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martedì 26 gennaio 2010

Vittorio Beonio Brocchieri

L'oblio condiviso

Il razzismo incoffessabile degli italiani

Da sempre gli stati hanno moltiplicato a fini politici e pedagogici giornate della memoria, dedicate, appunto alla commemorazione degli eventi, più o meno fausti, considerati fondativi dell’identità collettiva. In Italia, in particolare, negli ultimi anni abbiamo assistito a un proliferare di giornate ufficiali della memoria e del ricordo, che dovrebbero aiutarci a consolidare, o ad aggiornare la nostra memoria storica e quindi la nostra identità collettiva e i valori sui quali essa dovrebbe fondarsi: 27 gennaio in ricordo dell’Olocausto; 10 febbraio in ricordo delle vittime delle foibe; 12 novembre, giornata del ricordo delle vittime militari e civili nelle missioni di pace e altre, ufficiali e ufficiose che al momento mi sfuggono. Questo rinnovato attivismo commemorativo, dopo una stasi di alcuni decenni, corrisponde evidentemente alla volontà di riformulare il profilo dell’italianità all’indomani della svolta rappresentata dalla caduta del Muro e, sul piano nazionale, della fine della prima repubblica.
Il controllo e la manipolazione della memoria hanno evidenti implicazioni politiche Ma in un passo del suo celebre saggio Che cos’è una nazione, Ernest Renan affermava che l’identità di una nazione riposa sulla condivisione non solo della memoria ma anche dell’oblio. Dimenticare insieme è altrettanto importante che ricordare insieme, ovvero commemorare. Ed è per questo, continua Renan, che «il progresso degli studi storici può spesso risultare dannoso alle nazioni», perché la storia riporta alla luce le violenze, le ingiustizie, o semplicemente il caso, che sono quasi sempre all’origine delle formazioni politiche. «L’unità è sempre raggiunta attraverso la brutalità», e un ottimo esempio è fornito proprio dalla storia di Francia, nella quale l’unione fra il Nord e il Sud «fu il risultato di una guerra di sterminio e di un regno del terrore durato per quasi un secolo».

Di "giornate dell’oblio" ovviamente non se ne parla. Istituire delle giornate per commemorare ciò che sarebbe opportuno dimenticare è un ovvio controsenso. E forse, almeno nel nostro caso, nel caso italiano, non se ne sente neppure la necessità. Se infatti da più parti si lamenta il deficit o la fragilità di "una memoria condivisa" che unisca gli italiani, sull’altro versante, quello dell’oblio, siamo messi molto meglio. Si potrebbe dire, esagerando un po’ ma non troppo, che l’Italia è tenuta insieme soprattutto da una nutrita serie di "oblii condivisi", di rimozioni bipartisan. Tra questi oblii condivisi vorremmo oggi ricordarne uno in particolare che ha a che fare proprio la giornata che ricorda le vittime dell’olocausto. L’oblio del razzismo italiano. Partiamo dunque dall’articolo 1 delle legge 211 del 20 luglio 2000 che ha istituito la Giornata della Memoria:

«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».

