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venerdì 21 maggio 2010

Una supposizione: Santoro fonda un Partito?

Credo che l'idea gli sia venuta con l'enorme successo ottenuto al PalaDozza. Grande parte del popolo di sinistra non si riconosce più nel PD, giudica perdente votare per i comunisti cacciati via dal Parlamento, vorrebbe una alternativa concreta a Berlusconi. Un personaggio

capace di sconfiggerlo in campo aperto e che conosce tutti i meccanismi ed i marchingegni del consenso mediatico. Santoro sente oramai strettissima la rete TV, Anno Zero non gli basta più, credo che lo abbia anche stufato e si vedeva dal modo di condurre la scottante trasmissione di ieri sera sul pedofilismo nella Chiesa Cattolica. Vuole molto di più, scendere in campo come fece nel 94 il Cavaliere. Ha per l'appunto quindici anni in meno di Berlusconi e sembra godere di buona salute.

Perchè non provare? Grillo ha avuto successo. E' un predicatore via internet mentre Santoro è un telepredicatore. Entrambi godono di seguiti fidelizzati, di persone disposte a buttarsi sul fuoco per loro.

Berlusconi ha un seguito di fanatici che, se gli vede commettere un delitto, lo sostiene lo stesso. Quasi lo stesso si può dire di Santoro anche se i suoi sostenitori sono più colti e più dotati di ragione critica. Sebbene esca per la seconda volta dalla Rai con un gruzzolo miliardario in un contesto in cui la gente si uccide prima di morire di fame, i suoi fans non lo abbandonano e anzi ritengono che percepisca poco in confronto a Vespa ed altri. Insomma Santoro gode di una fidelizzazione a prova di qualsiasi evidenza o argomenti. Noto anche che scatena una certa aggressività nei suoi sostenitori non proprio come Berlusconi ma rilevante.

Se la fine delle ideologia ci porta a questo, mille volte meglio le ideologie ed il pensiero forte. I personaggi, i telepredicatori, i demagoghi di provincia, che invadono la politica e la occupano sono

manifestazioni di un degrado della politica che prima o poi ci priverà delle residue libertà e della democrazia. Guardavo esterrefatto la conferenza-stampa congiunta tra il Ministro Calderoli, piromane di leggi e della Costituzione, pascolatore di maiali antislamici ed Antonio Di Pietro dal multiforme

ingegno e dagli interessi molto articolati. Entrambi sostenevano il federalismo demaniale, il prossimo

sacco delle oligarchie regionali con la svendita e la privatizzazione del patrimonio ambientale, paesaggistico culturale dell'Italia regalata a voracissime bande territoriali. Anche Di Pietro prende voti dell'elettorato democratico e di sinistra, ma non renderà conto a nessuno dei suoi intrighi con Bossi.

Santoro fa parte da sempre della Oligarchia. Nel periodo di esilio impostogli da Berlusconi fu eletto

dal PD al Parlamento Europeo, dal quale si è dimesso dopo aver ricevuto anche qui una liquidazione

succulenta. Ora ha alzato lo sguardo verso un orizzonte più lontano. Perchè non incrociare la spada con Berlusconi contendendogli il controllo dell'Italia?

Può darsi che le mie supposizioni almanaccate dopo la trasmissione di ieri sera di "AnnoZero" siano prive di fondamento. Me lo auguro. L'Italia non ha bisogno di nuovi Dei nell'Olimpo ma di un rientro alle regole ed alla sostanza della democrazia a cominciare dal ripristino della proporzionale e della elezione dei parlamentari per scelta degli elettori e non delle segreterie dei partiti. Il personalismo patologico al quale approdiamo dopo la involuzione leaderistica dei partiti italiani è il peggio della nostra storia politica.

Pietro Ancona

http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it

(da una mail a semprecontrolaguerra@googlegroups.com

Piccola nota mia:

non ho mai provato simpatia per Santoro. Come non amo i vari capopopolo che ogni tanto si presentano alla ribalta (come lui o Grillo). La televisione va spenta, non occorre una televisione "intelligente": occorre che la 'gente' riprenda a pensare con la propria testa, a parlare con il vicino, con i figli, con il compagno di lavoro. Spegniamo un po' la tv e usciamo per la strada. Facciamo due passi e guardiamoci attorno...

