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domenica 24 agosto 2008

Intervista a Stella Morra, donna e teologa

DONNE E TEOLOGIA: STELLA MORRA

I mille volti della diversità

Ha alle spalle, risolutive e catalizzanti, le esperienze avviate a Torino dalla lungimiranza intellettuale e pastorale del cardinale Michele Pellegrino e gli incontri con personaggi significativi del pensiero cattolico di quegli anni. Legge criticamente i mondi cui appartiene e li abita nella consapevolezza d'essere una donna di frontiera.

di CETTINA MILITELLO



L'anno di nascita 1956 colloca Stella Morra su un tornante particolare, che non è quello del Concilio né quello del '68, ma degli anni immediatamente seguenti. Anni difficili, anni pesanti, nei quali ciascuno, senza il paracadute di esperienze forti e indelebili, ha provato a cercare vie proprie. Dall'università di Torino e da una laurea in sociologia della religione è così approdata alla teologia.
Erano, come lei stessa ci dice, gli anni della post-contestazione, ovvero, con espressione più pesante, "gli anni di piombo". In questi frangenti una domanda di fondo, non appieno appagata dalle scelte e dalle ricerche intraprese, si è andata via via indirizzando altrimenti. Alle spalle, risolutive e catalizzanti, le esperienze avviate a Torino dalla lungimiranza intellettuale e pastorale del cardinale Michele Pellegrino e gli incontri con personaggi significativi del pensiero cattolico di quegli anni.
Da qui il passaggio a Roma, la fine di un nomadismo sistemico, l'approccio a un mondo del tutto diverso da quello di partenza, con la difficoltà di apprenderne il linguaggio, senza peraltro dismettere il proprio linguaggio nativo. Da sempre impegnata in Azione cattolica da ultimo è stata eletta nel direttivo dell'Unione mondiale delle organizzazioni femminili cattoliche.
Questi impegni, cui si unisce l'attività di insegnamento, di consulenza e di conferenze, oltre che di pubblicazioni, si sono negli ultimi anni intrecciati con l'onere della tesi dottorale, discussa il 3 giugno 2004 alla Gregoriana, università presso cui insegna già da anni.
È difficile collocare Stella Morra. Lei stessa rifiuta ogni facile posizionamento. E interessata agli studi di genere, ma non accetta etichette femministe. E' approdata allo studio della mistica, ma viene da interessi di teologia fondamentale. Avverte i limiti dell'istituzione, ma non si lascia incantare da panacee movimentiste; legge criticamente i mondi cui appartiene e li abita nella consapevolezza d'essere una donna di frontiera. In questa complessità che non chiede né semplificazioni né omologazioni si colloca la sua adesione al Cti (Coordinamento teologhe italiane, sito Internet www.teologhe.org), di cui è socia fondatrice e del cui direttivo fa parte.

Cara Stella, come sei approdata allo studio della teologia?
«La mia scelta è avvenuta dopo un altro percorso formativo e professionale già compiuto: ho studiato sociologia all'università e ho lavorato un po' come sociologa, poi ho cominciato a insegnare. Solo a 27 anni ho scelto la teologia come "nuovo" ambito di studio».

Che cosa ti ha spinta: l'insoddisfazione, la ricerca di risposte più adeguate?
«Per capire quella che chiamerei "irrequietezza", è necessario ricordare che sono nata nel 1956. Appartengo dunque a una generazione che ha attraversato gli anni della postcontestazione e poi del terrorismo, proprio durante il percorso universitario».

Tu eri a Torino...
«Sì, e a sociologia... Mi aveva portato lì la domanda che è ancora oggi (se pur diversamente) la mia domanda: "Come funzionano le cose? Come funziona il nostro stare insieme? Come funzionano il conflitto e il consenso, la capacità di avere obiettivi comuni, il sentirsi parte di, riconosciuti da...?". In quegli anni, con i compagni di università arrestati, con i morti per terrorismo che erano almeno uno alla settimana, la domanda "Come? Perché?" non era una domanda direttamente metafisica, ma socio-culturale».

