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martedì 11 dicembre 2007

Disertiamo la guerra:: un buon esempio


Intervista esclusiva a Chriss Capps, disertore statunitense: quando la guerra è ingiusta anche per chi la combatte.

Intervista di Fabio Corazzina

Chriss Capps è un giovane disertore statunitense che ha abbandonato l'esercito dopo la sua missione in Iraq... Ora collabora con la rete dei Veterani contro la Guerra in Iraq ed è facile incontrarlo anche in Italia, nelle mobilitazioni contro la base USA di Vicenza. Le sue parole e la sua presenza sono un invito a tutti i militari a seguire il suo esempio. Insomma, un invito a "sgretolare la guerra dall'interno...".

Quanti anni avevi quando sei entrato nell'esercito?
Venti, avevo finito la scuola superiore da un paio d'anni e non andavo più a scuola. Fino ad allora avevo fatto lavoretti saltuari come la consegna delle pizze a domicilio. L'esercito, quindi, era praticamente una scelta "scontata" per me. Tra l'altro, volevo trovare un modo rapido per andarmene di casa ed essere indipendente.

Puoi raccontarci la tua esperienza: che cosa ti ha portato a valutare la possibilità di obiettare alla guerra? Durante la mia permanenza in Iraq, per la precisione a Baghdad, ho capito come funzionava "la guerra". Per esempio, sotto il profilo finanziario: erano in corso molti affari, business americano e non iracheno. Il primo problema che mi turbava riguardava le persone che lavoravano per noi e che ci preparavano il cibo o si occupavano del servizio lavanderia e del nostro alloggio. Il personale era tutto composto di gente filippina o pakistana, assunta dalla KBR (Compagnia Petrolifera Americana che si occupa della ricerca di personale, ndr). E tra loro c'era un gran malessere diffuso. Mi sono accorto chiaramente di cosa non andava e del perché tutti si lamentavano: anche se fondamentalmente tutti i lavoratori avevano un contratto regolare con il governo americano - e di solito quest'ultimo non bada a spese per sostenere una guerra! - i filippini e i pakistani erano pagati pochissimo, mentre loro (i dirigenti della KBR) erano pagati milioni e milioni di dollari per i contratti che avevano in piedi. Ho capito cosa stava accedendo e il sistema mi sembrava piuttosto corrotto.
Il secondo aspetto che non mi piaceva riguardava proprio il mio lavoro. Ero addetto alla comunicazione, ma con una mansione precisa tecnicamente diversa da quella per cui ero stato addestrato. Non ero preparato a sufficienza, non avevo aiuto tecnico ed era peraltro un lavoro pericoloso. Spesso dovevo collaborare a progetti che mi turbavano, come ad esempio la progettazione di una prigione... E poi era sempre tutto pericoloso! Non mi sentivo tranquillo e continuavo a ripetermi: sono un soldato e devo fare il mio lavoro comunque, eseguo semplicemente quel che mi dicono. In effetti, ci ho pensato molto, ma in fin dei conti non avevo nessuna scelta effettivamente. Ma il mio lavoro, e il doverlo svolgerlo in zone di guerra, cominciava a non piacermi. Fin quando non decisero di assegnarmi alla quinta brigata in partenza per l'Afghanistan. Io non volevo partire. Ero venuto a conoscenza del Military Counselling Network (rete di consulenza per i militari divenuti contrari alla guerra, ndr) ancor prima di andare a Baghdad, e mi sono reso conto che non dovevo partire per forza. Potevo essere AWOL (assente ingiustificato, ndr), mi avrebbero deposto dai ruoli, poi mi sarei dovuto consegnare alle forze americane e ci sarebbe stato un processo di espulsione dall'esercito. Così ho fatto. Non condividevo il modo in cui l'esercito operava e, inoltre, non volevo andare in Afghanistan, quindi mi sono reso conto che questa era decisamente l'occasione che avrei dovuto cogliere. E l'ho colta. Secondo me, parlare di queste possibilità e delle reti di sostegno agli obiettori e ai disertori è il modo migliore per porre fine alla guerra, perché quando i soldati si renderanno conto di poter scegliere e di non dover combattere per forza, allora saranno in molti a decidere di non farlo più. Questo renderà veramente molto più difficile all'esercito la continuazione della guerra in Iraq e Afghanistan.

