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domenica 10 ottobre 2010

DUE O TRE RIFLESSIONI MINIME SUL PD e una su La Russa

Oggi ho ascoltato un brano di un'intervista a Bersani che diceva (cito a memoria): 'Si può anche morire per la pace e la democrazia ma ci vogliono i risultati'. Lo so che una frase è decontestualizzata però non sento grandi voci dal PD per chiedere di chiudere con questa tragica esperienza di guerra (perchè di guerra si tratta: la smettano di raccontarci la balla delle missioni umanitarie di pace). A quanto pare, a credere a queste panzane sono rimasti Bersani, Avvenire (testata dei vescovi che oggi titola: Attaccano i costruttori -o qualcosa del genere) e il solito La Russa (sul quale torneremo)...
Veltroni invece propone di limitare il numero degli immigrati: come? perchè? Vuol forse vincere le elezioni inseguendo la lega? chissà coe mai, elettore più elettore meno, il PD ha perso 4.000.000 di elettori in pochi anni...possibile che non ci pensino? E, se ci pensano, è ancora peggio...

Veniamo a La Russa. Lo so che non è del PD. Però anche considerando che sia lui, la sparata grossa, davvero: armiamo di bombe i nostri aerei. Questo sì che si chiama parlar chiaro. Però ha anche aggiunto che le bombe aumentano ilrischio di far vittime civili. Ma va? Perchè non li dotiamo di armi all'uranio impoverito, come ha fatto la NATO (ai tempi del governo D'Alema) nella ex Yugoslavia, così anche se vincono i talebani si beccarennao tumori e leucemie per secoli...Perchè non bombardiamo con bombe atomi l'Afghanistan, così facciamo prima?
O perchè non ce ne torniamo a casa, prima che sia troppo tardi. Le guerre non hanno mai risolto nessun problema: se mai ne hanno creati altri...

sabato 9 ottobre 2010

da: TELEGRAMMI DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO Numero 331 del 2 ottobre 2010 pubblico il sommario e il testo Questa cosa che chiamiamo nonviolenza

Telegrammi della nonviolenza in cammino proposti dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail:

nbawac@tin.it

Sommario di questo numero:

1. Oggi

2. Questa cosa che chiamiamo nonviolenza

3. Silvia Berruto: Vivere semplicemente per permettere agli altri semplicemente di vivere

4. Pierluca Gaglioppa: Dentro ogni animo umano

5. Daniele Gallo: Per la giornata della nonviolenza

6. Flavio Lotti: L'Italia dei potenti si dimentica di Gandhi e San Francesco

7. Antonio Parisella: Un maggiore impegno educativo in direzione della nonviolenza

8. Peppe Sini: Due cose

9. Due incontri a Fiumicello

10. Per sostenere il Movimento Nonviolento

11. "Azione nonviolenta"

12. Segnalazioni librarie

13. La "Carta" del Movimento Nonviolento

14. Per saperne di piu'

2. MATERIALI. QUESTA COSA CHE CHIAMIAMO NONVIOLENZA

I. Una premessa terminologica

Scriviamo la parola "nonviolenza" tutta attaccata, come ci ha insegnato Capitini, per distinguerla dalla locuzione "non violenza"; la locuzione "non violenza" significa semplicemente non fare la violenza; la parola "nonviolenza" significa combattere contro la violenza, nel modo piu' limpido e piu' intransigente.

Chiamiamo le persone che si accostano alla nonviolenza "amici della nonviolenza" e non "nonviolenti", perche' nessuno puo' dire di essere "nonviolento", siamo tutti impastati di bene e di male, di luci e di ombre, e' amica della nonviolenza la persona che rigorosamente opponendosi alla violenza cerca di muovere verso altre piu' alte contraddizioni, verso altri piu' umani conflitti, con l'intento di umanizzare l'agire, di riconoscere l'umanita' di tutti.

Con la parola "nonviolenza" traduciamo ed unifichiamo due distinti e intrecciati concetti gandhiani: "ahimsa" e "satyagraha". Sono due parole densissime che hanno un campo semantico vastissimo ed implicano una concettualizzazione ricca e preziosa.

Poiche' qui stiamo cercando di esprimerci sinteticamente diciamo che ahimsa designa l'opposizione alla violenza, e' il contrario della violenza, ovvero la lotta contro la violenza; ma e' anche la conquista dell'armonia, il fermo ristare, consistere nel vero e nel giusto; e' il non nuocere agli altri (ne' con atti ne' con omissioni), e quindi innocenza, l'in-nocenza nel senso forte dell'etimo. Ahimsa infatti si compone del prefisso "a" privativo, che nega quanto segue, e il tema "himsa" che potremmo tradurre con "violenza", ma anche con "sforzo", "squilibrio", "frattura", "rottura dell'armonia", "scissura dell'unita'"; in quanto opposizione alla lacerazione di cio' che deve restare unito, l'ahimsa e' dunque anche ricomposizione della comunita', riconciliazione.

