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mercoledì 4 marzo 2009

8 marzo: un mondo più femminile sarebbe un mondo pià umano. Dedicato alla moglie di Gandhi


La figura di Bapu Gandhi (in altre parole “papà”, amava farsi chiamare così; non sopportava Mahatma - grande anima -) come educatore conferma il corollario che l’educazione impartita è sempre il frutto di un’educazione ricevuta. Prime persone di rilievo i genitori. Il padre gli insegna la sincerità e l’onestà anche in politica e la tolleranza in tutta la varietà delle sue manifestazioni: il perdono, l’ascolto dell’alterità, il rispetto verso l’opinione, la fede nel prossimo. La madre gli indica la strada dell’impegno mantenuto ad ogni costo, della forza scaturente dall’abnegazione e del sacrificio, della dedizione totale alla propria missione esistenziale (dharma). La madre prevale e diviene il punto focale del suo mondo infantile e adolescenziale, finendo poi per assumere in quello maturo la statura di un archetipo, cui tutte le altre presenze femminili debbono tendere a somigliare. Tra le lotte costanti di Gandhi vi erano l’ annullamento delle discriminazioni nei confronti degli Harijan (intoccabili o fuori casta) e delle donne. A tredici anni, com’era di prassi in India (nel 1883), Gandhi si sposa con Kasturbai. Lei, sin dai primi anni, gli mostra quanta forza si possa sviluppare quando si è convinti della bontà e della fermezza per una causa (quello che, più avanti, Gandhi chiamerà con il neologismo satyagrahi, ovverosia “forza della verità”). Kasturbai gli insegna ad accorgersi della forza che un’incrollabile adesione alla propria verità poteva dare all’individuo, causandone la vittoria prima di tutto di principio e poi senza alcun ricorso alla violenza fisica o morale (basti ricordare la non violenza attiva). A tal riguardo la moglie fu per Gandhi una vera palestra di vita, che gli permise di allenarsi in esercizi più ampi e diversi rispetto a quelli proposti dalla madre, pur essendo entrambi inseriti nel medesimo spirito di sacrificio, consapevolezza di dovere obbedienza al proprio dharma. “E’ stata mia moglie ad insegnarmi la non violenza quando ho tentato di piegarla alla mia volontà. La sua ostinata resistenza da un lato, e dall’altro la sua paziente sottomissione alle sofferenze che la mia stupidità le causavano hanno fatto sì che infine mi vergognassi e la smettessi di credere di avere per natura il diritto di dominare su di lei”. È dalle prime esperienze di ciò in Sudafrica (è di quegli anni il primo Ashram, comunità ove vivono persone di differenti religioni, condizioni socioculturali, ecc.) che Gandhi attinge da varie fonti la sostanza di ciò che diventerà la sua prassi: la lettura del Gita indù, la scoperta d’alcuni aspetti del pensiero sociologico cristiano, quali in Tolstoj e Thureau (statunitense, autore di acute analisi sulla disobbedienza civile), il costante confronto con il “discorso della montagna” nel Vangelo di Matteo e con seguaci di altre religioni non indù. In tale ottica Gandhi non cesserà in alcun momento di far raggiungere alla moglie i livelli di vita sempre più austeri ed ascetici (che significa, dal greco askesis, disciplina) che egli per primo andava adottando (se riusciva lui, lo proponeva anche agli altri che vivevano con lui o con tutti coloro con cui intrecciava la sua vita, personalmente e persino tramite riviste o quotidiani, “Harijan” e “Young India”): rinuncia ai privilegi di casta connessi, per esempio, all’esenzione da certe incombenze basse ed umilianti, quali la pulitura delle latrine, a favore dell’impiego del dhoti, tipico vestito degli ‘intoccabili’ confezionato a mano con cotone indiano, abolizione di qualsiasi cibo ghiotto e preferenza per una dieta ogni giorno più parca e vegetariana, riduzione drastica del ricorso a cure della medicina occidentale sino alla cancellazione, negli ultimi anni di vita, della sessualità nella vita coniugale. Kasturbai, in tal modo, parteciperà, insieme al marito a tutte le sue lotte, esponendosi personalmente; e fu legata a lui da un così assoluto rapporto di fedeltà da giungere quasi all’adorazione tributata alla divinità (cosa ben diversa dal retaggio delle discriminanti relazioni tra uomo e donna incentivate nell’induismo).Analoghe analisi che ritroverà nelle donne indiane nei suoi numerosi viaggi in treno e nelle ‘campagne’, nell’intimo del nucleo familiare e nelle sue seguaci europee (una su tutte: Madeleine Slade, chiamata da Gandhi “Manu”). È la donna, dunque, che gli diventa personificazione della forza creativa, non solo perché genitrice di figli, ma anche, e soprattutto, poiché loro educatrice; personificazione dello spirito di sacrificio e di dedizione, perché fedele compagna e collaboratrice del marito nei compiti che a lui competono. Ogni donna racchiude naturalmente in sé queste potenzialità, ma le situazioni contingenti individuali possono impedirne o limitarne la realizzazione; così stava succedendo nell’India coloniale, dove l’antico retaggio di sottomissione e arretratezza femminile, in qualunque ambiente religioso - culturale del paese, soffocava lo sviluppo e la fioritura dell’immensa riserva di energia e fattività insita nella popolazione femminile. Di conseguenza Gandhi cerca con insistente pervicacia di inserire tra i suoi amici, discepoli, collaboratori, quante più donne possibile. Prima le rende consapevoli, ove già non lo siano, dei valori profondi di cui sono portatrici; poi le stimola a rendere questi ultimi validi strumenti di lotta contro gli oppressivi usi e costumi, contro l’ignoranza e il degrado sociale, contro la schiavitù di qualsiasi tipo: culturale, religiosa, morale, politica, economica.

(Articolo a cura del giornalista Stefano Ferrario-Peacereporter)

Si ringrazia Stefano per la consueta cortesia
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