Che tipo d'ambiente frequentavi?
«Ho vissuto in prima persona appartenenze che si definivano "rivoluzionarie" e, soprattutto, un percorso femminista, una partecipazione diretta, intessuta di amicizia e sogni sul mondo come lo volevamo... Mi sono molto riconosciuta, quanto alle gioie e ai drammi di quegli anni, in un film come La meglio gioventù. Poi: ancora insoddisfazione per quelle risposte, dolore per la morte, e il dramma posto da una violenza che stava prendendo il sopravvento».

Non esistevano spiragli, incontri alternativi?
«Proprio in quegli anni sono avvenuti gli incontri significativi con un mondo di credenti: dalla Torino del cardinale Michele Pellegrino, all'Ac ancora sotto il soffio conciliare, ad alcune esperienze monastiche...».

Questi incontri hanno spostato la tua domanda...
«Sì, ho cominciato a chiedermi come funzionavano le coscienze e il mondo sotto uno sguardo più grande del nostro».

In questo frangente, quale incontro o evento è stato per te decisivo?
«Decisivo, per fare la scelta di studiare la teologia, è stato l'incontro all'università di Urbino con Italo Mancini e Luigi Sartori, che hanno, con grande delicatezza, disciplinato la mia domanda e le hanno trovato un luogo... E così, lasciati il lavoro e Torino, sono venuta a Roma, in Gregoriana, a studiare teologia».

Non eri un uomo (prete o laico) ma una donna. Come hai reagito?
«È chiaro che giungere in Gregoriana dall'ambiente e dal clima che ho descritto prima è stato un po' uno choc, un trauma. Mi sentivo finita nella bocca del leone, nel cuore della "conservazione". Ma mi hanno conquistato due cose: da una parte la competenza e serietà professionale nel riconoscere il valore dello studiare e del pensare, con grande libertà, e dall'altra l'attenzione alle persone e la cura nel rapporto, che strideva con la fatica che avevo provato di fronte a un mondo in cui le ideologie contavano di più delle persone e del loro dolore».

Avevi rotto con i sogni di prima?
«No, certo. La mia "lingua-madre" era quella delle notti passate a sognare il mondo che avremmo voluto... piuttosto distante da un mondo di "blu e nero" che ho trovato in Gregoriana».

Questo comportava oggettive difficoltà?
«Mi rendo conto oggi che ho, soggettivamente, vissuto con relativamente poche difficoltà quegli anni perché il mio atteggiamento era un po' quello di chi impara una lingua straniera. Non mi aspettavo che fosse riconosciuto il mio modo di sentire e di essere. Ero in un "altro Paese", con la gioia d'imparare la diversità e la curiosità di raccogliere tutto ciò che potevo scoprire. Devo molto a quegli anni e alla divertita, delicata e, a volte stupita, cura dei professori gesuiti, di fronte a questa strana esperienza, per loro, di una donna laica, non solo per diritto canonico, ma anche per cultura».

Ti senti ancora "straniera"?
«Ora, dopo quasi vent'anni, mi sento perfettamente bilingue, con due patrie, e nessuna delle due ha cancellato l'altra. Ma non è forse connaturale al cristianesimo essere cittadini di due città?».

Sul piano strettamente personale le tue scelte hanno costituito un ostacolo o un'opportunità?
«Né ostacolo, né opportunità: le scelte di vita, di affetti, la concretezza sono il luogo dove la vita è come è. Certo, occuparsi di teologia pone condizioni (per esempio il poco denaro che produce), ma quando lavoravo come sociologa avevo altre condizioni, alcune migliori, altre peggiori. E una legge, di incarnazione. Non esistono percorsi di vita che non abbiano costi e vantaggi, che non cerchino forme di quotidianità. Dai venti ai trent'anni ho vissuto grande instabilità concreta, con viaggi, cambiamenti di casa, irrequietezza anche a questo livello. In questi anni della teologia sono più stabile (stupita di vivere nella stessa città già da vent'anni), con affetti e amicizie più durature».