La prima osservazione da fare è che, nonostante il testo della legge lo prevedesse espressamente, il ricordo della corresponsabilità degli italiani nel varo di una legislazione razzista e nella persecuzione e nello sterminio degli ebrei è stata quasi sempre relegata in secondo piano. Nel sentire comune, così come si è andato sedimentando fin dall’immediato dopoguerra, gli italiani si sono sentiti o oppositori o, quanto meno vittime, della guerra, dell’occupazione e delle persecuzioni naziste. Quasi mai hanno riconosciuto una loro complicità e, tanto meno, una loro attiva partecipazione. Tutt’al più c’è stato qualche silenzio di troppo, riscattato però, almeno così si dice, da tanti, piccoli o grandi gesti di solidarietà individuale, talvolta di eroismo. Di fatto neppure la giornata della memoria è servita a mettere in discussione il complesso fenomeno della rimozione, dell’oblio, del razzismo italiano. La condivisa convinzione che gli italiani non solo non siano razzisti – come sentiamo ripetere quotidianamente in occasione di fatti come quelli di Rosarno, di Castel Volturno o di tanti altri – ma che non lo siano mai stati, che il razzismo sia qualcosa di radicalmente estraneo, incompatibile con la loro identità e con la loro storia.
Questo convincimento poggia su una serie di premesse più o meno esplicite. La prima è quella della assoluta diversità fra antisemitismo razziale moderno e il tradizionale antigiudaismo cattolico. È questo un presupposto essenziale alla tesi dell’estraneità dell’Italia al fenomeno razzista, dato che il cattolicesimo costituisce una componente primaria dell’identità italiana. Ma è un presupposto quantomeno discutibile, sia dal punto di vista teorico, che da quello storico. È vero che alcuni elementi di discontinuità sono evidenti, prima fra tutti il carattere biologico, e quindi materialista e (pseudo)scientista, dell’antisemitismo nazista, carattere sempre duramente condannato dalla Chiesa cattolica. È però anche vero che non mancano gli elementi di continuità storica e di contiguità ideale fra antigiudaismo e antisemitismo. Il più significativo è forse la visione – antichissima – degli ebrei come motore occulto di un complotto contro la società cristiana, nell’ambito di una complessiva interpretazione cospirativa della storia che attribuisce loro – in combutta, di volta in volta con lebbrosi, musulmani, eretici, illuministi, liberali o comunisti – la responsabilità di tutte le catastrofi, dalla peste alle rivoluzioni francese e russa, abbattutesi sulla cristianità.
La seconda premessa è quella della marginalità delle tematiche razziste all’interno dell’ideologia del fascismo italiano. Le leggi razziali sarebbero solo la conseguenza, deprecabile, della crescente subalternità politica e culturale del fascismo al suo ingombrante alleato tedesco. Infine, l’ultimo tassello di questa strategia autoassolutoria, consiste nell’attribuire comunque al solo fascismo le responsabilità della legislazione razziale e del collateralismo con il nazismo nello sterminio. Se il razzismo è stata solo una parentesi, non inevitabile, della parabola del fascismo, il fascismo stesso è stato a sua volta, una parentesi nella storia italiana. Il fascismo ha finito così per giocare il ruolo della bad company, sulla quale scaricare tutte le passività della recente storia patria: autoritarismo, razzismo, colonialismo, guerra e sconfitta.

Anche queste premesse sono però ampiamente discutibili. Gli studi più recenti, come quello appena pubblicato di Olindo De Napoli, La prova della razza (2009), dedicato al rapporto fra cultura giuridica e razzismo durante il fascismo, hanno dimostrato non solo come le tematiche razziste fossero tutt’altro che estranee all’eterogeneo e un po’ incoerente bagaglio ideologico del fascismo, ma anche come avessero radici profonde nella cultura, nella produzione normativa e nella prassi amministrativa dell’Italia fascista e anche prefascista. Non solo l’antisemitismo era da tempo presente nella società italiana, ma il problema del razzismo non coincideva esclusivamente con esso. Il fatto che una legislazione razziale coloniale, rivolta contro le popolazioni arabe o di colore dell’impero sia stata varata prima delle leggi razziali antisemite resta però ancora ignoto alla maggior parte degli italiani. La difficoltà degli italiani a fare i conti con il razzismo è quindi parte della difficoltà di fare i conti con l’esperienza del fascismo e della guerra, difficoltà dimostrata dal perdurante imbarazzo riguardo alla questione del vasto consenso di cui il regime ha a lungo goduto; ma ad essa si aggiunge la quasi assoluta dimenticanza delle cause e delle conseguenze, per noi e per gli altri, dell’esperienza dell’Italia come potenza coloniale. Io credo però che occorra andare oltre e che il rifiuto di farsi carico del problema rappresentato dal razzismo celi anche problemi più profondi, che riguardano la nozione stessa di identità nazionale italiana e il ruolo che il nuovo stato unitario intendeva assumere sulla scena mondiale.