Satyagraha e' termine ancora piu' denso e complesso: tradotto solitamente con la locuzione "forza della verita'" puo' esser tradotto altrettanto correttamente in molti altri modi: accostamento all'essere (o all'Essere, se si preferisce), fedelta' al vero e quindi al buono e al giusto, contatto con l'eterno (ovvero con cio' che non muta, che vale sempre), adesione al bene, amore come forza coesiva, ed in altri modi ancora: e' bella la definizione della nonviolenza che da' Martin Luther King, che e' anche un'eccellente traduzione di satyagraha: "la forza dell'amore"; ed e' bella la definizione di Albert Schweitzer: "rispetto per la vita", che e' anch'essa un'ottima traduzione di satyagraha. Anche satyagraha e' una parola composta: da un primo elemento, "satya", che e' a sua volta derivato dalla decisiva parola-radice "sat", e da "agraha". "Agraha" potremmo tradurla contatto, adesione, forza che unisce, armonia che da' saldezza, vicinanza; e' la forza nel senso del detto "l'unione fa la forza", e' la "forza di attrazione" (cioe' l'amore); e' cio' che unisce in contrapposizione a cio' che disgrega ed annichilisce. "Satya" viene tradotto per solito con "verita'", ed e' traduzione corretta, ma con uguale correttezza si potrebbe tradurre in modi molto diversi, poiche' satya e' sostantivazione qualificativa desunta da sat, che designa l'essere, il sommo bene, che e' quindi anche sommo vero, che e' anche (per chi aderisce a fedi religiose) l'Essere, Dio. Come si vede siamo in presenza di un concetto il cui campo di significati e' vastissimo.

Con la sola parola nonviolenza traduciamo insieme, e quindi unifichiamo, ahimsa e satyagraha. Ognun vede come si tratti di un concetto di una complessita' straordinaria, tutto l'opposto delle interpretazioni banalizzanti e caricaturali correnti sulle bocche e nelle menti di chi presume di tutto sapere solo perche' nulla desidera capire.

*

II. Ma cosa e' questa nonviolenza? lotta come umanizzazione

La nonviolenza e' lotta come amore, ovvero conflitto, suscitamento e gestione del conflitto, inteso sempre come comunicazione, dialogo, processo di riconoscimento di umanita'. La nonviolenza e' lotta o non e' nulla; essa vive solo nel suo incessante contrapporsi alla violenza.

Ed insieme e' quella specifica, peculiare forma di lotta che vuole non solo vincere, ma con-vincere, vincere insieme (Vinoba conio' il motto, stupendo, "vittoria al mondo"; un motto dei militanti afroamericani dice all'incirca lo stesso: "potere al popolo"); la nonviolenza e' quella specifica forma di lotta il cui fine e' il riconoscimento di umanita' di tutti gli esseri umani: e' lotta di liberazione che include tra i soggetti da liberare gli stessi oppressori contro il cui agire si solleva a combattere.

Essa e' dunque eminentemente responsabilita': rispondere all'appello dell'altro, del volto muto e sofferente dell'altro. E' la responsabilita' di ognuno per l'umanita' intera e per il mondo.

Ed essendo responsabilita' e' anche sempre nonmenzogna: amore della verita' come amore per l'altra persona la cui dignita' di essere senziente e pensante, quindi capace di comprendere, non deve essere violata (e mentire e' violare la dignita' altrui in cio' che tutti abbiamo di piu' caro: la nostra capacita' di capire).

Non e' dunque una ideologia ma un appello, non un dogma ma una prassi.

Ed essendo una prassi, ovvero un agire concreto e processuale, si da' sempre in situazioni e dinamiche dialettiche e contestuali, e giammai in astratto.

Non esiste una nonviolenza meramente teorica, poiche' la teoria nonviolenta e' sempre e solo la riflessione e l'autocoscienza della nonviolenza come prassi. La nonviolenza o e' in cammino, vale da dire lotta nel suo farsi, o semplicemente non e'.

Esistono tante visioni e interpretazioni della nonviolenza quanti sono i movimenti storici e le singole persone che si accostano ad essa e che ad essa accostandosi la fanno vivere, poiche' la nonviolenza vive solo nel conflitto e quindi nelle concrete esperienze e riflessioni delle donne e degli uomini in lotta per l'umanita'.

*

III. Tante visioni della nonviolenza quante sono le persone che ad essa si accostano

Ogni persona che alla nonviolenza si accosta da' alla sua tradizione un apporto originale, un contributo creativo, un inveramento nuovo e ulteriore, e cosi' ogni amica e ogni amico della nonviolenza ne da' una interpretazione propria e diversa dalle altre. Lo sapeva bene anche Mohandas Gandhi che defini' le sue esperienze come semplici "esperimenti con la verita'", non dogmi, non procedure definite e routinarie, non ricette preconfezionate, ma esperimenti: ricerca ed apertura.

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IV. La nonviolenza come insieme di insiemi

Io che scrivo queste righe propendo per proporre questa definizione della nonviolenza cosi' come a me pare di intenderla e praticarla: la nonviolenza e' cosa complessa, un insieme di insiemi, aperto e inconcluso.

1. E' un insieme di concetti e scelte logico-assiologici, ovvero di criteri per l'azione: da questo punto di vista ad esempio la nonviolenza e' quell'insieme di scelte morali che potremmo condensare nella formula del "principio responsabilita'" in cui ha un ruolo cruciale la scelta della coerenza tra i mezzi e i fini (secondo la celebre metafora gandhiana: tra i mezzi e i fini vi e' lo stesso rapporto che c'e' tra il seme e la pianta).

2. E' un insieme di tecniche interpretative (il riconoscimento dell'altro, ergo il rifiuto del totalitarismo, della cancellazione o della sopraffazione del diverso da se'), deliberative (per prendere le decisioni senza escludere alcuno) ed operative (per l'azione di trasformazione delle relazioni: interpersonali, sociali, politiche); come esempio di tecnica deliberativa nonviolenta potremmo citare il metodo del consenso; come esempio di tecniche operative potremmo citare dallo sciopero a centinaia di altre forme di lotta cui ogni giorno qualcuna se ne aggiunge per la creativita' di chi contro la violenza ovunque si batte.