Hai sempre lavorato in Ac. Come ti senti all'interno di essa?
«L'Ac è stata per me una grande esperienza di "una Chiesa possibile". Le devo l'aver sperimentato misericordia e popolarità, un senso adulto di ecclesialità, senza spiritualismi né efficientismi, una rete di amicizie forti e un senso conciliare della laicità. Devo molto a tante donne, note o meno: mi hanno mostrato, con lo stesso essere tanto diverse tra loro, che "ci sono più cose in cielo e in terra che nella nostra filosofia (e nelle ideologie!)"».

In Ac ti sei trovata a tuo agio anche come donna?
«Dopo gli anni del femminismo ho imparato in Ac i mille volti della differenza: forse sembra strano, ci si aspetterebbe un alto tasso di omologazione in un'associazione così. Non è vero: ho visto nella concretezza convivere con piacere età, sensibilità politiche ed ecclesiali, livelli culturali diversi. Ho incontrato donne più adulte di me, che appartenevano a generazioni che contestavo e con le quali ho avuto l'opportunità d'incontri e percorsi senza ideologia. È stata una grande liberazione! Ho imparato a guardare le "sottili e sommerse linfe della vita" delle donne, passare nelle cose quotidiane e nelle scelte più visibili».

Come definiresti l'opportunità che ti è stata offerta?
«Direi che ho avuto un "luogo di parola", di parola detta, ascoltata, scambiata, di parola lieve e libera... Resto del parere, che avevo anche ai tempi dell'università, che il grande nemico delle donne (e degli uomini!) è la congiura del silenzio, e che il silenzio uccide».

Sei stata eletta nel direttivo dell'Umofc. Ci dici qualcosa anche di questa tua esperienza?
«L'Umofc è l'Unione mondiale delle associazioni femminili cattoliche. Faccio parte del Board in rappresentanza dell'Italia. Un'esperienza interessante per la sua mondialità (cosa significa essere un'associazione cattolica di donne in Timor Est o in Sudafrica?), e per il suo ruolo istituzionale (è un'associazione che fa parte dell'Oic, il coordinamento delle Organizzazioni internazionali cattoliche in relazione al Pontificio consiglio per i laici). Per me è una scuola di pazienza istituzionale, di rispetto per i tempi che non sono quelli che vorremmo, di esercizio di "restare con tutti"».

A contatto con donne così diverse, quali prossimità o distanze hai sperimentato?
«Un grande stupore è stato per me scoprire la mia maggiore consonanza con le donne dei Paesi extraeuropei, piuttosto che con le associazioni europee: forse la collocazione particolare dell'Italia (per la sua storia e il suo contesto ecclesiale, forse per il suo essere "mediterranea", forse per le ferite inferte dall'ideologizzazione degli anni '70 e '80...), ci rende più pacate, più pazienti, più conscie della complessità del reale. Vado scoprendo che avremmo una "tradizione" di donne credenti, che dovrebbe ritrovare un po' di auto stima e la capacità di raccontar si in termini più oggettivi».

Immagino che hai avuto occasione d'incontrare le donne dell'Est...
«Sì, l'esperienza che si sta facendo con le neonate associazioni di donne cattoliche dell'Est europeo è particolarmente interessante... Il rischio che anche in questo ambito vinca più il denaro che la democrazia è davvero molto forte».