Giuliano

giovedì 20 maggio 2010

Mosaico dei giorni
Ecco le banche armate
20 maggio 2010 - Tonio Dell'Olio

Al primo posto c'è UBI Banca (Unione Banche Italiane) che nel 2009 ha impegnato 1 miliardo e 231 milioni di euro per conto delle industrie italiane che hanno esportato armi nel mondo. D'altra parte Pietro Gussalli Beretta, vicepresidente di Beretta Holding Spa, la principale azienda italiana e leader mondiale nella produzione di armi leggere, siede nel CdA di UBI Banca. È il primo dato che salta agli occhi nella relazione annuale della Presidenza del Consiglio sul commercio delle armi made in Italy. È bene saperlo perché qualcuno potrebbe sempre decidere di non depositare i propri risparmi nelle banche che finanziano il commercio di armi. Da anni Mosaico di pace, Nigrizia e Missione Oggi hanno dato vita a una campagna ad hoc chiamata Banche Armate. L'idea è di diventare "risparmiaTTori" decidendo come investire i propri soldi. Alla UBI seguono la Deutsche Bank con 913 milioni di euro, il gruppo italo-francese BNL-BNP Paribas che ha movimentato 904 milioni di euro. A seguire circa 20 banche, sia italiane che estere, con importi assai inferiori. Fra gli istituti italiani il gruppo Intesa San Paolo con 186 milioni (a cui però andrebbero aggiunti anche i 47 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia, facente parte dello stesso gruppo) e Unicredit con 146 milioni.
Per la relazione più dettagliata, visitare il sito www.banchearmate.it
Per investimenti etici, visitare la propria coscienza.

http://www.peacelink.it/mosaico/a/31817.html

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Mosaico di pace
Via Petronelli n.6
70052 Bisceglie (BA)
tel. 080-395.35.07
fax 080-395.34.50
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martedì 18 maggio 2010

Via dall’Afghanistan


Tutte le ragioni per cui l’Italia dovrebbe ritirarsi dalla guerra afgana

Il governo italiano continua a sostenere che la missione militare in Afghanistan a cui l’Italia partecipa – ISAF – non è una missione unilaterale "di guerra" come "Enduring Freedom", bensì una missione multilaterale ONU "di pace" dalla quale non possiamo uscire per non venire meno ai nostri impegni internazionali. Ma non dice che la natura della missione ISAF è completamente cambiata, poiché si è "fusa" con Enduring Freedom diventando anch’essa una missione di guerra contro i talebani.

Da ciò consegue che l’accordo internazionale preso dal governo italiano il 10 gennaio 2002 con la firma a Londra del "Memorandum of Understanding" per la creazione della missione ISAF autorizzata dalla risoluzione Onu n.1386 del 20 dicembre 2001 (accordo approvato dal Parlamento solo a posteriori, il 27 febbraio 2002, e implicitamente, con la "conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 28 dicembre 2001, n. 451, recante disposizioni urgenti per la proroga della partecipazione italiana ad operazioni militari internazionali") non può più essere ritenuto valido, essendone completamente cambiata la ratio, la natura della missione in oggetto.
Vediamo perché.

 

La metamorfosi della missione ISAF.

Con l’apertura dell’impegnativo fronte di guerra iracheno nel 2003, gli Usa decidono di lasciare l’allora più tranquillo fronte afgano agli alleati della Nato. Per fare questo, però, non chiedono loro di entrare in Enduring Freedom, ma impongono un cambiamento strutturale della missione ISAF. Nell’agosto 2003, la missione ISAF diventa a comando Nato: alleanza militare formalmente in guerra a fianco degli Usa in virtù del richiamo all’art. 5 del Trattato dell’Alleanza Nord-Atlantica.
Pochi mesi dopo, la risoluzione Onu 1510 del 13 ottobre 2003 stabilisce l’espansione della missione ISAF dalla sola Kabul a tutto il territorio nazionale afgano, prevedendo per il 2006 un’espansione anche nelle zone meridionali e orientali del paese.
Ma nel 2005, dopo un anno di relativa quiete, proprio quelle regioni vengono riconquistate dalla resistenza talebana.
Nei quartieri generali della Nato si inizia a parlare dell’esigenza di "irrobustire" le regole d’ingaggio per la missione ISAF visto l’impegno in un teatro "ostile". Polemiche e dibattiti scuotono le cancellerie di tutta Europa. Non una parola in Italia.
Come ha spiegato il generale Fabio Mini (ex comandante della missione KFOR in Kosovo), invece di espandersi, come previsto, in zone che dovevano essere già state pacificate e ‘bonificate’ dai soldati Usa, nel 2006 la missione ISAF si è trovata essa stessa impegnata, a fianco e al posto delle forze Usa, nella ‘bonifica’ di queste zone, ovvero nella guerra ai talebani.
Così, la missione ISAF è diventata una missione di guerra, sovrapponendosi e confondendosi con Enduring Freedom.
Confermare la partecipazione ad ISAF ignorando i cambiamenti che invece ci sono stati, significa far prevalere la prassi sul diritto, mentire all’opinione pubblica e calpestare l’articolo 11 della nostra Costituzione.

L’escalation del conflitto.

