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venerdì 11 dicembre 2009

Per non dimenticare...pubblico quest'articolo tratto da www.reti-invisibili.net

Scheda a cura di Sonia e Sandro, del collettivo Borgorosso - Piacenza

Milano, 12 dicembre 1969, ore 16,30

Esplode una bomba nel salone degli sportelli della Banca Nazionale dell'Agricoltura, al numero 4 di piazza Fontana. Ha inizio una nuova era tragica.

I terroristi non avrebbero potuto scegliere un momento migliore: la banca è infatti gremita per il "mercato del venerdì", che richiama gli agricoltori delle province di Milano e Pavia. L'ordigno è stato collocato in modo da provocare il massimo numero di vittime: sotto il tavolo al centro del salone riservato alla clientela, di fronte all'emiciclo degli sportelli. I locali devastati testimoniano la potenza dell'esplosivo impiegato.

L'attentato causa sedici morti, di cui quattordici sul colpo, e ottantotto feriti. La storia dirà se la strage di piazza Fontana, inaugurando la strategia della tensione, ha determinato i dieci anni più bui della vita politica italiana.

Nelle ore che seguono gli attentati, vengono compiute perquisizioni nelle sedi di tutte le organizzazioni dell'estrema sinistra. Viene visitata anche qualche organizzazione d'estrema destra, ma senza molta convinzione, visto che le indagini risparmiano Ordine Nuovo e Avanguardia nazionale, le più importanti. Fin dall'indomani, come preparata in anticipo, parte un'incredibile campagna contro gli estremisti di sinistra. Le indagini sono di una stupefacente rapidità; in tre giorni viene arrestata una decina di persone sulle quali, come dichiara la polizia, "gravano pesanti indizi". Sono tutti anarchici dei circoli Bakunin e 22 Marzo. Tra di loro vi sono: Giovanni Aricò, Annelise Borth, Angelo Casile, Roberto Mander, Emilio Borghese, Mario Merlino, Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda. Per la polizia, insomma, oltre a quella anarchica, nessun'altra pista merita di essere presa in considerazione.

Iniziano gli interrogatori. Sono condotti con energia. Il 15 dicembre, a mezzanotte, nel cortile della questura di Milano, un corpo s'infrange quasi senza rumore ai piedi di un giornalista. È Giuseppe Pinelli, uno degli anarchici arrestati tre giorni prima, caduto senza un grido da una stanza del quarto piano. Causa ufficiale della morte: suicidio. Non ci crederà nessuno... Tra gli anarchici fermati subito dopo la strage alla Banca Nazionale dell'Agricoltura, il commissario Calabresi sembra interessarsi a una sola persona: Pietro Valpreda, di professione ballerino. Il giovane grida la propria innocenza. Essa non sarà riconosciuta che molto tempo dopo. Eppure, già all'epoca, tutto denunciava l'esistenza di una "pista nera", che verrà esplorata solo tardivamente.

15 dicembre 1969

Guido Lorenzon segretario di una sezione della Democrazia cristiana, si presenta da un avvocato della città dichiarando di essere a conoscenza di fatti che potrebbero essere in rapporto con gli attentati. Due giorni prima, cioè all'indomani delle esplosioni, ha avuto con l'editore Giovanni Ventura (amico di vecchia data), una conversazione che, da allora, l'ossessiona. Le informazioni che Ventura gli ha fornito sugli attentati sono state troppo precise e circostanziate perché possa essere totalmente estraneo alla strage.

Già in precedenza Ventura gli aveva parlato con la stessa precisione dei dieci attentati ai treni compiuti nel Nord Italia nella notte tra l'8 e il 9 agosto 1969. E gli aveva anche confidato di appartenere a un'organizzazione clandestina che progettava un colpo di stato mirante a instaurare un regime ispirato alla Repubblica di Salò. Fino a quel momento Lorenzon aveva taciuto. Dopo la strage di Milano non poteva più farlo: nell'ultima conversazione con Ventura, infatti, gli era parso di capire che questi stesse preparando altri sanguinosi attentati.

