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sabato 1 maggio 2010

Il mio primo maggio


Come previsto oggi sono andato al corteo del Primo maggio a Savona. Negli ultimi 30 anni, avrò mancato quest'appuntamento una volta, forse due -essendo andato al corteo di Albenga. Al di là dei significati politici e sociali, mi piace questo appuntamento. Mi piace attraversare Savona, guardare le facce della gente, le bandiere. Una volta si urlavano slogan, più o meno belli, più o meno truci -dipende dal momento storico. Ora si sfila, testimoniando in silenzio o chiacchierando con il vicino, con gli amici ritrovati. Una sorta di religiosità laica. Questa mattina mi sono venuti in mente, come spesso, la mia prima manifestazione, da ragazzino: un lunghissimo corteo (ma era uno sciopero, non il Primo maggio) da Piazza Sisto ad Albissola. Tallonati dalla (squadra) politica, noi con i fischietti, con i campanacci, a gridare forte, anche per non far ascoltare al povero poliziotto il suo walkie talkie...

La manifestazione, grandiosa, durante il periodo delle bombe di Savona, quando è morta la signora di via Giacchero. Mai vista tanta gente: venivano da tutta la Liguria, a testimoniare la loro solidarietà alla città colpita da quella strana stagione terroristica. A proposito, quando è esplosa la prima bomba, ero appena girato l'angolo, in Piazza del Popolo (la bomba era stata posta nei garage del Palazzo della Provincia, dove c'era il capolinea dell'autobus...

Mi sono tornate in mente le fotografie d'epoca (fine '800) con i cortei anarchici che si dipanavano dal Teatro Chiabrera verso il centro città. Mi sono tornati in mente gli amici e i compagni persi per strada (chi morto, chi si è trasferito, chi, peggio ancora, ha fatto carriera). Già Errico Malatesta, grande anarchico, scriveva, ai suoi tempi, che se la polizia avesse il buon senso di non intervenire, la manifestazione del Primo maggio si sarebbe risolta in una scampagnata. Era vero ai suoi tempi ed è vero anche oggi. Però, forse è meglio così: l'importante è esserci e ricordare agli altri, a chi non c'è, a chi sta a guardare un po' incredulo o scettico dalle finestre o dai marciapiedi, che il lavoro ha un valore e che non è vero che i lavoratori sono scomparsi come vuole certa propaganda. E il pensiero -si pensa molto, quando si cammina- va a quelli che ci muoiono sul lavoro (in media 4 al giorno, nel nostro paese: moltiplicate per 365 e fanno 1460 l'anno. Una strage!), a quelli che non ce l'hanno (o non ce l'hanno più e sono tanti: la disoccupazione nel nostro paese è all'8.8% -ma forse anche l'ISTAT è piena di sovversivi e in un anno abbiamo perso circa 380.000 posti di lavoro, altro che paese di Bengodi!) o a quelli che ce l'hanno ma sono sotto pagati o sfruttati in maniera schiavistica (e Rosarno Calabro è solo uno dei tanti esempi). E intanto si cammina: si attraversa il centro storico ottocentesco, la fascistica (come impostazione urbanistica e architettonica) Piazza Saffi; si entra in Villapiana che ha conservato l'aspetto di quartiere operaio, con diverse costruzione di qualche pretesa: le inferriate liberti, i palazzi alla francese. Si passa davanti alla storica libreria in via Torino, dove è passata tutta la sinistra savonese, dove ho lasciato centinaia di biglietti da mille lire, dove Giovanni, il Librario, ti dava il libro che ti interessava, dicendoti “non hai i soldi, poi me li porti”: una tragedia, un invito perverso che ti legava a lui per anni, per debito e affetto. La prima volta che sono entrato lì dentro, mi viene incontro e mi chiede: “hai cinque minuti? Sì? Torno subito”. Sgomento da tanta fiducia, sono rimasto allibito e...l'ho atteso. E' tornato dopo un po'. Più che una libreria era un centro sociale (nel vero senso del termine), una fucina di pensatori e di pensieri, di libri e riviste che non hanno mai visto la luce, di mille partiti comunisti vissuti nei discorsi di un pomeriggio, di centri di documentazione progettati ma mai decollati. Di volantini stampati chissà dove. Gratis ovviamente.

Ogni volta che vado al Primo maggio è come compiere un viaggio nel tempo; ma senza nostalgie o rimpianti. Invito tutti ad andarci: bisogna esserci per fare capire a chi governa, sia il PD o il PDL, che c'è sempre un'altra Italia, quella che non si arrende e lotta non dico per grandi ideali, ma almeno, per una società più giusta...

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