Dopo una fase decrescente del conflitto durata tre anni (1.500 morti nel 2002, 1.000 nel 2003, 700 nel 2004), la guerra in Afghanistan è ricominciata più violenta che mai (2.000 morti nel 2005, 6.000 nel 2006 e già 250 nei primi 15 giorni del gennaio 2007). Emblematico l’aumento delle perdite tra le forze di occupazione Usa e Nato: 68 nel 2002, 57 nel 2003, 58 nel 2004 e poi 129 nel 2005 e 191 nel 2006.
I talebani rifugiatisi in Pakistan si sono infatti riorganizzati e hanno ripreso il controllo di tutte le province del sud, sferrando attacchi su vasta scala e ricorrendo anche ai kamikaze.
Le forze Usa di Enduring Freedom hanno ricominciato a bombardare con l’aviazione le zone considerate roccaforti talebane e poi a sferrare massicce offensive terrestri. Centinaia i civili, spacciati dai comandi Usa per combattenti, uccisi in queste operazioni.

Due conti in tasca.

La missione militare italiana in Afghanistan ISAF costa ai contribuenti circa 300 milioni di euro all’anno. Solo per le spese di mantenimento truppe e mezzi.
Mantenere 3 ospedali di standard occidentale, un centro di maternità, 27 cliniche e posti di pronto soccorso e un programma di assistenza sanitaria nelle carceri, costa a una Ong italiana 6 milioni di euro all’anno.
Quanti ospedali, scuole e orfanotrofi si potrebbero aprire in Afghanistan con le decine di milioni di euro spesi per pagare gli stipendi dei nostri soldati e i pieni di benzina dei nostri blindati?

Le Ong e i militari.

Alle critiche di chi definisce ISAF una missione di guerra travestita da missione di pace, il governo risponde rivendicandone lo scopo umanitario, dichiarando che essa contribuisce alla ricostruzione del Paese: direttamente con le Squadre di Ricostruzione Provinciale (Prt) e indirettamente con la protezione garantita alle Ong che altrimenti non potrebbero operare sul territorio.
Ma le stesse Ong italiane, tutte quelle che hanno lavorato o che lavorano a tutt’oggi in Afghanistan, insorgono contro quella che giudicano una strumentalizzazione politica e una confusione di ruoli che finisce con l’ostacolare e rendere pericoloso, invece che facilitare, il lavoro di cooperazione e assistenza umanitaria.
Le Ong chiedono al governo di non usare la scusa dell’umanitarismo per giustificare agli occhi dell’opinione pubblica decisioni di politica estera che nulla hanno a che vedere con il bene della popolazione afgana, e di valutare seriamente l’opportunità di continuare a partecipare a una missione "di pace" ormai indistinguibile dall’operazione di guerra Enduring Freedom. Alcune, tra le più importanti Ong, chiedono esplicitamente il ritiro dei nostri soldati dall’Afghanistan.

Dovevamo portare democrazia…

Washington ha installato al potere a Kabul il fedele ex consulente locale della compagnia petrolifera Usa Unocal e del Pentagono, Hamid Karzai, e nel 2004 gli ha procurato la vittoria elettorale sostenendolo apertamente come unico candidato possibile e pagandogli la campagna elettorale.
Ciononostante, l’autorità del suo governo non si è mai estesa fuori da Kabul.
Le province sono rimaste sempre in mano ai signori della guerra e dell’oppio: sanguinari criminali e fondamentalisti conservatori che, avendo fatto da ascari agli Usa contro i talebani, si sono garantiti l’intoccabilità e nel 2005 – con la violenza e la corruzione e con il placet Usa – sono finiti anche in Parlamento.
"Gli Stati Uniti hanno abbattuto un regime criminale solo per sostituirlo con un altro regime criminale", ha detto la parlamentare afgana Malalai Joya, che recentemente ha parlato anche a Montecitorio. "La comunità internazionale deve smetterla di sostenere quei signori della guerra che per vent'anni hanno bombardato le nostre case, ucciso la nostra gente, calpestato i nostri diritti e rovinato le nostre vite, e che ora siedono al Governo e in Parlamento".

Dovevamo difendere i diritti umani…

La triste condizione delle donne non è affatto migliorata, perché essa è un prodotto della cultura afgana. I talebani l’avevano solo "istituzionalizzata". Ora è tornata, com’è sempre stata, un affare "privato", gestito dai capi famiglia invece che dai mullah.
La tortura nelle medievali carceri afgane continua a essere pratica comune. In più avviene anche nelle strutture detentive militari Usa sparse per il paese: il "sistema Abu-Ghraib" è stato inventato in Afghanistan (a Bagram nel 2002) e solo poi esportato in Iraq. Nonostante lo scandalo suscitato dalla morte per tortura di molti prigionieri in mano Usa, Washington si è sempre rifiutata di consentire ispezioni e inchieste indipendenti. Le violenze contro i civili, gli stupri delle donne e i saccheggi durante i rastrellamenti dei villaggi da parte delle milizie mercenarie afgane e delle truppe straniere sono realtà quotidiane.
L’assenza di ogni rispetto per la vita dei civili da parte delle truppe Usa è continuamente confermata anche dagli incidenti stradali causati dai blindati militari che hanno l’ordine di non fermarsi se investono qualcuno.
Tutto ciò provoca un crescente risentimento popolare nei confronti delle truppe straniere, con conseguente allargamento della base di consenso della resistenza talebana.