Il giorno dopo, in compagnia dell'avvocato, Lorenzon ripete la sua testimonianza di fronte a un magistrato di Treviso, il procuratore Pietro Calogero. Con l'aiuto di Lorenzon, che continua a frequentare Ventura, in qualche settimana Calogero raccoglierà una serie di solidi indizi contro quest'ultimo e un suo amico, Franco Freda, un avvocato di Padova ben noto nella regione per le sue opinioni neonaziste.

Franco Freda, poco più anziano di Ventura, grande ammiratore di Hitler e delle ss, fanatico antisemita, ha fatto la gavetta, come Ventura, nell'msi, di cui all'inizio degli anni Sessanta ha diretto l'organizzazione universitaria (fuan). Più tardi ha fondato i Gruppi d'aristocrazia ariana (Gruppi ar), vicini a Ordine Nuovo.

Giovanni Ventura, cresciuto nella nostalgia di Mussolini, s'è iscritto all'msi giovanissimo. Nel 1965, trovando questo movimento troppo moderato, entra in Ordine Nuovo, la cui politica più energica meglio corrisponde alle sue aspirazioni.

Novembre 1971

Un muratore, nell'eseguire alcune riparazioni sul tetto di una casa di Castelfranco Veneto, sfonda per errore il tramezzo divisorio di un'abitazione di proprietà di un consigliere comunale socialista, Giancarlo Marchesin, e scopre un arsenale di armi ed esplosivi, tra cui, in particolare, casse di munizioni siglate nato. Arrestato, Marchesin dichiara che quelle armi sono state nascoste lì da Giovanni Ventura qualche giorno dopo gli attentati del 12 dicembre, e che prima si trovavano presso un certo Ruggero Pan.

Interrogato a sua volta, Pan rivela che durante l'estate del 1969, dopo gli attentati ai treni, Ventura gli aveva chiesto di comprare delle casse metalliche tedesche di marca Jewell. Quelle di legno usate per collocarvi gli esplosivi negli attentati, aveva spiegato l'editore, non avevano prodotto l'effetto di "compressione esplosiva del metallo". Pan si era rifiutato. Il giorno dopo, notando da Ventura una cassetta di metallo, aveva capito che qualcuno era andato a comprarla al posto suo.

Pan aveva dimenticato l'episodio fino al 13 dicembre 1969, giorno in cui la televisione e i giornali avevano mostrato la riproduzione di una delle cassette impiegate negli attentati alle banche. Era una Jewell, identica a quelle acquistate da Freda e Ventura.

I magistrati di Treviso scoprono inoltre che il gruppo teneva le sue riunioni nella sala di un istituto universitario di Padova messa a sua disposizione dal custode, Marco Pozzan, braccio destro di Franco Freda.

Sottoposto dagli inquirenti, il 21 febbraio e il 1° marzo 1972, a due lunghi interrogatori, Marco Pozzan spiega che il piano, preparato da tempo, aveva ricevuto il via libera nel corso di una riunione notturna svoltasi a Padova il 18 aprile 1969. Dapprima reticente sull'identità di due dei partecipanti alla riunione, arrivati la sera stessa da Roma, Pozzan, dopo qualche esitazione, rivela il nome di uno di loro: Pino Rauti, all'epoca capo del movimento Ordine Nuovo. Quanto al secondo, assicura di saperne solo ciò che gli ha detto Franco Freda: "È un giornalista ed è membro dei servizi segreti...".

I magistrati, in verità, erano già a conoscenza di questa riunione grazie alle intercettazioni cui avevano sottoposto il telefono di Freda. Quello che ignoravano era l'importanza capitale che essa aveva avuto nell'organizzazione degli attentati del 1969.

3 marzo 1972

Franco Freda, procuratore legale a Padova, Giovanni Ventura e Pino Rauti, dirigente nazionale dell'msi e fondatore del movimento Ordine Nuovo, vengono arrestati. Sono accusati di aver organizzato gli attentati del 25 aprile 1969 (alla Fiera e alla Stazione Centrale di Milano) e dell'8 e 9 agosto dello stesso anno (a danno di alcuni treni). Il 21 marzo, aggiungendo ai capi d'imputazione contro il gruppo Freda-Ventura gli attentati del 12 dicembre 1969, il giudice Stiz trasmette il fascicolo, per competenza territoriale, alla procura di Milano.

