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venerdì 21 marzo 2008

Se cinque anni vi sembran pochi...

Iraq 19.3.2008
Un deserto chiamato pace
Dopo cinque anni di guerra l'Iraq resta diviso e in fiamme

Il presidente statunitense George W. Bush difenderà oggi la decisione d'invadere l'Iraq in un discorso al Pentagono in occasione del quinto anniversario del conflitto. ''È stata una decisione giusta. Questa è una battaglia che l'America può e deve vincere'', spiegherà Bush ai generali a stelle e strisce, gli stessi che non più tardi di una settimana fa hanno diffuso un rapporto nel quale ammettevano che al-Qaeda in Iraq non c'era sotto il regime di Saddam, ma vi è arrivata dopo l'invasione Usa. Secondo le anticipazione diffuse dalla stessa Casa Bianca, Bush sottolineerà i buoni risultati ottenuti con la strategia del surge, adottata l'anno scorso, per la quale ''in Iraq siamo testimoni della prima insurrezione araba su larga scala contro Osama bin Laden, la sua truce ideologia e la sua rete di terrore''.

Discorsi e omissioni. Un riferimento diretto alla migliore idea che abbia avuto l'amministrazione Usa da quando ha invaso l'Iraq: trattare con i sunniti e i loro cosiddetti Consigli del Risveglio, milizie tribali sunnite, che si sono affiancate alle truppe statunitensi nella lotta ai ribelli integralisti legati ad al-Qaeda.
Anche il premier iracheno Nuri al Maliki ha aperto ieri i lavori della Conferenza di riconciliazione nazionale che, per due giorni, riunirà a Baghdad centinaia di delegati di quasi tutti i gruppi politici iracheni, parlando della collaborazione con i sunniti. ''Nonostante i molti progressi politici raggiunti, la strada da percorrere è ancora lunga, piena di sfide e pericoli'', ha dichiarato il premier nel suo discorso d'apertura, nel quale ha anche esortato tutte le forze politiche a sostenere il processo di riconciliazione nazionale. Nel suo discorso, al Maliki ha inoltre rivendicato la formazione di 29 Consigli popolari sunniti, chiamati sahwa, che si battono assieme alle forze governative e a quelle statunitensi contro i guerriglieri e ha affermato che altri 13 consigli dello stesso genere sono in via di formazione.
Quello che però non viene detto è che sarebbe bastato pensarci cinque anni fa, non lasciando il proconsole Paul Bremer III, al quale venne affidata la gestione del dopo Saddam, liquidare in massa la classe dirigente sunnita, consegnandola alla disperazione e all'insurrezione. Non verrà detto, nel discorso di Bush, che la guerra ha avuto, e continua ad avere, un alto costo di vite umane e finanziario, ma aggiungerà che tali ''costi sono necessari se si considera il costo che avrebbe una vittoria strategica dei nostri nemici in Iraq: ritirarsi significherebbe far precipitare il Paese nel caos e imbaldanzire i terroristi''. Esattamente quello che è avvenuto a causa dell'invasione.
La situazione politica in Iraq, dopo cinque anni di guerra, è ben rappresentata proprio da questa Conferenza per la Riconciliazione. Il Fronte della Concordia, principale gruppo parlamentare sunnita, e la lista laica al-Iraqiya, che fa capo all'ex premier Iyad Allawi, hanno boicottato l'appuntamento, bollandolo come una operazione di propaganda a favore del governo. La conferenza fa seguito all'iniziativa svoltasi, sempre a Baghdad, il 17 dicembre del 2006. Maliki ha preferito, per il momento, glissare sulle assenze e ha lanciato un monito all'Iran e alla Turchia, esortando ''i paesi confinanti a non interferire negli affari interni dell'Iraq''.
Un paese spaccato: i curdi al nord. Il primo paese al quale si è riferito, tra le righe, al-Maliki è senza dubbio la Turchia. Il governo di Ankara, con brevi momenti di tregua, tiene sotto un'asfissiante pressione armata l'Iraq settentrionale, la regione curda del Kurdistan, ritenuta dai turchi la retrovia dei guerriglieri curdi del Pkk che colpiscono in territorio turco. Aviazione e truppe corazzate, più di una volta, hanno oltrepassato il confine, portando la guerra nella regione autonoma del Kurdistan iracheno. Lo stesso presidente della Repubblica, il curdo Jalal Talabani, ha provato più di una volta a chiedere che il governo iracheno prendesse una chiara posizione contro le incursioni turche, ma Baghdad è stata sempre messa a tacere dagli Usa che tentano di trovare una soluzione concordata con la Turchia senza arrivare alla rottura diplomatica tra due paesi che sono tra i pochi alleati affidabili di Washington nella regione. Sono in molti, però, a sostenere che le azioni del Pkk siano solo il grimaldello che Ankara ha deciso di utilizzare per sancire che sulla questione di Kirkuk non si deve decidere senza la Turchia. Kirkuk, potenzialmente, è uno dei più grandi giacimenti petroliferi del mondo. La città, con popolazione mista curda, araba e turcomanna, è contesa. Il piano originario degli Usa, con ogni probabilità, puntava a 'dare' Kirkuk ai sunniti, in quanto sia il nord curdo che il sud sciita sono già ricchi di petrolio. I curdi, però, in un paese che mai dalla sua fondazione è stato così diviso, non accettano questa soluzione e vogliono far valere i loro diritti sulla città, 'arabizzata' a forza da Saddam, e adesso 'curdizzata' a forza dai nuovi padroni.