Dovevamo sradicare la piaga dell’oppio…

Invece che diminuire, in questi 5 anni la produzione di oppio afgano (che arriva da noi come eroina) è vertiginosamente aumentata, polverizzando il record storico talebano del 1999 di 91.000 ettari di piantagioni in 18 province su 32, con oltre 165.000 ettari coltivati a oppio in 32 province su 32.
Un business intoccabile perché gestito dai signori della guerra alleati degli Usa (che altrimenti si rivolterebbero in armi) e dallo stesso governo Karzai (lo stesso fratello del presidente, Walid Karzai, è uno dei maggiori trafficanti d’oppio del paese).
Il boom della coltivazione dell’oppio è stato anche l’effetto degli scellerati programmi Onu di sostegno alimentare. L’agricoltura tradizionale afgana è entrata in crisi a causa dell’afflusso di derrate gratuite che hanno abbattuto i prezzi di mercato dei prodotti agricoli, mandando sul lastrico migliaia di famiglie contadine che per questo sono state costrette ad abbandonare le colture legali per darsi a quella illegale dei papaveri da oppio, l’unica in grado di garantire la sussistenza.

Dovevamo portare sviluppo economico e benessere…

Al di là della poverissima economia di sussistenza tradizionale basata su agricoltura (legale e illegale), pastorizia e piccoli commerci (con un reddito medio che non supera i 10 dollari al mese), non esistono nuovi sbocchi lavorativi per gli afgani. L’unica novità, per sua natura transitoria, è rappresentata dagli impieghi per le Ong straniere e per le organizzazioni internazionali (autisti, guardiani, ecc).
La massiccia presenza nel paese, e in particolare a Kabul, di stranieri pieni di dollari, ha avuto un devastante effetto inflazionistico (soprattutto per il mercato immobiliare urbano) che ha ulteriormente ridotto il già infimo potere d’acquisto della popolazione. Senza contare la comparsa di piaghe sociali come la prostituzione, tossicodipendenza e malattie come l’Aids, prima inesistenti, frutto del degrado sociale ma anche della presenza straniera.

Dovevamo ricostruire il paese…

Il business della ricostruzione è un affare da 15 miliardi di euro in piena espansione, gestito in gran parte dagli Stati Uniti (tramite UsAid). Peccato che questi soldi o sono tornati indietro come profitti delle aziende appaltate (quasi tutte Usa) – che per guadagnarci hanno gonfiato i conti e risparmiato su tutto costruendo scuole e ospedali che ora sono chiusi perché pericolanti – o sono finiti in ‘spese di gestione’ di Ong e organizzazioni internazionali (stipendi stratosferici, vitto e alloggi di standard occidentale e fuoristrada di lusso per il personale espatriato) o ancora sono finiti nelle tasche di funzionari afgani corrotti. L’unica opera di ricostruzione è stata l’asfaltatura della "superstrada" Kabul-Kandahar, eseguita a scopo di propaganda pro-Karzai durante la campagna elettorale del 2004 (oltre che per facilitare i movimenti via terra delle truppe d’occupazione).
Il fallimento della ricostruzione internazionale ha causato un forte risentimento popolare verso gli stranieri, considerati ormai dei bugiardi che fanno solo il loro interesse.

di Enrico Piovesana, tratto da http://it.peacereporter.net

Dare e non togliere per una scuola vivibile

Coordinamento Presidenti Consigli Circolo e Istituto Bologna - 18-05-2010

Lettera aperta che i Presidenti dei Consigli d'Istituto di Bologna e provincia hanno inviato alle famiglie delle loro scuole

Cari genitori,

forse non vi sarà mai capitato di ricevere una lettera firmata da questa strana sigla.

Siamo i genitori da voi eletti negli organi collegiali della scuola, e vi vogliamo parlare di scuola, sperando abbiate la pazienza di leggerci fino in fondo.

La scuola così come la conoscete oggi sta per scomparire, sta peggiorando in modo irrimediabile.

Lo Stato ha deciso di risparmiare tagliando i finanziamenti destinati alla scuola pubblica di 8 miliardi, mentre ha triplicato i finanziamenti alle scuole private (da mezzo a 1 miliardo e mezzo di euro).