3. E' un insieme di strategie: e ad esempio una di esse risorse strategiche consiste nell'interpretazione del potere come sempre retto da due pilastri: la forza e il consenso; dal che deriva che si puo' sempre negare il consenso e cosi', attraverso la noncollaborazione, contrastare anche il potere piu' forte.

4. E' un insieme di progettualita' (di convivenza, sociali, politiche): significativo ad esempio e' il concetto capitiniano di "omnicrazia", ovvero: il potere di tutti. La nonviolenza come potere di tutti, concetto di una ricchezza e complessita' straordinarie, dalle decisive conseguenze sul nostro agire.

*

V. Un'insistenza

Insistiamo su questo concetto della nonviolenza come insieme di insiemi, poiche' spesso molti equivoci nascono proprio da una visione riduzionista e stereotipata; ad esempio, e' certo sempre buona cosa fare uso di tecniche nonviolente anziche' di tecniche violente, ma il mero uso di tecniche nonviolente non basta a qualificare come nonviolenta un'azione o una proposta: anche i nazisti prima della presa del potere fecero uso anche di tecniche nonviolente.

Un insieme di insiemi, complesso ed aperto.

Un agire concreto e sperimentale e non un'ideologia sistematica e astratta.

Un portare ed agire il conflitto come prassi di umanizzazione, di riconoscimento e liberazione dell'umanita' di tutti gli esseri umani; come responsabilita' verso tutte le creature.

La nonviolenza e' in cammino. La nonviolenza e' questo cammino. Il cammino vieppiu' autocosciente dell'umanita' sofferente in lotta per il riconoscimento di tutti i diritti umani a tutti gli esseri umani.

*

VI. Una grande esperienza e speranza storica

Non patrimonio di pochi, la nonviolenza si e' incarnata in grandi esperienze e speranze storiche, due sopra tutte: la Resistenza, e il movimento delle donne; ed e' il movimento delle donne, la prassi nonviolenta del movimento delle donne, la decisiva soggettivita' autocosciente portatrice di speranza e futuro qui e adesso, in un mondo sempre piu' minacciato dalla catastrofe e dall'annichilimento della civilta' umana.

venerdì 8 ottobre 2010

Lettera aperta al Consigliere delegato alla P.I. del Comune di Albenga

Gentilissimo dott. arch. Nicola Jacopo Podio,

ho ricevuto il suo cordiale invito per il prossimo incontro del "Tavolo Educativo" fissato per il 12 ottobre alle ore 18. Non potrò parteciparvi per due motivi:

a) uno di ordine pratico, dopo 7 ore di scuola, per quel giorno è fissata una riunione nella scuola stessa dove lavoro;

b) un altro di natura squisitamente politica: ho partecipato in precedenza alle riunioni del Tavolo -a dire il vero inconcludenti. Ma questa volta è ancora peggio. Mi spiego: come può una Amministrazione guidata da un esponente leghista -partito notoriamente poco impegnato nel 'pedagogico', salvo finanziare le scuole padane della moglie di Bossi e le scuole Militari del Ministro La Russa- impegnarsi in un 'Tavolo Educativo'? Di cosa parleremo: di come promuovere il pesto (visto che ultimamente la politica si è tinta di culinaria) o di introdurre il dialetto nella scuola?

Mi perdoni, ma non ho molta fiducia, anche perchè i partiti a fate riferimento (confesso la mia ignoranza, ma non so a che partito lei sia iscritto) stanno distruggendo la scuola pubblica -processo già avviato dal centrosinistra e dagli 'altri' solo perfezionato...

Mi perdoni, non ho problemi personali nei suoi confronti: sicuramente lei avrà le migliori intenzioni e sarà certamente una persona seria, ma non me la sento di condividere alcunchè con un'amministrazione di centrodestra.

Abbia pazienza e in bocca al lupo

Giuliano Falco



"Sto con gli israeliani, ma con quelli che si ispirano a Buber e a Peled"

articolo di Luisa Morgantini

pubblicato dal quotidiano Liberazione il 7 ottobre 2010

Quando Fiamma Nirenstein venne eletta nelle liste del Pdl al parlamento italiano, il prestigioso giornale israeliano Haaretz, titolò "Una colona eletta al Parlamento Italiano", ironizzando sia sulle posizioni della Nirenstein che del nostro paese. Per il 7 ottobre questa "colona" ha promosso una manifestazione dal titolo "Per la verità, per Israele", una maratona di interventi tutti a sostegno della Stato ebraico e della sua politica.
Prima di entrare nel merito della questione voglio esplicitare fin dall'inizio - in modo da evitare, anche se per lunga esperienza so che non sarà possibile, le solite accuse di voler distruggere lo stato d'Israele o di essere antisemita - che sono con Israele, riconosco il suo Stato, così come fa la Dichiarazione d'Indipendenza dell'Olp del novembre del 1988 che definisce i confini dello Stato Palestinese, e quindi quelli israeliani, sul territorio dell'occupazione militare del 1967, ovvero il 22% della Palestina storica, rinunciando ai territori della conquista israeliana della guerra del '48 (la spartizione dell'Onu del 1947 dava il 54% agli israeliani, il 44% ai palestinesi con l'aerea di Gerusalemme internazionalizzata).