Quale appoggio hai avuto dalle reti civiche? Ti hanno aiutato nella tua decisione di fare una scelta diversa per la tua vita? Ciò che mi ha veramente aiutato è stato il Military Counselling Network, che naturalmente mi ha informato che avevo la possibilità di uscirne. Aiutano molti soldati, non solo con la diserzione, che è l'ultima possibilità, ma con l'obiezione di co¬scienza, e spigandogli cosa possono o non possono fare nell'esercito. Questa è una delle cose che vorrei sottolineare e cercare di diffondere nell'esercito: la semplice consapevolezza che esiste un'alternativa, la conoscenza di ciò che possiamo o non possiamo fare. Io mi sono unito ai Veterani Iracheni Contro la Guerra. Loro forniscono più che altro un supporto morale; il loro aiuto dà visibilità ai soldati che vogliono effettivamente rifiutare la guerra, fa conoscere al mondo le loro storie e il perché se ne sono andati e hanno scelto questa strada.

Puoi dirci qualcosa di più sui veterani iracheni contro la guerra? Sì, certo. Mi sono unito ai veterani iracheni contro la guerra perché non credo nella guerra. I veterani iracheni contro la guerra hanno tre obiettivi principali. Il primo è il ritiro immediato di tutte le forze americane dall'Iraq; il secondo è un'appropriata e attenta tutela dei veterani e il terzo è prevedere compensi alle persone irachene. Certo, al momento non sappiamo come funzionerà e come andrà a finire perché non c'è un governo stabile cui dare soldi in Iraq. Crediamo, però, di dovere al popolo iracheno una qualche scusa per quello che abbiamo fatto nel loro Paese, per averlo invaso, per aver ucciso molte persone, e insomma, per aver rovinato buona parte delle loro vite, e per aver costretto migliaia e migliaia di rifugiati a lasciare il Paese.

Hai qualcosa da dire a chi è nell'esercito, un messaggio da lasciare? Sì, vorrei sottolineare che possono veramente decidere autonomamente della loro vita. Hanno altre possibilità, che l'esercito glielo voglia far sapere oppure no. Molti soldati si sentono obbligati o forzati ad andare in Afghanistan o Iraq, perché gli vengono fatte pressioni. Il Military Counselling Network e le altre reti civiche praticamente fanno sapere ai soldati quali possibilità hanno a disposizione, fanno conoscere loro che hanno la possibilità di scegliere, invece, di subire e di fare passivamente ciò che gli viene detto dall'esercito. I soldati non sanno quali possibilità hanno, pensano di aver firmato un contratto e di non aver modo di uscirne; penso che questo sia il messaggio principale che dobbiamo diffondere, il fatto che loro hanno altre opzioni. Nonostante abbiano una sorta di contratto da schiavi hanno modi per uscirne, e la maggior parte dei soldati non lo sa. Penso sia un messaggio importante. Un messaggio ai movimenti pacifisti è quello che devono rendersi conto che i soldati sono anche persone. Purtroppo nei movimenti pacifisti non c'è questa visione e non si percepisce l'aspetto umano delle forze armate. Ogni individuo è percepito e visto solo come un soldato con cui non si può aver a che fare, con cui non si ha niente in comune.
Questo è anche il problema che abbiamo in Italia... Insomma nessun dialogo tra le due parti. Sì, succede lo stesso in Germania. I movimenti pacifisti dovrebbero superare gli stereotipi riguardo ai soldati e viceversa. Anche i soldati hanno stereotipi sui movimenti pacifisti. Sarebbe un passo in avanti molto importante, specialmente per i movimenti pacifisti, il rendersi conto che loro sono persone, e che, in effetti, le persone all'interno dell'esercito, i soldati quindi, sono quelli su cui far leva per fermare questa guerra, o le guerre in generale. Ciò che i movimenti pacifisti potrebbero fare è il supportarli. Io penso veramente che debbano essere i soldati all'interno, o i veterani, coloro che possono fermare il dramma in Iraq o in Afghanistan, e possano parlarne.

Traduzione a cura di Sara Manzoni e Sara Pellicciari

dal sito www.peacelink.it/mosaico


SUI MANIFESTI PACIFISTI DEGLI ANNI SESSANTA C'ERA SCITTO:


IMMAGINATE CHE VENGA LA GUERRA...


...E CHE NESSUNO CI VADA
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