Il destino di Kirkuk sarebbe dovuto decidersi con un referenduml, previsto per dicembre 2007. Le pressioni turche, che guardano con terrore a un Kurdistan che si arricchisse anche dei giacimenti della città contesa, sono riuscite a ottenere un rinvio del referendum a luglio 2008. Ma la situazione resta molto tesa, al punto che non è stato ancora possibile votare in parlamento il testo unico della nuova Legge del Petrolio irachena.
Un paese spaccato: gli sciiti al sud. Il secondo paese confinante al quale si riferiva Maliki nel suo discorso di ieri è l'Iran, che ha un grande potere attrattivo sugli sciiti che rappresentano il 60 percento della popolazione irachena. Un successo che gli Usa possono vantare in merito è la fine di Moqtada. La corrente politica che fa capo al leader radicale sciita Moqtada Sadr, infatti, ha ritirato la propria delegazione della conferenza a Baghdad, ma ormai la sua influenza è al tramonto.
Moqtada al Sadr ha gettato la spugna. E' questa la grande novità che, negli ultimi mesi, ha sancito la fine della breve ma intensa parabola politica dell'ayatollah radicale vicino all'Iran. E proprio in Iran, nella città santa di Qom, quella di Khomeini per intenderci, Moqtada si è ritirato per completare i suoi studi coranici e diventare davvero un dottore del diritto islamico.
Prima di partire, però, al-Sadr ha sciolto le milizie del Mahdi, il suo esercito privato che si era distinto per ferocia nel conflitto interreligioso che ha contrapposto sciiti e sunniti in Iraq. "La presenza degli occupanti", si legge nel sermone preparato da Moqtada al-Sadr, per la preghiera del venerdì con la quale ha salutato i suoi seguaci, ''e il fallimento dell'esercito del Mahdi nel tentativo di liberare l'Iraq, così come la disobbedienza di molti e il loro deviare dalla retta via mi hanno portato a isolarmi in segno di protesta. Molti che mi erano vicini si sono allontanati per ragioni materialistiche o per desiderio di indipendenza. Altri mi sono ancora fedeli e leali ed è a loro che mi rivolgerò attraverso l'istruzione e l'insegnamento". In agosto al Sadr aveva annunciato la sospensione delle attività della sua milizia e questo aveva portato a un drastico calo delle violenze in Iraq. Di recente aveva rinnovato il cessate il fuoco, affidando all'ostruzionismo parlamentare l'ultimo baluardo di protesta. L'uscita di scena di Moqtada, almeno per il momento, sancisce il dominio della corrente sciita che fa riferimento all'ayatollah al-Sistani, avversa all'Iran e incline al compromesso con gli Stati Uniti e il governo di al-Maliki. I cristiani e il centro sunnita. I problemi attuali dell'Iraq, però, non sono solo sulla ridefinizione degli equilibri tra il nord e il sud del paese. Al centro, infatti, resta una nebulosa indefinita, rappresentata dai sunniti e dalle altre minoranze che abitano il puzzle di etnie, religioni, lingue e interessi della regione. I cristiani, per esempio. La moltitudine di persone che ha partecipato ai funerali (nella chiesa di Mar Adaa a Karamless, villaggio cristiano situato una trentina di chilometri a ovest di Mosul),di monsignor Paulus Faraj Rahho, arcivescovo caldeo, rapito nei giorni scorsi e rinvenuto cadavere, ha ricordato a tutti che esistono anche i cristiani in questa terra insanguinata.
Proprio Mosul, secondo quanto dichiarato dal governo iracheno e dai vertici militari Usa, è diventato l'ultimo rifugio dei miliziani di al-Qaeda in Iraq. Scacciati da Falluja, scacciati dalla provincia dell'al-Anbar, i guerriglieri integralisti si sarebbero rintanati nei pressi della cittadina mista e, da mesi, si prepara una furiosa operazione militare nei dintorni d Mosul.
Lo schema sarà quello adottato, in passato, per Samarra, Falluja e Ramadi. Aviazione Usa e fanteria irachena, poi fanteria Usa. E tanto, tanto sangue.
Dopo cinque anni, insomma, i problemi restano tanti e le soluzioni paiono sempre una toppa inserita con ritardo, dopo che il tappetto è stato calpestato in massa. Resta un paese diviso tra tensioi religiose, politiche, etniche ed economiche come non lo era mai stato prima. La fine della dittattura di Saddam, invece che una festa di liberazione, si è tramutata nel caos dove, come innumerevoli Fortezze Bastiani, rimangono le enormi basi militari statunitensi come cattedrali nel deserto.
Christian Elia
Pubblicato su www.peacerporter n. 163
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