Ancora: sono contraria e considero una tragedia gli attentati suicidi-omicidi (finalmente sospesi dal 2005) compiuti contro la popolazione civile israeliana o sparare rockets sulla popolazione israeliana ai confini con Gaza. Così come le operazioni militari israeliane condotte da un esercito occupante contro la popolazione civile palestinese, con tutte le migliaia di persone uccise, di demolizione di case, assassinii extraterritoriali, furti di terra, sradicamento di alberi, torture e imprigionamento di migliaia di palestinesi in detenzione amministrativa. Senza parlare dell'operazione Piombo Fuso a Gaza, con uso di fosforo e altre armi proibite, dove sono state uccise 1.400 persone e ferite 5.000 e dell'embargo ancora in vigore malgrado le reiterate proteste della comunità internazionale, così come la presenza in Cisgiordania di più di 600 check point, del muro e della continua crescita delle colonie.
Quando dico che sto con Israele, è con chi fa questa politica che mi identifico e difendo? No di certo, la mia Israele è rappresentata da quegli israeliani che dagli oltranzisti vengono chiamati "ebrei che odiano gli ebrei", e ne cito solo alcuni: Martin Buber, Matti Peled, Hagar Roublev, ormai defunti, ed altri ben vivi come Nurit Peled e Rami El Hanan con i loro figli Elik, Guy, Igal, che hanno visto la loro figlia e sorella Smadar uccisa da un attentore palestinese, o Ury Avnery con Gush Shalom. Lea Tsemel, Gaby Lasky avvocatesse; Michael Warshasky con l'Alternative Information Center; Avraham Burg, già presidente della Knesset oggi fortemente critico della politica israeliana e che manifesta insieme ai palestinesi contro l'espulsione dalle lore case a Sheik Jarrah. O ancora David Grosmann; il rabbino Arik Ashermann con i Rabbini per la Pace; i soldati di Breaking the silence, che documentano le violazioni dei diritti umani commessi dai soldati israeliani; i "Combattenti per la pace", tra loro Jonatan Shapira, il primo elicotterista che nel 2002 non volle essere complice dei bombardamenti. E ancora le Donne in Nero che sono diventate una rete internazionale; Machsom Wacht donne che fanno monitoraggio ai check point fin dal 2002. Ed insieme a tutti loro il lavoro prezioso delle organizzazioni per i diritti umani come Bet'Selem, Hamoked, Ir Amin, Yeshdin, Phisician for human rights, Adalah, Mossawa, Peace Now per la denuncia e il monitoraggio degli insediamenti e la loro crescita. E tanti tanti altri, nella società civile come anche nei partiti politici che non mi è possibile citare qui. Loro tutti sono la speranza che Israele possa essere uno stato "normale" con confini definiti e che abbandoni il piano di Eretz Israel dal Nilo all'Eufrate, affinché i palestinesi possano vivere nella loro terra in modo libero e sovrano.

Ma torno all'inizio: Nirenstein è stata chiamata colona dal giornale Haaretz perché ha (o aveva) una casa in una delle colonie costruite da Israele dopo l'occupazione militare israeliana del 1967. Colonie considerate illegali dalle convenzioni internazionali firmate dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quando l'orrore per l'Olocausto e la guerra faceva dire al mondo e all'Europa, "mai più a nessuno". Colonie che dopo l'accordo di Oslo sono cresciute a dismisura, i coloni sono passati da 140.000 a più di 500.000, togliendo terra, acqua, vita ai palestinesi e ai loro villaggi. Coloni armati, difesi da migliaia di soldati israeliani, e che per ampliare le loro colonie non esitano ad attaccare bambini, uccidere animali, dar fuoco e sradicare alberi da frutta e olivi.
Ed il muro - legittimo, anche se osceno, se fosse costruito sulla linea verde del 1967 - ingloba invece, calcolando la Valle del Giordano, il 60% del 22% del territorio dove, secondo la legalità internazionale, dovrebbe essere dichiarato lo Stato Palestinese. Muro, barriere e recinzioni, tutto definito illegale nel luglio del 2004 dalla Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja che ne ha chiesto lo smantellamento.
E a proposito di colonie queste non sono frutto di un'invenzione o della propaganda Onu come farebbe pensare l'appello della manifestazione del 7 ottobre. Sono invece una realtà brutale su di un territorio che oltre che rubare terra palestinese viene martoriato da una distruzione ambientale come succede a Har Homa, dove i coloni hanno distrutto la collina verde intorno a Betlemme, Beit Sahour, Beit Jala. L'appello a manifestare chiede che l'Onu non pratichi due pesi e due misure e la smetta di sanzionare (si intende verbalmente, visto che nessuna sanzione è stata mai introdotta per le violazioni israeliane) ingiustamente Israele, e dice che «l'Onu ha dedicato l'80% delle sue condanne soltanto a Israele, mentre dimentica l'Iran che impicca gli omosessuali e lapida le donne, il Darfur, dove si compie in silenzio una strage, la Cina che giustizia col colpo alla nuca». Naturalmente a proposito di doppia verità si sono dimenticati di citare gli Stati Uniti che continua con le esecuzioni: l'ultima Teresa, una donna disabile.