Per capirne le ragioni, torniamo a quel fatale 1938, l’anno delle leggi razziali. Il 16 luglio di quell’anno, qualche giorno prima del lancio ufficiale del Manifesto degli scienziati razzisti italiani, Giuseppe Bottai, ministro dell’educazione nazionale, annotava nel suo diario:

«Nel colloquio con Landra, Mussolini si sarebbe dichiarato un ‘nordico’, nient’affatto affine ai Francesi, sì bene agli Inglesi e ai Tedeschi. Avrebbe detto: ‘del resto mia figlia ha sposato un toscano, mio figlio una lombarda!’ per affermare il costante istinto della sua famiglia alle genti più pure, dal punto di vista razza, d’Italia. Gli stessi concetti di ‘latinità’ e di ‘mediterraneità’ sarebbero respinti per ‘l’arianità’. La romanità, con riserve, si salva».

Qualche giorno dopo, il 19 luglio, il duce torna sull’argomento e Bottai prende nota:

«Sono stufo… di sentire ripetere, che una razza, la quale ha dato al mondo Dante, Machiavelli, Raffaello e Michelangelo, è di origine africana».

Questa volta Bottai, che nell’occasione precedente si era limitato a un’ironia appena percettibile, si spazientisce e prende più nettamente le distanze:

«Argomento debole, da giornale o comizio: una razza che ha dato Dante etc. può anche infischiarsene di venire dall’Africa».

La distanza fra le posizioni di Bottai e quelle di Mussolini riassume la tensione, all’interno del razzismo italiano, fra la corrente ‘nordica’ e biologizzante, più vicina al modello germanico, e quella ‘latina’ e spiritualista, preoccupata, sempre secondo le parole di Bottai, di «combinare l’idea ‘razza’, con ‘l’idea Roma’», cercando un difficile equilibrio fra particolarismo nazionalista e razzista e l’universalismo romano e cattolico.
Sempre di razzismo comunque si tratta e non a caso Bottai avrebbe poi applicato in modo intransigente le leggi razziali, epurando implacabilmente scuole e università.
È però rivelatore che il bersaglio delle esternazioni razziste di Mussolini non siano direttamente gli ebrei, contro i quali sarebbe stata rivolta la legislazione razziale in preparazione, ma "l’Affrica", la "mediterraneità" e persino, horresco referens, la "latinità". Il duce si vuole "nordico". Ma non si tratta in verità neppure di un razzismo rivolto verso l’esterno, verso i popoli coloniali, i neri, arabi e levantini. Il disprezzo del ‘nordico’ Mussolini è rivolto verso tutto ciò che di "affricano" e "mediterraneo" vi era nell’identità e nella storia d’Italia, nella consapevolezza che questa componente era tutt’altro che secondaria e difficilmente eliminabile. È a questa deprecabile tara meridionale che Mussolini attribuirà poi la responsabilità dei fallimenti bellici italiani, prefigurando alcune possibili, sorprendenti, soluzioni dettategli dal suo sicuro "istinto razziale". Il genero e ministro degli esteri Galeazzo Ciano, riferisce così, in data 14 dicembre 1940, dopo le prime disfatte in Libia, Albania e Etiopia, lo sfogo amareggiato del suocero:

«Nell’avvenire faremo un esercito di professionisti, scremandoli fra dieci o dodici milioni di italiani: quelli della Valle del Po e, in parte, dell’Italia centrale. Tutti gli altri fabbricheranno armi per l’aristocrazia guerriera».