A proseguire le indagini sono designati tre nuovi magistrati la cui prima iniziativa è rimettere in libertà Rauti, senza però far cadere il capo d'accusa.

Riprendendo le indagini da zero, i tre magistrati milanesi raccolgono in qualche mese una serie di prove decisive contro il gruppo Freda-Ventura e, nello stesso tempo, dimostrano che i poliziotti e i giudici che si sono precipitati sulla pista anarchica hanno commesso numerose irregolarità.

Una nuova perizia sui vari frammenti di esplosivi, sui timer e sulle borse contenenti le bombe ritrovati il 12 dicembre 1969 sul luogo degli attentati permette di accertare tre fatti importanti:

1) le bombe sono costituite da candelotti identici agli esplosivi nascosti da Ventura, qualche giorno dopo gli attentati, in casa dell'amico Giancarlo Marchesin;

2) i meccanismi di scoppio ritardato delle bombe provengono da una partita di cinquanta timer acquistati il 22 settembre 1969 da Franco Freda in un negozio di Bologna. Freda spiegherà ai magistrati di aver comprato i timer su richiesta di un fantomatico capitano Mohamed Selin Hamid dei servizi segreti algerini, per conto della resistenza palestinese. Da una verifica compiuta presso le autorità algerine risulta che questo capitano non esiste;

3) le borse in cui si trovavano le bombe erano state acquistate, due giorni prima degli attentati, in una pelletteria di Padova. Qualche giorno dopo, confrontando due foto della borsa di pelle ritrovata intatta alla Banca Commerciale Italiana, il giudice D'Ambrosio nota una differenza. Nella prima, scattata la sera stessa degli attentati, dal manico pende ancora l'etichetta del prezzo. Nella seconda, scattata un mese più tardi, l'etichetta e la cordicella cui era attaccata sono scomparse. Ancora una volta, qualcuno è intervenuto a sopprimere delle prove.

Ormai convinti di avere in mano, con Franco Freda e Giovanni Ventura, i personaggi chiave degli attentati, i magistrati milanesi si applicano a scoprire chi siano, dietro i due uomini, i veri ispiratori della strategia della tensione. L'istruttoria verrà abbattuta in volo nel 1974 dalla decisione della Corte di Cassazione di sottrarre loro indagini che dirigevano da due anni con coraggio esemplare. L'istruttoria viene trasferita a Catanzaro, dove erano già stati spostati l'inchiesta e il processo Valpreda per "motivi di ordine pubblico". A Catanzaro esse vengono affidate a due magistrati locali che, senza che si possa mettere in dubbio la loro onestà, non seguiranno mai le "piste nere" con l'ostinazione dei predecessori.

***

Da: http://www.ecn.org/uenne/archivio/archivio2004/un10/art3164.html
(Umanità Nova, numero 10 del 21 marzo 2004, Anno 84 - articolo di Luciano Lanza)

La sentenza di appello per la strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969) non è scandalosa come molti dicono e scrivono: è la regola. Ripristinata. Dopo poche anomalie. Piccole e parziali.

I fatti. Il 12 marzo la corte d'appello di Milano ha assolto dal reato di strage (ergastolo) Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni quali responsabili dell'attentato che più di 34 anni fa causò 16 (più uno) morti e 84 feriti nella Banca nazionale dell'agricoltura. Nel giugno 2001 i tre erano stati condannati all'ergastolo. In più Stefano Tringali si era beccato tre anni per favoreggiamento. Ironia della sorte: è l'unico colpevole con una pena ridotta a un anno. Ma se non ci sono colpevoli per chi ha fatto favoreggiamento? Misteri della giustizia italiana. O meglio non ci sono misteri, c'è soltanto la volontà di "chiudere" una pagina che vede lo stato italiano come colpevole di complotti e stragi.