Ma soprattutto non è vero che l'Onu abbia dedicato l'80% delle sue condanne ad Israele. In ogni documento in cui si parla di Israele c'è sempre la condanna (di solito nei confronti di Israele la parola invece è preoccupazione o deplorazione) della violenza o terrorismo palestinese. Così come non mi sembra risponda a verità sostenere che l'Onu si dimentichi di condannare Iran, Sudan o Cina, viste le continue condanne ed anche sanzioni imposte a Khartoum e a Teheran.
Così non andrò in piazza il 7, anche se l'invito a combattere l'antisemitismo mi trova totalmente d'accordo. L'antisemitismo, come il razzismo, l'omofobia, l'islamofobia vanno cancellate dalle menti e dalle azioni di tutti. Rabbrividisco quando sento le barzellette raccontate dal nostro Presidente del Consiglio. Ma nel suo blog, Fiamma soprassiede e dice che Berlusconi in aula parlamentare ha ribadito la sua eterna amicizia con Israele.
Ed è proprio per combattere l'antisemitismo che bisogna separare nettamente gli ebrei ed Israele.

Per questo quando ho detto dell'Israele che amo non ho parlato degli ebrei che vivono nel mondo e che non si identificano con la politiche dello Stato israeliano. Sono gli ebrei contro l'occupazione, il gruppo Shalom, Tikkun, Jstreet; sono i Chomsky, i Goldstone, i Levy, i Baremboim, gli Ovadia, difensori della cultura ebraica, quella democratica e multiculturale. Voglio ricordare che è anche per difendere quella cultura e quelle donne e uomini in carne ed ossa, deportati dal nazifascismo, che mio padre ha combattuto nella resistenza sulle montagne della Val d'Ossola.

Ho visto nelle adesioni al 7 ottobre i nomi di Veltroni e di Melandri. Forse la loro adesione è dovuta al timore di essere tacciati di antisemitismo. Un ricatto che ancora funziona o forse è opportunismo o forse è ignoranza o forse semplicemente credono che un paese che colonizza e confisca case e terra sia nel giusto. Mi auguro che almeno le forze di quella che si chiama ancora sinistra sappiano uscire dalla ragnatela della politica interna e riescano di nuovo a pensare in grande cercando di praticare una politica internazionale giusta ed equa dove i diritti e la libertà non valgano solo per alcuni ma per tutti e tutte.

Non bisogna schierarsi per gli israeliani o i palestinesi, ma per la pace, con giustizia, e allora è indispensabile la fine dell'occupazione militare israeliana. Spero che Fiamma Nirenstein si ravveda e venga a far parte di chi pensa che il bene per Israele è la fine della sua politica coloniale. Le auguro di cuore di ritrovare la sua umanità infranta visto che non riconosce ad altri i suoi stessi diritti. Infranta come lo sono la sua verità e il suo senso della giustizia.

Luisa Morgantini

già Vice Presidente del Parlamento Europeo

Associazione per la Pace

COMUNICATO STAMPA ASSOCIAZIONE POPOLI MINACCIATI SU NOBEL PACE (e un breve commento mio)

Associazione per i popoli minacciati / Comunicato stampa
www.gfbv.it/2c-stampa/2010/101008it.html

Nobel per la Pace a Liu Xiaobo. Schiaffo ai leader cinesi
Incoraggiamento per i Democratici - Una pietra miliare nella lotta contro la censura

Bolzano, Göttingen, 8 ottobre 2010

L'Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha commentato l'assegnazione del Premio Nobel per la Pace a Liu Xiaobo, come uno "schiaffo clamoroso" per i leader della Cina. E' una disfatta per le aspirazioni della Cina ad un maggior riconoscimento internazionale e per il tentativo di bloccare sempre più l'opposizione democratica nel paese. L'assegnazione del premio al dissidente Liu Xiaobo è di grande incoraggiamento per tutti i democratici cinesi e per tutti coloro che sono impegnati nella difesa dei diritti umani nella Repubblica popolare, oltre che una pietra miliare nella lotta contro la censura. Milioni di Cinesi si stanno ormai interessando sempre più agli scritti vietati di Liu Xiaobo come anche alle richieste di "Carta 08", di cui Xiaobo è uno dei 300 firmatari.

In qualità di ex presidente del centro PEN cinese indipendente Liu Xiaobo rappresenta idealmente la persecuzione degli oltre 150 scrittori critici in Cina. L'APM negli ultimi anni ha potuto documentare più volte in diversi rapporti sui diritti umani la persecuzione di scrittori dissidenti in Cina e ha fatto pressione per la liberazione di Liu Xiaobo, che sconta attualmente una pena di 11 anni.

Vedi anche in
: www.gfbv.it/2c-stampa/2010/100930it.html www.gfbv.it/2c-stampa/2010/100722it.html www.gfbv.it/2c-stampa/2010/100720it.html www.gfbv.it/2c-stampa/2010/100118it.html www.gfbv.it/2c-stampa/2010/100129it.html www.gfbv.it/2c-stampa/2009/090929it.html www.gfbv.it/2c-stampa/2009/090729it.html www.gfbv.it/2c-stampa/2009/090408it.html www.gfbv.it/2c-stampa/2009/090327it.html www.gfbv.it/2c-stampa/2009/090309it.html www.gfbv.it/2c-stampa/2009/090210it.html www.gfbv.it/2c-stampa/2009/090127it.html www.gfbv.it/2c-stampa/2009/090120it.html www.gfbv.it/2c-stampa/2009/090112it.html www.gfbv.it/2c-stampa/2009/090105it.html www.gfbv.it/3dossier/asia/tibet-tb.html www.gfbv.it/3dossier/asia/tibet1-it.html www.gfbv.it/3dossier/asia/tibet-it.html
in www: http://it.wikipedia.org/wiki/Falun_Dafa http://it.wikipedia.org/wiki/Xinjiang www.tchrd.org www.hrichina.org

