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martedì 14 agosto 2012

TRE MAIL SULL'ILVA DI TARANTO

Stop morti per inquinamento!


Invitiamo i lavoratori, le loro famiglie e la cittadinanza intera a partecipare alla grande manifestazione del 17-8-2012 che partirà da piazza Castello alle ore 8,30 dietro l’Apecar simbolo del risveglio di Taranto.
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Venerdì 17 agosto, dopo 50 anni di devastazione sociale ambientale e territoriale, per la prima volta tre ministri della Repubblica italiana saranno a Taranto non per tutelare i diritti dei cittadini e dei lavoratori ma per salvaguardare gli interessi dell’Ilva, continuando a fare pressioni antidemocratiche nei confronti della Magistratura per preservare il PIL italiano.

Se Riva è in grado di ottemperare alle oltre 400 legittime prescrizioni, imposte dalla Todisco, per la messa a norma dello stabilimento, lo faccia subito e senza indugi. Ciò non avverrà poiché significherebbe non poter mantenere gli stessi profitti da record degli scorsi anni.

Il pool di esperti scelti dal Gip ha evidenziato che l’incidenza tumorale ed epidemiologica a Taranto è la più alta d’Italia, a farne maggiormente le spese sono i lavoratori della fabbrica e gli abitanti che vivono più vicini alla stessa.

Non consentiremo più a nessuno di poter giocare con la vita di una città intera, tantomeno ai politicanti ed ai sindacati che in questi anni hanno fatto solo i propri interessi. Chi ha usurpato e derubato deve far fronte alla spesa necessaria a risarcire il territorio, i suoi abitanti ed i lavoratori coinvolti. Un futuro diverso è possibile solo attraverso l’unità tra cittadini e lavoratori che devono essere protagonisti di questo cambiamento. Le decisioni che riguardano il nostro avvenire dovranno esser prese esclusivamente nella nostra città con la partecipazione attiva dei cittadini. Questo non si discute.

Invitiamo pertanto i lavoratori, le loro famiglie e la cittadinanza intera a partecipare alla grande manifestazione del 17-8-2012 che partirà da piazza Castello alle ore 8,30 dietro l’Apecar simbolo del risveglio di Taranto.

SI’ AI DIRITI NO AI RICATTI. AMBIENTE, SALUTE, REDDITO E OCCUPAZIONE.



Comitato spontaneo ed apartitico “Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti”


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MAGISTRATURA E POLITICA

La supplenza esercitata, ormai da decenni, da parte della Magistratura nei confronti della politica o – ancor meglio – dell’incapacità di governo di una presunta classe dirigente, è arrivata a toccare il cuore della vita economica di un Paese, determinandone attraverso una sentenza addirittura la politica industriale (o meglio, nel caso dell’Italia, quel che ne rimane).

Il rischio è quello di scrivere soltanto luoghi comuni se non ci rende conto della gravità complessiva che la sentenza di blocco della produzione, nella fase definita di “sequestro cautelativo, ai fini di bonifica”, per quel che riguarda la lavorazione “a caldo” dello stabilimento ILVA di Taranto: gravità complessiva che investe, direttamente, la possibilità stessa di produzione dell’acciaio in Italia.

Le scelte compiute, proprio sul terreno della produzione di acciaio, nella fase di dismissione delle PPSS (partecipazioni statali), risultarono esiziali: soprattutto perché eseguite in funzione di “tagliare” e non di una proposta di piano industriale, che non è possibile possa essere mantenuta – nei settori strategici – da parte dei privati.

Una dismissione che traguardava un solo possibile esito: o la chiusura d’impianti in funzione di un’esasperata logica del profitto, oppure l’esasperazione dei termini in materia di compatibilità ambientale: un tema che, per essere affrontato seriamente, avrebbe dovuto prevedere enormi livelli d’investimento sul piano della tecnologia.

Livelli d’investimento che possono essere eseguiti soltanto da un’entità pubblica, nella proprietà e nella gestione sotto il diretto controllo del Parlamento come esige la Costituzione, che opera per mantenere, com’è necessario,un’adeguata presenza industriale nel quadro delle trasformazioni tecnologiche e produttive in atto a livello mondiale.

La vicenda di Taranto mette in luce anche la debolezza della soluzione adottata per Cornigliano, stabilimento rimasto, per il tipo di lavorazioni che vi svolgono, alla mercé di altre situazioni.

La sostanza è che l’Italia, priva sotto quest’aspetto di adeguati riferimenti internazionali e del tutto insufficiente dal punto di vista della produzione di know-how, è stata scientemente privata di una politica industriale: dalle scelte sbagliate in siderurgia, alla questione morale che si è divorata la chimica ben prima di Tangentopoli, da un’altra privatizzazione sconsiderata nel campo dell’agroalimentare, dall’abbandono dell’elettronica, fino al puntare – senza il sostegno di un’adeguata ricerca scientifica e di una capacità d’innovazione – sul modello, fragile, dei distretti e del cosiddetto “Made in Italy” lasciato esposto alla fine a tutti i colpi delle delocalizzazioni e della mancata integrazione dei lavoratori stranieri, costretti in gran parte all’umiliante ruolo dei “lavoratori in nero”.

Così è intervenuta di nuovo la Magistratura, così come nel caso della corruzione politica (che rappresenta uno dei tarli che comunque continuano a rodere la nostra credibilità democratica): oggi, la domanda è drammatica, come sarà possibile per Governo, Parlamento, Partiti, Istituzioni Locali, Sindacato, trovare la strada per aprire un confronto su questa tema recuperando elementi di credibilità e di proposta, dopo anni di clamorosa latitanza, favorita dall’avere – nello specifico della città di Taranto – subito l’antico ricatto tra ambiente e lavoro, che in Liguria abbiamo vissuto drammaticamente sulla nostra pelle, con il risultato di un impoverimento complessivo e della strada aperta al meccanismo della speculazione edilizia?

Un segnale fortissimo circa la drammaticità delle cose in atto. Non basterebbe la denuncia , ma dove stanno le forze democratiche capaci di realizzare una soluzione diversa da quella “proposta/imposta” dalle sentenze.

Savona, li 12 agosto 2012 Franco Astengo


Franco sto dalla parte del Gip Anna Patrizia Todisco. È Riva che deve pagare la messa in sicurezza degli impianti e doveva farlo da quando si è ritrovato quasi a costo zero tutto l’acciaio italiano in mano. Occorre smetterla una volta per tutte di socializzare le perdite e privatizzare i profitti. Sulla vicenda Taranto oggi e su quella Cornigliano ieri è l’intera classe dirigente del Paese che deve salire sul banco degli imputati e le maestranze (almeno loro) dovrebbero guardare oltre!!!!! A Casale Monferrato trent’anni fa sull’Eternit c’era una difesa a spada tratta della fabbrica “che dava lavoro”. Adesso tutti chiedono i danni e piangono i morti. La storia insegna qualcosa?

Un abbraccio da GB Cassulo

Nota: certo che Vendola come ecologista non ci fa un gran bella figura…
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