Perché è la regola in questo criminale affare? Molto semplice. Perché fin dallo scoppio di quelle bombe (una a Milano e due a Roma) gli apparati dello stato hanno fatto di tutto per depistare e occultare la verità. Ricordate? All'inizio il mostro che aveva messo la bomba era un anarchico, Pietro Valpreda, ma non solo anarchico anche ballerino, quindi uno spostato, un diverso con la bramosia del sangue e della rivoluzione. E da lì una campagna (ossessivamente orchestrata, neppure troppo intelligentemente, ma mediaticamente martellante) contro gli anarchici e la sinistra "rivoluzionaria". Con un contorno altrettanto drammatico: il "volo" di un anarchico milanese, Giuseppe Pinelli, dal quarto piano della questura di Milano. Ebbene quella montatura aveva funzionato per poco tempo, poi un oscuro giudice veneto di Treviso, Giancarlo Stiz se ne era uscito con un mandato di cattura contro due neonazisti: Franco Freda e Giovanni Ventura. Per Stiz erano loro i responsabili, non Valpreda, di quella strage.

Prima anomalia. Che contraddiceva l'istruttoria "istituzionale" dei magistrati romani Ernesto Cudillo e Vittorio Occorsio. I due avevano puntato subito (e come mai?) su Valpreda e sui suoi compagni del circolo 22 marzo. Da lì una sequenza di processi che definire ridicoli è poca cosa. Il 23 febbraio inizia il processo per la strage che vede sul banco degli imputati sia gli anarchici Valpreda e i suoi compagni (con un'aggiunta di Mario Merlino, nazista infiltrato nel gruppo 22 marzo) sia i nazisti Freda e Ventura. Tutti insieme appassionatamente per confondere le acque (la consunta, ma sempre sbandierata teoria degli "opposti estremismi") e non far capire che cosa è veramente successo. Ma il 6 marzo i magistrati romani (responsabili della montatura, ricordiamoli: Occorsio e Cudillo) capiscono che non ce la faranno ad andare avanti. Il processo viene così spostato a Milano: il luogo della strage. Il luogo dove, secondo le leggi dello stato italiano, si sarebbe dovuto tenere fin dall'inizio il processo. Ma che succede? Il procuratore generale del capoluogo lombardo, Enrico De Peppo, sostiene che Milano è una città in mano ai "rossi": legittima suspicione. Il processo viene dirottato (esiliato?) a Catanzaro. Ma bisognerà aspettare quasi dieci anni dalla strage (23 febbraio 1979 per arrivare alla prima sentenza. Freda e Ventura vengono condannati all'ergastolo per strage, Valpreda e compagni assolti (insufficienza di prove), ma condannati per associazione a delinquere. C'è però una postilla interessante. I giudici di Catanzaro rinviano a Milano gli atti che riguardano gli ex presidenti del consiglio Giulio Andreotti e Mariano Rumor e gli ex ministri Mario Tanassi, difesa, e Mario Zagari, giustizia. Dire che i quattro uomini politici escono quasi subito dal processo è come raccontare una di quelle vecchie barzellette che tutti conoscono. E infatti finisce come tutti già si aspettavano: "Scusate il disturbo".

E, di processo in processo, arriviamo al 27 gennaio 1987 in cui la prima sezione della Cassazione chiude la questione: nessun responsabile per la strage di piazza Fontana. Anarchici e nazisti sono innocenti. O meglio, rimane il fatto che per Freda e Ventura è confermata la condanna a 15 anni per gli attentati alla Fiera campionaria e alla stazione Centrale di Milano del 25 aprile 1969 e, sempre nello stesso anno, degli attentati ai treni (dieci bombe, otto esplose) tra l'8 e il 9 agosto.

Particolare non irrilevante: quei due attentati, inizialmente attribuiti agli anarchici, erano serviti per costruire il "teorema anarchico" di piazza Fontana. Che poi la responsabilità processuale venga definitivamente attribuita ai nazisti non sembra più rilevante.
Capacità dialettica della magistratura italiana.

Arriviamo a un'altra delle poche anomalie che contrassegnano questa vicenda. Il giudice istruttore Guido Salvini nel 1987 apre una nuova inchiesta sull'eversione di destra e sulla strage di piazza Fontana.

Un'inchiesta che nel 1995 arriva a un'ordinanza di rinvio a giudizio contro una serie di terroristi neonazisti. Ma bisognerà aspettare il giugno 2001 per assistere alla condanna all'ergastolo di Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni e Carlo Maria Maggi. Più la condanna di tre anni a Stefano Tringali per favoreggiamento.