NOTA MIA:

Sogghigno doppiamente per l'attribuzione del Premi Nobel per la Pace a un dissidente cinese. Per molti motivi, che proverò ad elencare:

1. chissà quale fastidio avrà dato ai dirigenti del Partito Comunista Cinese (anche perchè di 'comunista' hanno ben poco: già Bakunin aveva scritto, ai suoi tempi, che il socialismo senza libertà è la peggiore delle dittature...);

2. chissà quale fastidio avrà procurato al 'nostro' Presidente del Consiglio che un giorno se la prende coi 'comunisti' (che, notoriamente crescono come funghi...) e il giorno dopo stipula accordi multi miliardari con lo stesso governo 'comunista' cinese, e che considera quello cinese non come un grande popolo ma un grande mercato (parole sue, ascoltate su Radio24, quella della Confidustria);

3. chissà quale piacere avrà dato a tutti coloro che creono (e sperano) in una Cina che non sia solo un mercato (vedi sopra), ma un paese finalmente libero...

giovedì 7 ottobre 2010

Gli schiavi che pescano per l'Europa


07 ottobre 2010 THE GUARDIAN LONDRA

Environmental Justice Foundation

Gran parte del pesce consumato nel continente proviene da pescherecci di frodo che sfruttano manodopera schiavizzata e distruggono le riserve dell'Africa occidentale. Lo rivela una ong britannica.

Felicity Lawrence - Robert Booth

Quando alcuni attivisti ambientalisti hanno iniziato a seguire la scia di un peschereccio a strascico battente bandiera sudcoreana che navigava al largo dell’Africa occidentale, tutto ciò che cercavano erano le prove di un’attività illecita ai danni delle riserve ittiche africane, già gravemente debilitate. Invece hanno scoperto una forma di illegalità di tutt’altro genere: a bordo le condizioni di vita dei marinai erano tali da rievocare la schiavitù, che si credeva abolita da oltre un secolo.

"È stato orrendo", ha dichiarato Duncan Copeland della Environmental Justice Foundation. "Gli uomini lavoravano nelle stive senza aerazione e a una temperatura appena sopra lo zero. Tutto intorno ruggine, unto, caldo e sudore. C’erano scarafaggi ovunque in cambusa e il cibo era in confezioni disgustose. Per lavarsi avevano soltanto una pompa ad acqua di mare. Puzzavano. È stato davvero raccapricciante vederli in quelle condizioni".

In seguito l’organizzazione ha scoperto un'imbarcazione dopo l'altra – alcune vecchie di oltre 40 anni, arrugginite, bisognose di riparazioni – tutte impegnate nella pesca di frodo che alimenta un mercato clandestino che sfrutta manodopera costretta a vivere in condizioni sconvolgenti. Tutte le imbarcazioni avevano codici di navigazione dell’Ue, il che significa che avevano licenza di esportare in Europa e in teoria avevano superato i rigidi controlli sull’igiene a bordo.

L’equipaggio visitato da Copeland comprendeva 36 uomini provenienti da Cina, Vietnam, Indonesia e Sierra Leone. Otto uomini dovevano condividere una minuscola area priva di boccaporto nella stiva del pesce e quattro "cuccette" fatte di cartone fissato su tavolacci. Quattro di loro lavoravano nella stiva, scegliendo e confezionando il pesce destinato al mercato europeo, mentre gli altri quattro dormivano. In pratica gli otto uomini si alternavano al lavoro, letteralmente "rovesciandosi fuori" mentre gli altri "si rovesciavano dentro".

I membri dalla Sierra Leone hanno rivelato di non essere retribuiti con soldi, bensì con scatole di pesce di scarto – quello che il mercato europeo non gradisce – che dovevano pertanto cercare di vendere in loco. Se qualcuno di loro si lamentava, il capitano lo abbandonava sulla prima spiaggia. A maggio in un’imbarcazione al largo della Sierra Leone sono stati trovati 150 senegalesi, che lavoravano con turni di 18 ore al giorno, mangiando e dormendo in loculi non più alti di un metro. Anche in quel caso l’imbarcazione aveva una licenza Ue.

Ma Ejf ha scoperto anche alcuni pescherecci apparentemente inoperosi, alcuni dei quali si trovavano lì da oltre un anno, senza radio di bordo né attrezzature di sicurezza. Un pescatore a bordo di un peschereccio intercettato lungo la costa della Guinea ha detto: "Mi ha mandato qui la ditta. Ci portano da mangiare, in genere pesce e gamberi, con un’altra barca. Qui non ci vuole venire nessuno".

Inferno galleggiante

Dai racconti dei marinai emerge l’enorme costo umano della pesca di frodo, un business che si calcola arrivi a circa 11 milioni di tonnellate di pesce l’anno, per un valore di oltre 10 miliardi di dollari. I pescherecci spesso restano in mare per mesi e mesi, raggiunti ogni quindici giorni dalle navi frigorifere che caricano il pescato e scaricano vettovaglie. Operando molto al largo, riescono a evitare di essere intercettati per lunghi periodi, e gli equipaggi sono di fatto prigionieri. A ciò si deve aggiungere che gran parte dei marinai non sa nuotare. Quelli intervistati da Ejf hanno descritto condizioni di lavoro che rispecchiano la definizione di schiavitù delle Nazioni unite. A detta di Copeland, le violenze, i mancati pagamenti del salario e il sequestro dei documenti sono eventi comuni.