Ma la realtà dei fatti è opposta a quella auspicata. La base industriale del paese è infatti concentrata nelle regioni del nord e quindi sono gli operai della Valle del Po quelli rimasti a fabbricare le armi per i soldati meridionali. Nell’attesa dunque di poter disporre della nuova aristocrazia guerriera – celtica? – padana, il fascismo è costretto a fare la guerra con il mediocre materiale umano, meridionale, che ha a disposizione, e il duce non si stupisce le cose vadano di male in peggio. Ma Mussolini non ha perso tutte le speranze, il suo non è un determinismo razziale dogmatico. La razza italiana può essere migliorata:

«Questa neve e questo freddo vanno benissimo – è ancora un’annotazione tratta dal diario di Ciano, in data 24 dicembre – così muoiono le mezze cartucce e si migliora questa mediocre razza italiana. Una delle principali ragioni per cui ho voluto il rimboschimento dell’Appennino è stata per rendere più fredda e nevosa l’Italia».

E nel luglio 1941, ricevuta la notizia di un duro bombardamento inglese su Napoli, commenta:

«Sono lieto che Napoli abbia delle notti così severe. La razza diventerà più dura. La guerra farà dei napoletani un popolo nordico».

Dunque, mettendo insieme un po’ di Darwin e un po’ di Montesquieu, sullo sfondo di un paesaggio italiano trasfigurato in senso wagneriano, sarà possibile rendere più dura e più nordica la mediocre razza italiana.
Al di là del loro aspetto cinico e grottesco (ma nel diario di Ciano, viveur intelligente ma superficiale, non c’è traccia neppure dell’ironia né del sarcasmo, talvolta, di Bottai), le sortite mussoliniane mettono in luce un aspetto a mio avviso centrale del rapporto degli italiani con il razzismo. Il razzismo moderno in Italia è stato in primo luogo un razzismo interno, legato al sorgere e all’incancrenirsi della questione meridionale, prima ancora che all’esperienza coloniale. È stato così alle origini, con Niceforo e Lombroso, ed in fondo è stato così anche oggi. Non è un caso che il movimento che ai giorni nostri, più di ogni altro a contribuito a sdoganare il discorso razzista banalizzandolo, la Lega, sia nato come movimento antimeridionale. Il problema era e sarebbe rimasto a lungo, come testimoniano le parole di Mussolini e oggi anche gli insulti al Balotelli, l’"Africa" interna, l’Africa che è in noi e l’esausta e "maledetta" e "barbara" razza mediterranea che popolava, e popola, gran parte del paese. In Italia, forse più che in qualsiasi altro paese europeo, il discorso della razza attraversava, e attraversa, il corpo della nazione mettendolo profondamente in discussione. Come ha scritto Aliza Wong :

«in Italia i discorsi che hanno avuto per oggetto l’alterità non sono rimasti confinati nella sfera esterna e dei rapporti internazionali… Il sud ha assunto il ruolo di un "altro" interno, in opposizione allo sviluppo di una cultura nazionale italiana».
(Race and the Nation in Liberal Italy. 1861-1911, Palgrave, 2006, pag. 25).

Quasi subito dopo il raggiungimento dell’Unità il sud è apparso non solo come un problema per il nuovo stato ma come un’oscura minaccia. E questo problema, le fragilità, e i ritardi del sud e l’ipoteca che essi rappresentavano per le ambizioni del nuovo stato è stato interpretato vieppiù in termini antropologici, medici, biologici e razziali piuttosto che storici, politici ed economici.
Quello italiano non è dunque fin dalle origini un razzismo sicuro di sé e assertivo, come, ad esempio quello coevo, tardovittoriano, elaborato per fornire una giustificazione ideologica al dominio coloniale. Quello italiano è un razzismo introverso, pessimista e dolente, che nasce dall’insicurezza sulle reali possibilità, e sulla stessa legittimità dell’Italia a ritagliarsi un posto decoroso nel consesso delle nazioni. Altro che "fardello dell’uomo bianco", la responsabilità civilizzatrice che, secondo Kipling, derivava ai popoli europei dalla loro intrinseca superiorità sugli indigeni. Gli italiani non sono in realtà mai stati sicuri di essere loro dei bianchi optimo jure e degli Europei a pieno titolo. E forse è in fondo questa la vera ragione per la quale è così difficile ammettere l’esistenza di un razzismo italiano e farci finalmente i conti.

tratto da http://www.golemindispensabile.it/index.php?_idnodo=17194&page=1

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