Anche l'anomalia creata da Salvini si è chiusa. Sepolta dalla volontà di non avere colpevoli per quella strage. E quando mai avete visto uno stato che condanna se stesso?

Perché la strage di piazza Fontana è stata realmente una strage di stato come la definirono gli anarchici del Ponte della Ghisolfa il 17 dicembre 1969 in una conferenza stampa che gli organi di stampa definirono "farneticante". Strage di stato perché vi troviamo coinvolti ministri, segretari di partito, servizi segreti italiani (tutt'altro che deviati, ma obbedienti agli ordini dei responsabili della politica) e servizi segreti esteri (americani e israeliani).

Per chi non ha vissuto quel periodo vale la pena ricordare che allora la classe dirigente italiana temeva uno spostamento a sinistra dell'asse politico nazionale, un cambiamento non voluto e osteggiato con tutti i mezzi. Anche con le bombe e i morti. Fu messa in atto una strategia che "doveva portare, nelle intenzioni degli esecutori, a un regime autoritario, ma che è stata gestita dai più alti organi dello stato per mettere fuori gioco gli avversari politici e per creare un clima di paura che perpetuasse la centralità della Democrazia cristiana e dei suoi alleati".

Oggi, tornati alla ribalta i successori della Democrazia cristiana (Forza Italia più satelliti), la strage di piazza Fontana deve tornare nel dimenticatoio. Se ne riparlerà fra alcuni anni, quando saranno passati quasi quarant'anni dalla strage. E allora sarà ancora di più e soltanto storia. Riveduta e corretta. Secondo i dettami del revisionismo imperante.

***

Associazione:
"Associazione Familiari vittime della strage di Piazza Fontana"
Presidente: LUIGI PASSERA

Vedi anche:

Piazza Fontana: intervista a FRANCA DENDENA (Associazione familiari vittime della strage di Piazza Fontana)

giovedì 10 dicembre 2009



La casa editrice La Zisa ha il piacere di invitarLa alla presentazione del volume


Segni di vita


di Daniela Thomas


(ed. la Zisa, pp. 160, euro 9,90 - ISBN 978-88-95709-51-2)


Sabato 12 dicembre, ore 10,30


"La bottega dei saperi e dei sapori della legalità"


Piazza Castelnuovo 12


Palermo


Sarà presente l'autrice


Musica dei Daniele Treves Band


E per concludere uno spuntino casereccio



Daniela Thomas "ha fatto della lettura […] introspettiva – ha scritto Franco La Rosa nella Prefazione – il suo sottofondo ma nello stesso tempo anche la sua forza; […] ha abitato i meandri di una mente o di un inconscio spesso connotati di chiarezza e anche di incertezze, di propulsioni e di arresti, di fughe e di ritorni – e qui la sua straordinaria autentica umanità – […] da cui ha tratto sempre le essenze più profonde trasformandole in pietre preziose, luccicanti: quelle storie struggenti di una ricchezza e di una soavità profonda e leggera nello stesso tempo che hanno fatto delle sue righe una sorta di illuminazione, una accensione improvvisa, un insight, nel linguaggio della psicologia analitica. Una poesia, dunque, […] per questo mai costruita o artificiosa, mai troppo elaborata, mai siglata […] dalla funzione pensiero solo per compiacere gli altri o per sedurre; solo sussulti, solo nostalgie, solo struggimenti, solo emozioni tra le sue parole".


Daniela Thomas nasce a Palermo il 21 dicembre 1960, giorno del solstizio d’inverno, proprio quando la notte è più lunga e buia, ma per questo più vicina all’alba di un nuovo giorno. Il padre, Pierre, con una borsa di studio arriva in Sicilia dalla sua terra, la Bretagna, alla fine degli anni ‘50: se ne innamora al punto da sceglierla come paese d’elezione. Coniugare gli opposti – giorno-notte, nord-sud, madre-padre, cielo-terra… – in un’alchimia esistenziale diventa così il filo che si dipana, come attraverso un labirinto, nella vita di Daniela, che ancora oggi ne segue l’affascinante percorso. Vive nella campagna di Monreale, tra una casa in muratura e una casetta in legno adagiata in mezzo a un giardino di agrumi e melograni, dove – fra animali e sculture – trasfonde a bambini e ragazzi l’arte dello studio.

martedì 8 dicembre 2009

NOVITA' DA ADISTA

[Adistanews] Le novità della settimana

[12 dicembre 2009] Benvenuti nella newsletter di http://www.adista.it/ .