Finisci di discutere la tua dissertazione dottorale. Cosa ti ha indotta a sceglierne il tema e l'ambito?
«È, paradossalmente, sempre la stessa domanda, che torna in forme diverse. La mia dissertazione dottorale verte su un autore, Michel de Certeau, gesuita, francese, contemporaneo (è morto nel 1986), che ha studiato l'impatto della modernità sul cristianesimo e viceversa, a partire dalla mistica classica, del '500 e del '600. Michel de Certeau intravede nel "paradigma mistico" (cioè nei modi di essere, di parlare e di fare il cristianesimo propri e originali dei mistici) una via "perdente", ma assai significativa di dialogo tra cristianesimo e modernità nascente. lo ho provato a verificare se questa prospettiva possa fornire elementi per una dinamica ecclesiale nell' oggi, in una modernità compiuta e forse addirittura consumata».

Una tesi di dottorato in teologia comporta spesso anni di lavoro. E stato così anche per te?
«È stata un'avventura lunga, durata circa dieci anni, molto più che un'avventura solo accademica: le mie domande sul funzionamento della realtà e su come si costruiscono luoghi vitali, efficaci per le persone, e come questi luoghi possano essere luoghi della buona Notizia, e insieme luoghi che parlano la lingua e abitano il "corpo" di questo tempo, rimangono le domande che mi guidano e, spero, mi guideranno ancora».

Nella tua fatica hai portato anche il retaggio dei mondi diversi ai quali dici di appartenere?
«La dissertazione dottorale è stata ancora una volta un'esperienza di articolare il mio essere meticcio, il mio "paese d'origine", che non voglio tradire, con le esigenze istituzionali di un luogo accademico, al quale riconosco il diritto di regole proprie. Ed è stato molto bello vedere riconosciuto questo sforzo in sede di difesa della dissertazione. E vedere accolti l'urgenza e centralità della domanda, l'interesse delle tracce reperite a livello di forme istituzionali, forme di autorità, forme della liturgia, ecc.».

Vedi uno sbocco finale?
«Non sono ancora in grado di dire dove questo lavoro condurrà: ora la tesi è pubblicata nella collana delle Tesi Gregoriane, che ha una diffusione accademica, e poi, spero, prenderà la forma di un libro a diffusione più ampia e vedremo se sarà possibile procedere nella ricerca anche con il dialogo con chi vorrà interagire criticamente con questo percorso».

Come ti collochi nell'ambito della teologia elaborata dalle donne?
«Con una battuta vorrei dire che non mi colloco! Ho passato almeno dieci anni della mia vita a "collocarmi", definire e definirmi. Credo di aver imparato, ora, la libertà di lasciare che siano le cose che dico e che faccio a trovarmi un luogo... Mi interessano gli studi di genere e credo nella rilevanza di collocazione storico-culturale che le donne possono giocare, almeno in Occidente, in questo tempo».

Quale tipo di teologia vorresti elaborare?
«Vorrei, senza dover tradire il mio essere donna, che mi fosse possibile fare una teologia per/con uomini e donne. Non amo (più!) occuparmi di temi specifici delle/per le donne e mi pare di vivere, almeno in questo tempo, un'alterità anche rispetto ad alcuni percorsi organizzati delle donne».

Come giudichi allora la ricerca femminista?
«Riconosco con forza il merito e la legittimità di donne che investono di più in una lotta dalla parte delle donne: ancora ce n'è bisogno, credo. Ma non tutti i tempi della vita consentono e chiedono lo stesso livello di compromissione. E credo che sia necessaria una delicata articolazione, per ciascuno di noi, tra storia e biografia, tra analisi della realtà storico-culturale e scelte biografico-personali delle priorità, articolazione che richiederebbe uno spazio ben più ampio per essere anche solo adombrata».

Cosa comporterà allora per la teologia la presenza delle donne?
«Sono convinta che il contributo delle donne alla teologia la sposterà, con il fatto solo dell' esserci, con la fatica che per loro (noi) l'esserci comporta, con le lingue e i corpi che introduce di fatto».