Questi tagli si stanno traducendo in alcuni provvedimenti che saranno devastanti sull'esperienza scolastica e sul futuro dei nostri ragazzi e ragazze. L'aumento del numero di alunni per classe (anche fino ad oltre trenta in aule che per le leggi sulla sicurezza e la "vivibilità" non dovrebbero contenerne più di 25), la forte riduzione di insegnanti e bidelli (150.000 in meno in 3 anni), la riduzione delle ore d'insegnamento (1900 ore in meno dai 6 ai 18 anni, pari al taglio di due anni di scuola), il sempre più insufficiente sostegno ai ragazzi disabili, addirittura il taglio del 25% alle pulizie (sono arrivati a proporre alle scuole di pulire i bagni un giorno sì e l'altro no!).

A tutto ciò si aggiunge che le nostre scuole sono sempre in maggiori difficoltà economiche perché lo Stato da almeno tre anni non dà quanto deve loro: ognuna, comprese le nostre, è in credito di centinaia di migliaia di euro e dunque fatica sempre più a trovare risorse persino per le necessità primarie, figurarsi per le supplenze, nonostante la legge le garantisca. Vi sarete accorti che sempre più spesso la scuola è costretta a far entrare i vostri figli in ritardo o a farli uscire in anticipo o a "parcheggiarli" a gruppetti nelle altre classi, in assenza di didattica e in condizioni di insicurezza. Noi presidenti dei Consigli di Circolo e d'Istituto, visto i gravi problemi comuni alle nostre scuole, abbiamo deciso di uscire dalla nostra solitudine e di unirci insieme in un Coordinamento e, prima di rivolgerci direttamente a voi come stiamo facendo ora, abbiamo inviato tre lettere al Dirigente scolastico regionale, dott. Limina, richiedendogli un incontro per discutere di queste gravi difficoltà, ma non ci ha mai risposto, se non indirettamente e a mezzo stampa, dichiarando che "le scuole dell'Emilia-Romagna non hanno reali problemi di soldi, il ministero interviene per ripianare le reali e vere sofferenze degli istituti".

Ci sembra veramente troppo, perciò giovedì 20 maggio, alle ore 14, lasceremo i nostri luoghi di lavoro per andare insieme in via de' Castagnoli 1, fuori dal suo ufficio (poiché dentro non ci ha mai convocato) a ricordargli educatamente, con un cartello appeso al collo, l'entità delle vere "sofferenze" di ciascuna delle nostre scuole, crediti per i quali non vi è ancora stato alcun "appianamento".

Nei prossimi giorni chiederemo anche un incontro al Prefetto per sollecitare un suo intervento nel caso di formazione di classi sovraffollate ed insicure.

In molti Circoli ed Istituti abbiamo convocato assemblee per informarvi con più precisione su tutto quanto sta accadendo e accadrà.

Ognuno di noi desidera che i nostri ragazzi escano dalla scuola preparati, consapevoli delle proprie capacità, desiderosi di spendere i loro talenti nella società. Per far questo occorre dare alla scuola, e non toglierle, ciò di cui ha bisogno.

E` in nome di tutto questo che vi chiediamo di informarvi, di essere al nostro fianco in questa battaglia. Abbiamo bisogno di tutto il vostro appoggio.

Grazie per la pazienza di averci letto fin qui.

Il Coordinamento dei Presidenti di Circolo e d'Istituto di Bologna e Provincia

domenica 16 maggio 2010

il Senato ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (D.d..L.
733) tra gli altri con un emendamento del senatore Gianpiero D'Alia
(UDC) identificato dall'articolo 50-bis: /Repressione di attività di
apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet;

la prossima settimana Il testo approderà alla Camera diventando
l'articolo nr. 60.

Il senatore Gianpiero D'Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al
Governo e ciò la dice lunga sulla trasversalità del disegno
liberticida della"Casta".

In pratica in base a questo emendamento se un qualunque cittadino
dovesse invitare attraverso un blog a disobbedire (o a criticare?) ad
una legge che ritiene ingiusta, i /providers/ dovranno bloccare il
blog.

Questo provvedimento può far oscurare un sito ovunque si trovi, anche
se all'estero; il Ministro dell'Interno, in seguito a comunicazione
dell'autorità giudiziaria, può infatti disporre con proprio decreto
l'interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di
connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti
di filtraggio necessari a tal fine.

L'attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di
24 ore; la violazione di tale obbligo comporta per i provider una
sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000.

Per i blogger è invece previsto il carcere da 1 a 5 anni per
l'istigazione a delinquere e per l'apologia di reato oltre ad una pena
ulteriore da 6 mesi a 5 anni perl'istigazione alla disobbedienza delle
leggi di ordine pubblico o all'odio fra le classi sociali.

Con questa legge verrebbero immediatamente ripuliti i motori di
ricerca da tutti i link scomodi per la Casta!

