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giovedì 28 febbraio 2008

Segnalazione editoriale

Cari lettori,
è un po' di tempo che non parlo di pubblicazioni della EMI di Bologna...per cui rimedio subito, segnalando questo volume di Brunetto Salvarani.

Brunetto Salvarani
IN PRINCIPIO ERA IL RACCONTO
Verso una teologia narrativa
collana: 1.2 - Missione e Chiesa locale
ISBN 88-307-1305-8
pagg. 208 - formato: 14x21- stampa: febbraio 2004 - € 11,00
Autore: Brunetto Salvarani si occupa di dialogo ecumenico e interreligioso. Dirige la rivista "Qol" e ha condotto dal 1987 al 1995 il Centro Studi Religiosi della Fondazione San Carlo di Modena. Ha fatto parte delle redazioni de "Il Regno" e "Cem Mondialità". È direttore della Fondazione ex campo Fossoli, vicepresidente dell’Associazione degli Amici di Nevè Shalom-Waahat as-Salam e coordinatore degli Incontri cristiano-musulmani di Modena.
Sommario: La teologia narrativa: storia e contenuti.
Destinatari: Teologi e cristiani impegnati
Recensione: Trent’anni or sono la teologia narrativa entrava nel dibattito teologico mondiale, avviando un confronto su etica narrativa, pedagogia narrativa, esegesi narrativa e catechesi narrativa. Si è compreso che, come spiegava Umberto Eco, "di ciò di cui non si può teorizzare, si deve narrare", e che "la fede cristiana si capisce veramente solo raccontando una storia". Da allora, la questione di come dire Dio oggi è resa ancor più complessa dalle molteplici lingue in cui il nome di Dio è pregato sotto ogni cielo. In un mondo sempre più secolarizzato, anticipava il teologo canadese J.M.R. Tillard, le chiese ridotte a piccoli resti di praticanti convinti saranno indotte a raccogliersi attorno all’essenziale: la parola di Dio raccolta nella Bibbia e i sacramenti riassunti nell’eucaristia. Due ingredienti quanto mai raccontabili. La Bibbia, costituita in larga parte di narrazioni, e l’eucaristia, racconto dell’ultima cena di Gesù coi suoi amici, a sua volta plasmata su quell’altro racconto-matrice che è il seder pasquale dell’antico Israele. "In principio era il racconto" è stato scritto per proclamare l'alternativa che abbiamo davanti: o le chiese cristiane reimpareranno a narrare efficacemente le loro storie fondative, o difficilmente potranno sperare di avere un futuro significativo per l’umanità. Come recita un midrash ebraico: "Dio ha creato gli uomini perché Egli - benedetto sia - adora i racconti!".
Sono trascorsi trent’anni dall’uscita di un memorabile numero di “Concilium”, grazie al quale la locuzione teologia narrativa entrava quasi di soppiatto nel dibattito teologico mondiale, provocando peraltro da subito un discreto fragore. Si deve, infatti, ad un paio di articoli ivi comparsi, firmati da Harald Weinrich e da Johann Baptist Metz, il merito di aver avviato, sostanzialmente ex nihilo, una riflessione destinata a rivelarsi quanto mai fruttuosa, in svariati ambiti del sapere religioso: è da allora che si è cominciato a discutere – ad esempio – di etica e di pedagogia narrative, di esegesi e catechesi narrative, e così via. Che si è riaperta una strada da troppo tempo abbandonata, o disattesa: perlomeno inaridita. Che si è colto, finalmente, non solo che, come spiegava Umberto Eco nella prefazione a “Il nome della rosa”, “di ciò di cui non si può teorizzare, si deve narrare”, ma che “la fede cristiana si capisce veramente solo raccontando una storia”.
"In principio era il racconto" (EMI, Bologna 2004, pp.208, € 11) rappresenta il tentativo di fare il punto sul percorso della teologia narrativa, in una stagione in cui il cristianesimo stesso è radicalmente messo in discussione, e un teologo autorevole come il canadese J.-M.R. Tillard è arrivato a domandarsi: "Siamo gli ultimi cristiani?". Non è la prima volta che Brunetto Salvaranisi dedica a tale argomento, avendo al proprio attivo già "Le storie di Dio" (EMI, Bologna 1997), di cui "In principio era il racconto" rappresenta la prosecuzione logica, e "C'era una volta un re…" (Paoline, Milano 1998), un vero e proprio racconto teologico incentrato sulla figura del re Salomone considerato - secondo la tradizione ebraica - come l'autore del libro biblico di Qohelet. Qui, la sua attenzione si rivolge, di volta in volta, al senso del narrare nel mondo ebraico, ai rapporti complessi fra letteratura e teologia, ai nessi fra preghiera e poesia e modernità, alle possibilità di dire Dio in maniera significativa nel clima del "dopo-Auschwitz", ai molteplici volti di Gesù nella letteratura del Novecento, e infine alle potenzialità eccezionali di una consapevole pedagogia narrativa. Completano il testo - significativamente dedicato a Martin Cunz, pastore evangelico prematuramente scomparso - un'accurata bibliografia sulla teologia narrativa e un saggio inedito del grande teologo brasiliano Rubem Alves, autore fra l'altro dello straordinario "Parole da mangiare", che si sofferma su "La magia delle storie".