Cosa pensi della Chiesa nell'attuale transizione e quali credi possano essere le strategie migliori?
«Credo che la Chiesa, almeno in Occidente, viva una transizione davvero epocale, oggi, con delle "forme" (solo la definizione di questa parola richiederebbe un vero e proprio saggio) che hanno esaurito il 10ro contributo positivo, forme che si sono andate assestando dal X-XI secolo e hanno avuto la loro crisi tra il XVI e il XVII. Noi siamo alla fine compiuta di questo processo di consunzione. Il concilio Vaticano II ci ha dato i criteri per il rinnovamento. Ma ora abbiamo davanti il compito di "fare" le nuove forme, con una domanda di creatività e di articolazione della fedeltà all' essenziale con la capacità di rischiare il nuovo, che hanno un paragone possibile, secondo me, solo nell'incontro del cristianesimo con la cultura greca del III-IV secolo».

Sono assolutamente d'accordo con te. Ma domina la paura. Ho sentito un collega augurarsi d'essere già morto prima che avvenga il passaggio a nuove forme...
«In situazioni come queste è più o meno normale che le paure, l'incertezza e il sentimento di sperdimento, rischino di avere uno spazio troppo importante; e la tentazione grande, a tutti i livelli, mi pare sia quella di cercare soluzioni (magari geniali) solitarie e veloci. Solo da un lento e paziente lavoro comune che costruisca consensi nelle cose e nei fatti e che alla fine non sia più la forma di uno o di un gruppo, ma ciò che si è limato dall'interazione dei molti, può dare buoni frutti».

Dammi un esempio di ciò di cui, secondo te, avremmo bisogno...
«Sartori dice che avremmo bisogno di una Chiesa plurale e plenaria: trovo davvero che questa sia un' espressione felice per dire la strategia che ci servirebbe, ognuno nel proprio ruolo e secondo la propria responsabilità».

Quale giudizio dai sulla situazione politica internazionale?
«Il giudizio sulla situazione attuale è, necessariamente, complesso e da riarticolare continuamente sulla veloce evoluzione dei fatti. Credo che anche il mondo, dopo la fine dei blocchi contrapposti, veda un tempo di grande transizione e il rischio mi pare essere quello che potenza del denaro da un lato ed egoismi locali dall' altro schiaccino ogni possibilità di un "futuro sostenibile". Mi paiono anche molto interessanti le azioni dei cristiani e le riflessioni dei teologi che lavorano nella direzione dell'incontro ecumenico di Basilea di alcuni anni fa: pace, sviluppo e rispetto del creato come, segni e luoghi del Regno, con la responsabilità che questo implica».

Qualcosa ti preoccupa?
«Sì. Temo (forse per motivi biografici) un'eccessiva e un po' ingenua (e manichea?) fiducia nel "movimento" a scapito di una più faticosa e lenta presenza nei luoghi istituzionali. Occorrerebbe anche qui un dialogo più serrato tra i due "stili" e una presenza qualificata dei credenti in entrambi i campi. E credo anche che a prese di posizione profetiche, per esempio quelle del Papa sulla guerra, dovrebbero corrispondere altrettanto profetici luoghi ordinari di Chiesa».

E le donne?
«Le donne potrebbero insegnare molto circa lo stile della tessitura tra diversità e circa la capacità di pensare sé stessi come un parziale...».

So che ami la poesia. Ci citeresti un testo che avverti prossimo al tuo mondo interiore?
«Un piccolo testo di Turoldo mi fa molta compagnia in questi tempi e mi pare dica abbastanza bene il "luogo" interiore da cui oggi guardo il mondo: Tempo è di ritornare poveri / per ritrovare il sapore del pane, / per reggere alla luce del sole / per varcare sereni la notte / e cantare la sete della cerva. / E la gente, l'umile gente / abbia ancora chi l'ascolta, / e trovino udienza le preghiere. / E non chiedere nulla».

Cettina Militello



( intervista pubblicata su Vita pastorale, n.10, ottobre 2004 )
Ringrazio Stella Morra per il permesso accordato e ricordo che il suo sit o, da visitare, è www.stellamorra.eu


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