In pratica il potere si sta dotando delle armi necessarie per bloccare
in Italia Facebook, Youtube e *tutti i blog* che al momento
rappresentano in Italia l'unica informazione non condizionata e/o
censurata.

Vi ricordo che il nostro è l'unico Paese al mondo dove una /media
company/ ha citato YouTube per danni chiedendo 500 milioni euro di
risarcimento.

Il nome di questa /media company/, guarda caso, è Mediaset.

Quindi il Governo interviene per l'ennesima volta, in una materia che,
del tutto incidentalmente, vede coinvolta un'impresa del Presidente
del Consiglio in un conflitto giudiziario e d'interessi.

Dopo la proposta di legge Cassinelli e l'istituzione di una
commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco
meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su
questa materia, questo emendamento al "pacchetto sicurezza" di fatto
rende esplicito il progetto del Governo di /normalizzare/ con leggi di
repressione internet e tutto il istema di relazioni e informazioni
sempre più capillari che non si riesce a dominare.

Tra breve non dovremmo stupirci se la delazione verrà premiata con buoni spesa!

Mentre negli USA Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet in
Italia il governo si ispira per quanto riguarda la libertà di stampa
alla Cina e alla Birmania.

Oggi gli unici media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono
stati il blog Beppe Grillo e la rivista specializzata Punto
Informatico.
Fate girare questa notizia il più possibile per cercare di svegliare
le coscienze addormentate degli italiani perché dove non c'è libera
informazione e diritto di critica il concetto di democrazia diventa un
problema dialettico.

sabato 15 maggio 2010

Mi fa veramente tanta tristezza leggere della morte di questa coraggiosa lavoratrice napoletana, Mariarca Terracciano, che aveva dovuto letteralmente svenarsi per potere ricevere la mercede dovuta (e negata per la nota gestione allegra e clientelare della Sanità).

Un commento secondo me appropriatissimo l'ha scritto una certa "Coraline", sul sito di "Repubblica":

"La tragedia di questa donna è l'emblema della vita di tanti italiani, persone oneste che lottano per tirare avanti e vedono i loro diritti calpestati! Mariarca è morta per protestare, non voleva morire, voleva solo far sentire la propria voce, smettere di essere invisibile, ottenere ciò che le spettava di diritto. Date rilievo alla sua storia! Non sfruttandola per audience, ma cercando di rappresentare quello per cui lei si è sacrificata. La situazione drammatica di lavoratori che chiedono lo stipendio come se fosse elemosina! Voglio vivere in un paese civile! Non in una società feudale divisa tra signorotti fedeli al re a cui sono riservati ogni genere di privilegi e favori, e servi della gleba senza diritti da spolpare a piacimento! "

Questa morte la collegherei con un altro "incidente", quello di una giovane ragazza 22enne, che ha avuto la "sfortuna" di essere strozzata - le era rimasta impigliata la sciarpa - dalla cinghia di trasmissione del macchinario della fabbrica per cui lavorava (un impianto per il confezionamento delle uova).

E' avvenuto qualche giorno fa, mi è capitato di vedere ad ore antelucane il servizio non mi ricordo su quale TV, su Internet non trovo traccia della notizia.

La ragazza aveva la bellezza delle nostre sorelle e figlie "acqua e sapone".

Studiava ancora non ricordo per quale facoltà, ed intanto il sabato e la domenica si occupava gratis della biblioteca del suo paesotto "lumbard", redigendo schede bibliografiche ed aiutando a tenere scaffali e locali in ordine.

Sognava di partire per il Terzo Mondo a dare uno mano per lo "sviluppo" laggiù, intanto non voleva pesare sul bilancio familiare, per cui ha accettato un lavoro in nero a 500 euro al mese.

Il suo capo reparto non le avrà spiegato che non si può trafficare con certi macchinari indossando indumenti che possono rimanere presi negli ingranaggi.

Una infermiera come Mariarca in qualsiasi Paese europeo non avrebbe dovuto penare per ricevere lo stipendio, come da contratto.

E la ragazza che per i nostri media - incluso Internet - conta meno che nulla avrebbe potuto usufruire di quella che la CGIL liquida sprezzantemente come "paghetta di Stato": che so, i 700 euro al mese riservati dallo Stato danese. Che sono 400 per lo Stato tedesco; più 350 euro di contributo per l'affitto. Più non so quanto di contributo per le spese telefoniche. E via esemplificando, Stato per Stato ...

Oggi leggo sul "Sole 24 Ore" che il PD ha varato il suo "documento sul lavoro": le correnti si dividono su varie soluzioni, ma manca l'unica che può veramente arginare il lavoro nero, vale a dire il reddito di cittadinanza, sull'esempio di quello che è attuato in tutta Europa.