Nel 2006 un equipaggio di 200 senegalesi era stato intercettato al largo della Sierra Leone. Gli uomini vivevano in una struttura tirata su alla bell’e meglio sulla poppa dell’imbarcazione, una sorta di baracca divisa in quattro piani alti meno di un metro, con scatole di cartone schiacciate come materassi. All’epoca dell’avvistamento, l’imbarcazione non compariva nell’elenco ufficiale delle navi autorizzate a pescare in Sierra Leone. Dai registri è risultato che l’imbarcazione in questione è stata a Las Palmas, alle Canarie, il più importante porto per il pescato dell'Africa occidentale diretto in Europa, più volte criticato dalle autorità Ue per le carenze nel suo sistema d'ispezioni.

L’interesse degli inquirenti per le riserve ittiche ha portato a scoprire una realtà assai preoccupante. Molte delle imbarcazioni visitate da Ejf pescano a strascico sui fondali, catturando organismi di gran valore come gamberi, aragoste e tonni. Questo tipo di pescherecci trascina sui fondali pesanti catene che sradicano tutto ciò che incontrano, incluso il corallo. In un caso si è accertato che il 70 per cento di ciò che era stato trovato nelle reti è stato ributtato a mare.

Ejf ritiene che la stragrande maggioranza della pesca di frodo sia attuata da imbarcazioni registrate sotto bandiere di convenienza. Secondo le leggi marittime internazionali il paese nel quale è registrata un’imbarcazione è responsabile delle sue attività. Alcuni paesi autorizzano la registrazione di imbarcazioni di altre nazioni in cambio di poche centinaia di dollari, per poi infischiarsene completamente.

I pescherecci di frodo possono cambiare bandiera più volte nella stessa stagione e spesso anche il nome. Spesso si appoggiano a società di copertura, che rendono estremamente difficile risalire ai legittimi proprietari e applicare i controlli e le sanzioni previste. La multa massima possibile per la pesca di frodo è di circa 100mila dollari, molto meno di quello che un’imbarcazione guadagna in due settimane di attività illegale. (traduzione di Anna Bissanti)


da una mail dell'amico Giovanni Falcetta a profins@professioneinsegnante.it





FASANO (BRINDISI) - Palmina aveva 14 anni, era bella, e qualcuno voleva farla prostituire. Per questo è morta, bruciata viva con alcol e fiammiferi. Grazie a Chi l'ha visto, torna alla ribalta la vicenda di questa bambina di Fasano, in provincia di Brindisi, Palmina Martinelli, che l'11 novembre 1981 è stata ritrovata dal fratello nella loro casa con ancora le fiamme addosso, una torcia umana, divorata dal fuoco. La piccola morirà 22 giorni dopo per le ustioni riportate, 22 giorni di agonia terribile perchè vigile. Era vigile e cosciente Palmina Martinelli, tanto che riesce a incontrare un magistrato, il coraggioso e appassionato Nicola Magrone, a lui e al medico Tommaso Fiore, responsabile del Centro di Rianimazione, al policlinico di Bari, racconta la sua verità: Palmina fa i nomi dei suoi carnefici, due fratellastri dediti allo sfruttamento della prostituzione. Di uno dei due, Palmina, si era invaghita. A conferma di quanto raccontato dalla piccola, c'è anche un tremendo nastro audio in cui si sente la flebile voce di Palmina, in punto di morte, che conferma i nomi dei suoi aguzzini e come l'avrebbero uccisa: alcol e fiammifero. In più, l'alibi di uno dei due - che dice che il giorno dell'aggressione si trovava a Mestre, in caserma, a fare il militare - crolla, sbugiardato il commilitone. Ma tutto questo non basta alla Corte di Assise di Bari. Il processo iniziò il 28 novembre 1983 e si concluse il 22 dicembre dello stesso anno. La sentenza è choc: gli imputati vengono assolti per insufficienza di prove. Palmina non viene creduta, Palmina - dai giudici e dalla corte popolare - è reputata una bugiarda, una suicida, una strega. Arriva il processo d'appello e anche la Cassazione: tutto confermato, il caso è chiuso, Palmina Martinelli si diede fuoco da sola e poi volle dare la colpa ai due fratellastri aguzzini. La sentenza passa così in giudicato, i due aguzzini, che furono condannati per sfruttamento della prostituzione, anche ai danni di una sorella di Palmina che fu costretta a vendersi picchiando davanti ai suoi occhi la figlioletta di pochi mesi, sono innocenti e non potranno più essere processati per questo terribile fatto di cronaca. Ma una possibilità, in realtà, esiste: dovrebbero emergere nuove e incontrovertibili prove e allora l'inchiesta potrebbe essere riaperta. Una storia, quella di Palmina, che sconvolse l'opinione pubblica italiana e che tutt'ora lascia un profondo dolore.

http://www.net1news.org/palmina-martinelli-storia-di-una-bimba-bruciata-e-offesa.html

mercoledì 6 ottobre 2010

‘Il meticciato di civiltà e culture, un fenomeno esplosivo, violento e doloroso, che non deve soltanto generare paure, ma spingere ad un lavoro concreto per la reale integrazione’

Gen 15, 2010

L’attualità del nostro Paese continuamente ripone al centro le problematiche brucianti connesse a quel processo storico di mescolamento inedito tra popoli e culture differenti che il card. Scola definisce con l’espressione di "meticciato di civiltà e culture".

