente ed è uno degli studenti del corso di inglese di Moti. E così cerchiamo di comunicare con lui direttamente. Moti ci racconta delle grandi sofferenze e delle lotte che questa gente deve subire per restare qui. Lui cerca di dare una mano soprattutto contro la volontà della sua famiglia e dei suoi amici che non vedono bene questa attività.
Ci riporta a casa sua e così conosciamo la sua famiglia: mamma e moglie. Una padre marinaio russo con una moglie tedesca, ebrei in diaspora che sono rientrati dopo la dichiarazione dello Stato di Israele. Una famiglia molto originale e numerosa. La mamma ci racconta dei momenti di grande povertà che aveva vissuto agli inizi dopo il ritorno in Israele. Un dramma quello dell’olocausto degli ebrei durante la seconda guerra mondiale che continuava nella povertà anche nella “terra promessa”. Ma ora sembra che le parti si siano invertite con il popolo palestinese. Bisogna cercare di trovare il bandolo della matassa così complicata di questo conflitto che continuerà a mietere vittime innocenti senza raggiungere una pace vera.
Moti ci svela molte cose sulla vita del popolo israeliano. Ci accompagna alla stazione e mentre aspettiamo il treno ci mostra tanti giovani soldati che con fucile vanno verso Tel Aviv. E si chiede: “Ma chi è l’ebreo-Israeliano oggi?” Lui misto tedesco-russo. E ci fa riconoscere attraverso i lineamenti dei giovani che ci passano davanti le varie provenienze: russi, yemeniti, tedeschi, latino-americani, spagnoli, etiopi, nordafricani e tanti altri. Un popolo con tante razze. Un popolo che potrebbe essere esempio per la sua composizione ma che soffre di integrazione. Come sarà il futuro? È con questa domanda che lasciamo Moti, amico israeliano che ci ha insegnato molto.
Arriviamo a Cesarea Marittima al sito archeologico. Qui Erode il Grande costruì la sua reggia proprio sulla roccia del mar Mediterraneo. Ora il suo palazzo sontuoso è scomparso tra i flutti del mare. Il sito è stato allargato durante i secoli dagli altri conquistatori che si sono susseguiti nelle conquiste. E allora trovi l’ippodromo romano dove correvano le bighe, il castello crociato, la moschea Mamelucca e le chiese Bizantine, il teatro romano più conservato del paese. Insomma la storia è passata di qui. E a Cesarea Marittima seguendo gli Atti degli Apostoli, fu rinchiuso per due anni in prigione anche S.Paolo. Attendeva di essere trasferito a Roma dove lui, giudeo e cittadino romano, aveva chiesto di essere portato davanti all’imperatore per essere giudicato. Poi la storia la conosciamo anche noi.
Il nostro pellegrinaggio non poteva non raggiungere anche l’altro apostolo importante della Chiesa: S.Pietro. Così come ultima tappa prima del nostro rientro a Gerusalemme ci siamo avviati verso Giaffa (in ebraico Yafo). Una cittadina oggi ma la parte antica non ha perso quel fascino e il richiamo ai ricordi di navi fatiscenti ma costanti che solcavano questo piccolo porto di Terra Santa. Pietro qui su di una terrazza ricevette la visione che anche i popoli pagani era accolti alla mensa del Signore (Atti 10). Non vi erano più cibi immondi che precludevano ai pagani di diventare cristiani.Qui Pietro ricevette i messi di Cornelio, centurione della Coorte chiamata “Italica” che venivano a sollecitarlo affinchè si recasse da lui a Cesarea dove attendeva la rivelazione delle verità divine. Ma anche il miracolo della “risurrezione” di Tabita ci fanno conoscere un Pietro ormai aperto ai popoli. E qui nasce la Chiesa Universale e la Missione.
Sulle orme di Daniele Comboni
Anche qui a Giaffa ci è passato il nostro Daniele Comboni per andare a Gerusalemme. Ci ha lasciato una descrizione quasi dettagliata di come quel viaggio non programmato inciderà fortemente sulla sua vita personale e di missionario. Lui che aveva deciso nel suo cuore di donare completamente la sua vita all’Africa e agli Africani.
Il pellegrinaggio ci ha portato a concludere da dove avevamo iniziato: il Santo Sepolcro a Gerusalemme. Il luogo dove Gesù il Cristo ha ridonato a tutti Speranza e nuova Vita. Abbiamo portato nella preghiera costante le gioie e le sofferenze, i dolori e le speranze di tante persone incontrate in questo meraviglioso pellegrinaggio da Nazaret a Gerusalemme. Ma anche le speranze e le attese di tanti missionari che dal capitolo Comboniano si aspetta nuova forza, spinta e audacia per la missione del nuovo millennio. Ma anche le speranze e le attese per il Sinodo Africano che rifletterà su valori fondamentali per la Chiesa e per la società africana: Pace, Giustizia e Riconciliazione. Il continente amato da Comboni. La Perla nera della Chiesa. C’è bisogno di verità e giustizia per essere testimoni autentici del Vangelo che libera.
La Chiesa universale cioè la Palma, la spina dorsale del Popolo Univerale di Dio. La Missione cioè l’Etrog, il limone. Il cuore della passione e il profumo di Cristo da portare nel mondo con gioia, sacrificio e testimonianza. E chi meglio di San Daniele Comboni può capire questi simboli così importanti? Le palme delle oasi nei deserti da lui attraversati nei suoi pellegrinaggi missionari in Africa. E i tanti limoni del suo piccolo paese, Limone sul Garda, con i quali la sua famiglia poteva sopravvivere. Una storia che si ripete e che ci rilancia con grande passione e nuovo spirito missionario.
p. DANIELE MOSCHETTI
Missionario Comboniano
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