L'ideologia di base è quella "lavorista" di cui è succube anche la sinistra cosiddetta radicale: bisogna aspirare ad un ruolo sociale "produttivo", e la produttività è intesa secondo gli schemi dell'economia della crescita.

E' produttivo, cioè, soprattutto il "posto" nel settore privato, che vende beni o servizi per il mercato; già meno produttivo è il lavoro nel settore pubblico (se non del tutto improduttivo).

Non sono "produttive" invece le attività che più contribuiscono alla ricchezza reale: il "lavoro necessario per vivere" (per lo più svolto dalle donne in ambito domestico) e soprattutto il lavoro compiuto dalla natura per riprodurre i suoi cicli, alla base della vita degli ecosistemi.

D'altro canto proprio l'editoriale odierno del "Sole 24 Ore" (titolo: "Il mondo è al futuro, il welfare al passato") ci informa che la "pacchia" del welfare europeo (che l'Italia ha conosciuto solo in modo limitato e deformato grazie anche al suo PCI e ai suoi sindacati) sta per essere relegata in soffitta.

"L'attacco speculativo alla Grecia e i timori del contagio agli altri Paesi ha indotto i governi - Italia inclusa - a drastici piani per il contenimento della spesa pubblica. E l'Europa che, in un tempo non lontano, poteva permettersi di vagheggiare dentiere gratis per tutti e una badante per ogni anziano non autosufficiente, ha impegnato, senza più velleità o falsi pudori, i gioielli di famiglia. Vale a dire il costoso sistema di protezione sociale pubblica (che ormai aveva incluso anche la gestione dei posti di lavoro statali) che ha incarnato per quasi due secoli l'anima stessa del modello economico continentale"...

Nell'agenda di tutta la politica ufficiale, di destra, di centro, di sinistra, ci sarà perciò il "rigore", la riduzione della spesa pubblica. Un rigore destinato a salvare il sistema finanziario, come ricorda la conclusione dell'editoriale citato (a firma Alberto Orioli): "Al grido di salvate il salvabile, è alle banche che ha guardato l'ingente massa di spesa pubblica mobilitata dal mondo per evitare il peggio. Il problema è che non è ancora chiaro se il risultato sia stato raggiunto".

Di qui il mio appello accorato a tutti coloro che salgono sui tetti per difendere il loro "posto", o agli aspiranti suicidi, come Mariarca, o ancor più a tutti coloro che agonizzano e muoiono in silenzio (come la ragazza strangolata dalla macchina delle uova):

capiamo una buona volta che non ci si può difendere arroccandosi ciascuno sulla sua gru simbolica

che i poteri oligarchici stanno impostando una gestione centralizzata della crisi che spazzerà come un fuscello ogni resistenza locale e territorializzata

che occorre coordinarsi e trovare obiettivi unitari, addirittura a livello europeo (come minimo)

che questo ci sarà possibile appena avremo messo da parte i falsi intermediari e i loro miti culturali (ogni riferimento a quelli che il Manifesto chiama i "sinistrati" non è puramente casuale).

La battaglia centrale a livello europeo la intravedo oggi nell'adozione di un comune reddito di cittadinanza minimo. A questo scopo si potrebbe organizzare e coordinare una campagna internazionale sfruttando la possibilità di una legge di iniziativa popolare prevista dal Trattato di Lisbona.

Questo obiettivo si scontrerà ovviamente con i tecnocrati e la vecchia politica che opporranno i limiti di bilancio.

(Ma anche con gli attardati del "socialismo in una sola valle", che non si rendono conto di stare tirando la volata alle forze regionaliste, separatiste o autonomiste).

E allora noi, cittadini della nuova Europa, risponderemo: "Le grandi banche non vanno salvate con i nostri soldi, bensì nazionalizzate"...

E pretenderemo ancora: quei soldi pubblici che intendete buttare nel cesso delle spese militari e delle guerre nel Terzo Mondo, quei soldi che state destinando al rilancio del nucleare sedicente "civile", vogliamo che siano invece investiti per le rinnovabili (l'energia è metà economia) e la produzione "verde".

La spesa pubblica non va ridotta ma razionalizzata. Combattiamo l'evasione fiscale dei ricchi, controlliamo democraticamente che il settore pubblico offra servizi che rendano concreti i grandi diritti collettivi: istruzione, salute, mobilità, stabilità degli ecosistimi... e soprattutto la pace.

Perchè noi non vogliamo un "posto", ma abbiamo da crearci un lavoro pulito, utile, dignitoso ed una società che non ostacoli la nostra capacità di autogestircelo.

Sì, Mariarca, oggi noi piangiamo sul tuo sacrificio. Ma che il nostro dolore e la nostra vergogna non restino chiacchiere, non susciti occasioni di retorica che lasciano il tempo che trovano.