In occasione della Giornata Mondiale delle Migrazioni che si celebra domenica 17 gennaio si ripropone qui un’intervista rilasciata dal Patriarca all’Agenzia Fides e, a seguire, un breve video sullo stesso tema tratto dall’intervista che Richard Owen, inviato del Times, ha realizzato al card. Scola.Quando per la prima volta usò questa espressione "meticciato di civiltà e culture"?

Alcuni anni fa, durante un’intervista sui temi dell’immigrazione, rispondendo a una domanda mi venne in mente questa espressione decisamente forte del "meticciato di civiltà e culture". Avevo presente l’esperienza di un viaggio in Messico, dove si percepisce chiaramente come questo Paese sia nato dalla fusione di etnie diverse, seppure attraverso non poca violenza, e come lo stesso Dna del popolo messicano sia, appunto, meticcio. La stessa Madonna di Gudalupe ne è un esempio chiaro. Parlai dunque di meticciato di culture, ma in maniera intuitiva: non avevo letto gli studi e gli articoli sul tema, ma mi venne in mente a partire dallo sguardo sulla realtà e sulla sollecitazione di un intervistatore.E più tardi questa idea e intuizione è divenuta una delle parole chiave per la fondazione del Centro Oasis…

Oasis nacque come il tentativo di una risposta concreta a una domanda di aiuto che fu posta sul tavolo da alcuni vescovi dei Paesi del Medio Oriente durante un incontro a Damasco nel 2000. A noi europei "impagliati" questi amici vescovi chiedevano degli strumenti che potessero accompagnare la vita delle loro comunità cristiane, minoranze radicate e immerse in Paesi a maggioranza musulmana, bisognose di strumenti nuovi. Così, grazie a una rete internazionale di rapporti, nacque il Centro Oasis, oggi divenuto una Fondazione, con un duplice intento originario: da un lato offrire ai cristiani dei Paesi a maggioranza musulmana i testi del Magistero della Chiesa e dei classici del pensiero cristiano nella loro lingua (l’arabo spesso), e dall’altro favorire in Occidente la conoscenza degli Islam attraverso la testimonianza degli stessi cristiani d’Oriente.Quindi andando al cuore del meticciato, come definire oggi il suo contenuto?

In primo luogo va evidenziato che non si tratta di una categoria prescrittiva, ma piuttosto descrittiva-esplicativa. Il meticciato, cioè, descrive-spiega il processo storico in atto oggi. Se inteso adeguatamente, il meticciato ci aiuta infatti a capire le dimensioni di tale processo, a riconoscerne gli attori che sono in gioco, cioè persone in carne ed ossa e non delle idee; ci accompagna a individuarne i rischi connessi, come la violenza, ma anche le prospettive di speranza. Il "meticciato di civiltà" dunque non definisce come dovrebbe essere la nostra società, né si limita a descriverla: di per sé in quanto processo storico ti coinvolge e, come categoria esplicativa, apre degli ambiti di esperienza e di riflessione.Rispetto all’uso "intuitivo" dei primi anni, oggi come si è arricchita questa espressione anche grazie alla ricerca compiuta da Oasis?

L’aspetto sorprendente emerso dallo studio recente di Paolo Gomarasca, che ha appena pubblicato per la collana di Oasis un libro sul meticciato ("Meticciato: convivenza o confusione?") è che -- dopo aver esaminato criticamente il nucleo della visione multiculturalista o del pensiero meticcio – conduce a cogliere l’importanza decisiva della categoria della "filiazione". Questo sviluppo è davvero impressionante: parlare di meticciato, cioè, significa riconoscere l’importanza del posto del terzo, del figlio; significa riconoscere il peso dell’altro come decisivo per la costruzione del tu. Come diceva bene Levinas, il rapporto con l’altro ti può anche distruggere, se viene meno la giustizia garantita dal terzo. Allora certo si rischia: occorre esporsi e testimoniare come si vive il grande valore pratico dell’essere insieme. Ma compiere questo passo, cioè ammettere l’inevitabilità dell’auto-esposizione come testimonianza, vuol dire entrare nel campo di quel nuovo processo che io chiamo "nuova laicità": un processo di racconto reciproco in vista del riconoscimento di cui abbiamo bisogno nei nostri dibattiti italiani. La concezione rigida, essenzialistica ed aprioristica dell’identità deve lasciare il posto alla concezione dell’identità come un fattore dinamico.Paradossalmente questo è necessario per affrontare il fenomeno del meticciato, per costruire una nuova laicità e quindi una democrazia sostanziale.Mi ha colpito rilevare come uno studio sul meticciato conduca di fatto al cuore del problema della convivenza democratica nella nostra realtà europea: l’unico modo per condividere i beni spirituali e materiali è raccontarci come li viviamo. Ma per raccontarci davvero, dobbiamo lasciare emerge il logos che sta dentro questa esperienza.

Intervista a cura di Michele Trabucco.

tratto da: http://angeloscola.it/2010/01/15/il-meticciato-di-civilta-e-culture-un-fenomeno-esplosivo-violento-e-doloroso-che-non-deve-soltanto-generare-paure-ma-spingere-ad-un-lavoro-concreto-per-la-reale-integrazione/