 

NATALE CON I TUOI... ADISTA PER CHI VUOI!

Care lettrici, cari lettori,

lo dicevamo già un paio di settimane fa... Natale si avvicina... e con il Natale il desiderio di un pensiero a chi ci è più vicino. Un pensiero - magari - che aiuti anche a... pensare!

- Perché non il libro delle "Omelie laiche" di Adista, allora, con commenti al Vangelo dell'anno liturgico in corso scritti da personalità come Tissa Balasuryia, Marcelo Barros, Luigi Bettazzi, Luisito Bianchi, Leonardo Boff, Gabriella Caramore, Vitaliano Della Sala, Erri De Luca, Giovanni Franzoni, Jacques Gaillot, Alberto Maggi, Lidia Maggi, Enzo Mazzi, Antonietta Potente, Samuel Ruiz Garcia, Alessandro Santoro, Alex Zanotelli e tanti altri...

Per acquistare il libro o per informazioni sugli altri volumi presenti nel catalogo della nostra libreria online basta andare sul sito

- Oppure, solo se avete la possibilità di pagare con carta di credito, perché non regalare (o regalarvi...) un abbonamento online ad Adista ad un prezzo "stracciacrisi"?

20 euro per leggere su internet la nostra agenzia fino al 31/7/2010. Compilate il form che si trova su questa pagina internet specificando i vostri dati e quelli della persona a cui volete regalare Adista. Attenzione: non dimenticate di scrivere la mail del destinatario del vostro originale regalo. In questo modo potremo inviare all'indirizzo che ci segnalerete una mail di auguri da parte vostra con la presentazione di Adista e la login e la password per accedere al nostro sito!

E ora.... buona lettura!

Adista Notizie n. 126 - 12 Dicembre 2009

UN NATALE DI TUTTI I COLORI. REAZIONI
ED INIZIATIVE CRISTIANE CONTRO IL "WHITE CHRISTMAS" LEGHISTA

35331. ROMA-ADISTA. Continua a suscitare polemiche l’operazione White Christmas voluta dalla giunta leghista del comune di Coccaglio, in provincia di Brescia (v. Adista n. 123/09). Nemmeno le dichiarazioni del ministro Roberto Maroni, che ha parlato di una montatura mediatica, sono riuscite a calmare le acque: "È stato applicato il Pacchetto Sicurezza come avviene in molti altri comuni", ha minimizzato Maroni. Il ministro era stato chiamato in causa dal sindaco di Coccaglio, Franco Claretti, che aveva raccontato del successo riscosso dal progetto alla prima convention di sindaci leghisti, a Milano il 24 ottobre scorso: "Il ministro Maroni è un uomo pratico – aveva detto Claretti – ci ha dato dei consigli per attuare il provvedimento senza incorrere nei soliti ricorsi ai giudici". Lungi dal disconoscere l’operazione, Maroni liquida la faccenda affermando che su White Christmas "è stato montato un caso del tutto inesistente".

"Dolore" e "tristezza" per questa vicenda hanno invece espresso - facendo seguito al messaggio di Benedetto XVI per la Giornata Mondiale dei Migranti e dei Rifugiati, che si svolgerà il prossimo 17 gennaio - mons. Antonio Maria Vegliò e mons. Agostino Marchetto, rispettivamente presidente e segretario del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e degli Itineranti, durante la conferenza stampa convocata il 27 novembre scorso in occasione della presentazione del messaggio. "È una vicenda dolorosa", ha detto mons. Marchetto: "Il Natale celebra il mistero dell’annunciazione alla Vergine e chiama all’accoglienza di Gesù Bambino. Anche Gesù, come dice il papa nel suo messaggio, era un rifugiato in Egitto".