Diamoci da fare in modo intelligente, in modo avveduto, per costruire condizioni di dignità per tutti.

L'alternativa? Semplicemente non c'è. Non permetteremo il ritorno in forme nuove di scenari da incubo che già in passato il nostro continente ha vissuto....

Alfonso Navarra - obiettore alle spese militari e nucleari


da una email inviata da Alfonso a diverse mailin list

giovedì 13 maggio 2010

venerdì prossimo ore 18

assemblea con Vito Mancuso.

Domenica 16 Noi Siamo Chiesa con tanti altri parteciperà alla marcia Perugia-Assisi . Non saremo in piazza S.Pietro ad acclamare il Papa. Speriamo che chi ci andrà abbia il buon senso e l'onestà di innalzare qualche striscione tipo "Dalla parte delle vittime" oppure "Basta silenzi nella Chiesa" "la pulizia deve partire da chi sta in alto" ecc…Un incontro di propaganda e che gridi contro un preteso complotto contro i cattolici servirebbe solo a fare il male della Chiesa soprattutto in questo momento.

Ti anticipo che il 20 giugno si terrà alla Cascina Contina (presso Milano) la consueta assemblea annuale di Noi Siamo Chiesa, ti invierò tra poco il programma.

In questi giorni si fa un gran parlare di ottopermille per la scadenza imminente della presentazione del modulo 730 per la dichiarazione dei redditi. Da anni abbiamo espresso una posizione critica sul sistema, su come la CEI spende il milardo annuo che riceve e su come lo Stato usa i 100 milioni di questa sua voce. Se credi, tieni presente queste nostre vecchie e argomentate osservazioni (abbiamo scritto anche un libro "La Chiesa Povera" edizioni La Meridiana, altri testi li trovi nell'area "Archivio" del nostro sito

per info: www.noisiamochiesa.org

Coordinamento 9 marzo, il Graal, Gruppo Promozione Donna, Gruppo Pace di S. Angelo, "Noi Siamo Chiesa", La Rosa Bianca, Preti operai della Lombardia,

Centro Internazionale Helder Camara, gruppo del Guado-credenti omosessuali

Assemblea su

Scandalo pedofilia: dalla parte delle vittime

I credenti si interrogano

ore 18 introduce e presiede Rosanna Tommasi

ore 18,15 intervento di Vito Mancuso

ore 18,45 assemblea con interventi programmati e liberi

ore 19,45 conclusioni

Milano, venerdì 14 maggio 2010

auditorium di Corso Matteotti 14

(MM linea rossa, fermata S.Babila)


martedì 11 maggio 2010

5 per 1000 a Libera...

Chi siamo

"Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie" è nata il 25 marzo 1995 con l'intento di sollecitare la società civile nella lotta alle mafie e promuovere legalità e giustizia. Attualmente Libera è un coordinamento di oltre 1500 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base, territorialmente impegnate per costruire sinergie politico-culturali e organizzative capaci di diffondere la cultura della legalità. La legge sull'uso sociale dei beni confiscati alle mafie, l'educazione alla legalità democratica, l'impegno contro la corruzione, i campi di formazione antimafia, i progetti sul lavoro e lo sviluppo, le attività antiusura, sono alcuni dei concreti impegni di Libera. Libera è riconosciuta come associazione di promozione sociale dal Ministero della Solidarietà Sociale. Nel 2008 è stata inserita dall'Eurispes tra le eccellenze italiane.

Contatti

Sede Legale in Via Quattro Novembre, 98, 00187 Roma - P.Iva: 06523941000

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Comunicati

Mafia, la prima azienda italiana

"La Mafia è la prima azienda italiana, e ora vi spiego come funziona". Antonio Turri, referente di Libera nel Lazio, interviene all'incontro «Vivere in un paese dove comanda un mafioso», che prende il titolo da una frase di Peppino Impastato.

Cinque prigionieri politici iraniani sono stati giustiziati senza preavviso

Questa mattina nella tristemente famosa prigione di Evin sono stati giustiziati cinque prigionieri politici: Farzad Kamangarn, Ali Heydarian, Farhad Vakilie, Shirin Alam Huli e Mehdi Eslamian. Secondo l'agenzia di stampa Hrana, tre di questi casi, al momento dell'esecuzione, erano sottoposti a processi di revisione.

Roma: Infiltrazioni mafiose nel Lazio

Fenomeni di ecomafie nella Valle del Sacco, lo scioglimento del comune di Fondi e il commissariamento di altri comuni sono solo alcuni esempi della presenza delle cosche nella nostra regione

Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie.
Via IV Novembre, 98 - 00187 Roma - P.Iva: 06523941000 CF: 97116440583

PER DONARE IL 5 PER 1000 A LIBERA, RIPORTARE IL CODICE FISCALE NELL'APPOSITO SPAZIO