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lunedì 8 marzo 2010

IL DOPO MARX E IL NUCLEARE

Nel concetto acritico di Sviluppo delle Forze produttive (FP) sta il vizio di fondo della teoria marxista: è un po' che lo sostengo in vari interventi e finalmente oggi, con sicuramente maggiore autorevolezza ed impatto, lo vedo spiegato nell'ultimo libro di Serge Latouche, "L'invenzione dell'economia", edito da Bollati Boringhieri.

Sul settimanale "Carta" (N. 6- anno XII - del 26 febbraio 2010) è pubblicato un articolo del teorico della decrescita dal titolo "Perchè diventare atei delle religioni della crescita", che è estratto dal libro e che mostra come, appunto, il marxismo in tutte le sue declinazioni vada incluso tra queste religioni da rifiutare.

Le considerazioni che seguono si adattano alle costumanze di internet: brutale schematicità, per ottenere un post leggibile in quanto sommario e sintetico.

Il punto focale da capire è il seguente: il cosiddetto capitalismo non sviluppa forze essenzialmente produttive ma forze essenzialmente distruttive (della società e della natura); per cui la società nuova che si deve edificare non ha affatto bisogno, come base economica, dell'"abbondanza" creata dal capitalismo, perché in realtà questo sistema crea solo l'illusione della ricchezza preparando invece una scarsità reale.

E' la scoperta dell'acqua calda, già contenuta in teorizzazioni del marxismo critico 68ino, dell'ecologismo sociale, del pensiero femminista?

Direi proprio di no.

Il marxismo critico 68ino (e post) aveva posto il problema della non neutralità della tecnologia e della scienza ma non coglieva il fatto che il capitalismo più che costruzione, per quanto deformata e distorta, è invece distruzione, soprattutto degli equilibri ecosistemici.

L'ecologismo politico, dal canto suo, non ha mai dato l'assalto al nocciolo duro del marxismo in quanto, pur rifiutando produttivismo, industrialismo, consumismo, sottovalutava l'aspetto della distruzione sociale operata dal capitalismo.

La sua critica, per questo motivo, non appariva e non è né completa né efficace.

Lo stesso dicasi del femminismo, che, per quello che si osserva, si è limitato e si limita alla decostruzione del livello simbolico, soprattutto in quel filone chiamato "pensiero della differenza".

A mio avviso è comunque positivo che oggi si avvertano movimenti che tendono a mettere in soffitta il paradigma marxiano. Come credo che avrebbe fatto oggi un Marx redivivo (neanche ai suoi tempi, del resto, il teorico di Treviri, immenso pensatore, non c’è dubbio, si dichiarava "marxista").

Osservo, ad esempio, Mario Tronti che, sulle orme di Benjamin, arriva a demolire il "mito del progresso".

Toni Negri ed i negriani di ogni specie li considero dei puri venditori di fumo, e neanche tanto raffinati. Nell'"Impero" e nel "capitalismo cognitivo" c'è solo vuota retorica, non trovo, per quanti sforzi faccia, alcun contenuto analitico sostanziale.

Lo stesso Latouche, che dalla "decrescita" passa alla "acrescita" (secondo me così andiamo meglio nel riassumere la sostanza del concetto), avrebbe, secondo me, ancora un passetto da fare. La sua critica, a mio avviso, è sempre subalterna all'economicismo di fondo che caratterizza l'ideologia moderna (e post-moderna): marxismo incluso, ovviamente (e specialmente).

L'economia non è la determinante del sistema sociale, che è invece una totalità complessa e strutturata.

L'economia non spiega la sociologia, ma è la sociologia (critica) che spiega l'economia.

La sociologia va vista in termini di conflitto sociale, quindi è il conflitto sociale che spiega le categorie economiche e non viceversa.

Il denaro non è la spiegazione di tutto, ma il tutto sociale spiega l'illusione della centralità del denaro. (Ed è l'obiettivo, quello di demistificare il "feticismo del denaro e della merce", che in fondo si proponeva Marx ne "Il Capitale").

L'economicismo residuo spiega perché oggi non si comprenda la "crisi", se vista come effetto della classica, dal punto di vista marxista, "caduta tendenziale del saggio del profitto".

E spiega altresì perché tantissimi amici, con questo paraocchi, restino stupiti di fronte al rilancio globale del nucleare civile.

Non comprendono realmente, anche se spesso lo ripetono a livello sloganistico, che il nucleare civile è un sottoprodotto di quello militare.

L'ideologia economicista diventa un ostacolo a recepire ed interpretare i dati della realtà, che non vengono osservati in quanto fuoriescono dallo schema mentale.

Dovrebbero stamparsi in testa questa sigla: MIEC, Complesso militare-industriale-energetico.

Stiamo parlando del centro di potere prevalente negli USA e in tutti gli Stati che partecipano al "sistema globale della potenza".

Da questo punto di vista, della messa in rapporto del nucleare civile con quello militare determinati dalle fasi del "gioco della potenza", mi permetto ancora di segnalare l'ultimo libro di Giulietto Chiesa dal titolo "La menzogna nucleare" (Edizioni Ponte alle Grazie").

Ne cito un passo, che condivido nella sostanza:

"... Perchè oggi riemerge il problema nucleare?

La risposta - una risposta sostanziale, anche se non unica - è che è finita la fase unipolare, dominata da un'unica superpotenza planetaria, e ci si avvia ad una configurazione inedita, al tempo stesso globale e multipolare... Componenti cruciali di questa nuova situazione sono la Cina e l'India, entrambe impegnate nella costruzione di un proprio arsenale, inclusa la sua componente di nucleare militare. Due giganti in crescita vorticosa e ormai chiaramente destinati a imprimere il proprio marchio su quel secolo ventunesimo che Bill Clinton per primo aveva incautamente osato definire "americano", insieme ai neocon in ascesa ...

Ecco perché sia gli Stati Uniti che la Russia (nel frattempo nuovamente proiettata su disegni ambiziosi ...) hanno ricomniciato a programmare la crescita e lo sviluppo di centrali nucleari. Si tratta di non rimanere spiazzati, o addirittura superati, da altri concorrenti che sono ormai entrati nel club nucleare, e perfino da outsider che vi si affacciano oramai prepotentemente, a cominciare dal Pakistan, per continuare col Brasile e l'Iran, senza dimenticare Israele che, al momento, è la quinta potenza nucleare mondiale...

E' in questo contesto che USA, Russia, Cina, India, Iran, ma anche Brasile e Pakistan, si muovono ora verso un nuovo sviluppo del nucleare civile. La Francia va aggiunta a questo elenco, ma solo per rilevare che Parigi non aveva mai rinunciato, nemmeno per un istante, al proprio sviluppo nucleare, militare e civile. Per quanto concerne la Gran Bretagna, il suo comportamento è una copia di quello americano. Il tutto a conferma dell'assunto di partenza: dietro ad ogni discorso sul nucleare civile si nasconde sempre un discorso più importante che concerne le armi nucleari".

Ed è per fare capire questa verità, che prescinde da ogni schema ideologico, agli attivisti sociali insieme all'opinione pubblica, che risulta utile, opportuna e tempestiva la Carovana "NO al nucleare - NO al militare", che si farà partire il 26 aprile, anniversario del disastro di Chernobyl.

Alfonso Navarra – Obiettore alle spese militari e nucleari

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