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lunedì 11 febbraio 2013

BENEDETTO XVI E CELESTINO V


Papa Benedetto XVI si è dimesso. Non è un fatto che accada tutti i giorni! Prima di lui, 700 anni or sono, si era dimesso Celestino V, il papa del gran rifiuto. Chi era Celestino? La sua figura si delinea sullo sfondo della Chiesa del suo tempo, delle lotte intestine tra chi vede la fede come scelta di vita e di povertà evangelica e chi la vede come strumento di ricchezza e potere. C’è un bel libro su Celestino, ed è stato scritto da Ignazio Silone (edito da Mondadori).
La citazione che segue  è tratta da questo testo. È  un discorso del (suo) papa Celestino V ai predicatori napoletani adunati nella sua residenza provvisoria in Castelvecchio presso il Molo a Napoli. Celestino non ha mai messo piede a Roma: Ubi papa est ibi Roma ha sentenziato il Cardinal Caetani, suo avversario, persecutore e, infine, successore col nome di Benedetto VIII. Per una migliore comprensione del brano, occorre ricordare che Pietro Angelerio (nome di Celestino prima di essere eletto papa) ha una formazione intellettuale che lo stesso Silone definisce «piuttosto rudimentale», essendosi formato per tre anni presso la badia molisana di Faìfoli dove apprende il latino della liturgia e dei libri sacri In quest’occasione, Silone fa dire al papa:

 “Diletti figli, anche quelli di voi che ancora non mi conoscono di persona, sanno che non debbono aspettarsi da me una lezione di oratoria sacra. So che un’arte simile esiste, con regole e modelli; ma, ve lo confesso umilmente, io non l’ ho studiata, mentre ho sentito dire che alcuni di voi sono in essa espertissimi e addirittura celebri. Tenete anche conto che per molti anni ho fatto vita eremitica, che è un genere di vita in cui si parla poco. Mi intratterrò dunque con voi alla buona, da padre a figlio, e in anticipo vi chiedo scusa se sarò noioso, come spesso lo è il padre che parla a figli più istruiti di lui. Mi limiterò pertanto a due sole raccomandazioni. Devo anzitutto dirvi che nel predicare, se vi è possibile, cercate di essere semplici. Ah, so bene che non è facile parlare con semplicità. Per riuscirvi sarebbe necessario, questo va da sé, di essere interiormente semplici, e la vera semplicità è una conquista assai difficile. L’intera esistenza d’un cristiano, si può dire, ha appunto questo scopo: diventare semplici. Ma se la semplicità non è ancora per qualcuno di voi un dono meritato, egli faccia almeno lo sforzo di ottenerla nel modo di esprimersi. Dunque, vi supplico paternamente di adoperare nelle vostre prediche parole che tutti capiscano. La parola di Dio si rivolge a ogni creatura e in particolare alle più umili. A quelli, cui il parlare semplice riuscisse più difficile, posso consigliare un espediente. Ognuno di voi, immagino, ha relazione con qualche persona incolta, un uomo di fatica, che conosce appena il proprio mestiere e nient’altro. Ebbene, prima di profferirla in pubblico, recitate a lui, privatamente, la vostra predica e sopprimete ogni parola che lui non capisca. La mia seconda avvertenza è più importante. C’è un proverbio che dice: bada a quello che il prete dice e non a quello che il prete fa. Probabilmente è un proverbio inventato, proprio per comodo, da qualche predicatore. Ma vi assicuro che il popolo cristiano la pensa e giudica il contrario e, a mio avviso, esso ha perfettamente ragione. Esso bada di più a quello che i preti o i frati fanno che a quelli che essi dicono. Il cristianesimo infatti non è un modo di dire, ma un modo di vivere. E non si può decentemente predicare il cristianesimo agli altri, se non si vive da cristiani. Questa è dunque la mia paterna avvertenza; predicatori miei cari, volete essere creduti? Cercate di essere dei buoni cristiani, fate il bene e fatelo di cuore. Non lo fate per furberia, non per tornaconto, non per essere popolari, non per far carriera. Fate il bene gratuitamente e non raccontatelo a nessuno. Tanto più che Dio in ogni caso vi vede e vi ricompenserà, se non in questo, nell’altro mondo. Ma anche se Dio non vi badasse o trovasse la vostra virtù del tutto naturale –ci vuole una grande presunzione ad esigere che Dio si occupi di ognuno di noi- anche allora fare il bene è una buona cosa, ed è una bella cosa. Francamente, che c’è di più bello? Mi pare di avervi detto quello che volevo, vi ringrazio di avermi ascoltato e vi benedico (Ignazio Silone, L’avventura di un povero cristiano, pp. 99-100).

Poco prima, lo stesso Silone aveva scritto:
“Se l’utopia non si è spenta, né in religione, né in politica, è perché essa risponde a un bisogno profondamente radicato nell’uomo. Vi è nella coscienza dell’uomo un’inquietudine che nessuna riforma e nessun benessere materiale potranno mai placare. La storia dell’utopia è perciò la storia di una sempre delusa speranza, ma di una speranza tenace. Nessuna critica razionale può sradicarla, ed è importante saperla riconoscere anche sotto connotati diversi” (p. 35).


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