Salvarani sostiene che il ricorso ad un punto di vista narrativo in teologia si è rivelato in grado di riavviare sentieri inattesi e inesplorati, di riaprire porte e finestre in un’abitazione troppo a lungo rimasta chiusa e affaticata nel dialogare positivamente col portato della modernità. Che oggi nessuno può più permettersi di fingere che la rivoluzione dolce apportata dalla teologia narrativa nella percezione del religioso, su portata mondiale, non ci sia stata. Che finalmente l’auspicio dello stesso Metz, affinché nei dizionari teologici specializzati comparisse a buon diritto la voce “Racconto”, sta in effetti cominciando ad avverarsi. E' significativo, piuttosto, che il fascicolo sopra ricordato di “Concilium” fosse incentrato sulla crisi del linguaggio religioso: se non altro perché, da allora, la questione di come dire Dio oggi, lungi dall’essersi risolta, appare piuttosto drammaticamente aggravata, e resa ancor più complessa dalle molteplici lingue in cui il nome di Dio è pronunciato sotto il cielo d’Italia. Fino ad essere messa in discussione addirittura la possibilità di pronunciare tale nome in un ambito di sensatezza e credibilità agli occhi dell’umanità attuale.
Secondo l'autore, una delle piste da seguire, in vista di una stagione in cui finalmente le parole religiose tornino ad essere, bonhoefferianamente, sensate, è appunto il definitivo recupero della narrazione in teologia e catechesi. Riprendendo il già ricordato Tillard, egli scrive che se si dà una certezza nella crisi odierna del cristianesimo è che questa generazione appare, inesorabilmente, l’ultima testimone di un certo modo di essere credenti. In un prossimo futuro – ma già oggi, in realtà, è così – sarà necessario parlare di Cristo non solo dall’alto di una qualsiasi cattedra; e imparare nuovamente che la fede non si trasmette soprattutto attraverso lo spettacolo dell’assimilazione nelle società, ma attraverso l’umile proclamazione della differenza evangelica: “…il cristianesimo penetrerà il nostro mondo solo se i battezzati avranno la forza di arrabbiarsi, di indignarsi, di non confondere la beatitudine dei buoni con la tolleranza universale. Se ne può dedurre che le chiese locali, nelle loro riunioni, si incentreranno maggiormente sulla parola di Dio e sul sacramento”. In un mondo sempre più secolarizzato, pronosticava Tillard, le chiese ridotte a piccoli resti di credenti convinti e praticanti la loro fede saranno indotte a raccogliersi attorno all’essenziale: la parola di Dio raccolta nella Bibbia e i sacramenti riassunti nell’eucaristia. Due ingredienti di base quanto mai raccontabili, a ben vedere. La Bibbia, costituita in larga parte di narrazioni, e l’eucaristia, memoriale dell’ultima cena di Gesù coi suoi amici, a sua volta plasmata su quell’altro racconto-matrice che è il seder pasquale dell’antico Israele. E’ stato Bruno Forte, da noi, ad affermare con risolutezza la convinzione che, nel parlare di Dio, oggi si debba raccontare oltre e più che argomentare: “se la narrazione è la forma concreta che prende nella testimonianza evangelica l’analogia della fede – egli scrive in Teologia in dialogo – l’argomentazione discreta, condotta sull’esempio della stessa tradizione biblica, corrisponde alla ricerca di senso unificante dell’esodo umano”.
Si potrebbe dire, dunque: o le chiese cristiane reimpareranno pazientemente a narrare, e a narrare efficacemente le loro storie fondative, o ben difficilmente potranno sperare di avere un futuro significativo per l’umanità in cui sono immerse. Sulla loro disponibilità, e capacità, di raccontare la differenza evangelica, se ne misurerà la qualità del domani. Ecco perché il trentesimo anniversario delle prime avvisaglie di una teologia narrativa va realmente ricordato in maniera adeguata: per quanto essa ha sinora prodotto, e per quanto, come Salvarani si augura con risolutezza, riuscirà a produrre nel prossimo futuro. Ma soprattutto per aver attraversato le questioni strategicamente decisive per le relazioni fra le chiese e la modernità, a partire dall’assoluta necessità di affiancare la testimonianza e il racconto su Dio alla sua dimostrazione dogmatica: in ogni caso, non si tratta davvero di un esito da poco.
BRUNETTO SALVARANI, In principio era il racconto. Verso una teologia narrativa, EMI, Bologna 2004, pp.208, € 11

tratto dal sito www.namaste-ostiglia.it

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