Richiamano al Vangelo e all’amore per il prossimo i parroci di alcuni comuni della Franciacorta (Adro, Cazzago, Coccaglio, Cologne, Erbusco e Rovato) che lo scorso 29 novembre hanno distribuito nelle loro chiese una lettera aperta ai cittadini e alle istituzioni. "Il Signore - vi si legge - ci dice di amare noi stessi: per questo richiediamo sicurezza, condizioni di vita fisica e spirituale consone al Vangelo". "Ma proprio perché l’amore del prossimo per noi è un dovere congenito alla nostra fede e perché nel prossimo è presente lo stesso Cristo - prosegue la lettera -, vi invitiamo a chiedere le stesse cose anche per coloro che sono venuti a vivere tra noi da altre terre e da altri Paesi: a loro come a noi stessi dobbiamo chiedere il rispetto di tutte le regole e di tutte le tradizioni. Dobbiamo chiedere giustizia e severità per chi delinque, qualunque sia il colore della sua pelle, e non verso chi ha l’unico torto di essere diverso da noi. Solo se tutti crediamo e difendiamo la dignità di ogni essere umano, possiamo sperare che si ricreino quelle condizioni che possono garantire pace e sicurezza. La crisi che incombe, che ci fa tremare per i posti di lavoro, potrà richiedere ancora una maggior solidarietà reciproca, anche, magari, verso quegli immigrati che insieme al lavoro e alla cassa integrazione, dopo sei mesi rischiano di perdere anche il permesso di soggiorno. Il cammino non è facile - concludono i parroci -, ma la meta è certa: coniugare il doveroso rispetto e l’amore per noi stessi con l’amore per l’altro, chiunque esso sia".

"Dopo averle provate tutte (dallo sradicamento delle panchine a Treviso all'erezione del muro di via Anelli a Padova, dal fossato anticaravan di Schio alle panchine anti clochard di Trieste) arriviamo a programmare un bellissimo e cristianissimo White Christmas in quel di Brescia", è l’amaro commento di don Aldo Antonelli, parroco di Antrosano, in provincia de L’Aquila: "Un Natale tutto ‘bianco’ come la loro nera coscienza". "Cosa si intende per ‘tradizione cristiana’?", si domanda don Antonelli facendo riferimento alla definizione di Natale fornita dall’assessore alla sicurezza di Coccaglio, il leghista Claudio Abiendi: "Forse le truppe conquistatrici che al grido di ‘Cristo Re’ scotennavano gli indios d'America Latina non prima di averli però battezzati? O le truppe di mercanti che sempre da quelle terre hanno importato in Europa tanto e tanto di quell'oro e argento che non basterebbe la lunghezza dell'equatore per scriverne l'attuale valore? O gli imperi coloniali che hanno schiavizzato continenti interi mercificando la Bibbia e sacralizzando diamanti?". "Se queste sono le radici cristiane - è la conclusione di don Aldo - io mi dichiaro anticristiano. E se questa è la civiltà europeaoccidentale io mi dichiaro apolide e clandestino!".

Due iniziative di contrasto a questo clima xenofobo e razzista ha in programma la comunità di base di S. Paolo di Roma. La prima, ‘Oggi i vetri li laviamo noi’, prevista per il 6 dicembre a Roma presso i semafori di via Ostiense come protesta nei confronti dell’ordinanza del sindaco Gianni Alemanno che dal 1.mo novembre scorso vieta di sostare ‘su sedi stradali pubbliche’ con secchio e straccio, o con fazzoletti di carta e altra mercanzia in vendita.

La seconda, una festa annunciata da una lettera aperta "ai cittadini e alle cittadine di altre nazionalità che arrivano e vivono in Italia", si svolgerà a ridosso del Natale: "Sorta come ricorrenza religiosa - si legge nella lettera - poi, nel tempo, senza perdere per i credenti il significato originario, è divenuta la festa degli affetti e delle relazioni sicché è ormai una festa di tutti e tutte, credenti e non credenti. Ricorda la comparsa nel mondo di una grandissima buona notizia: l’eguaglianza di tutti gli esseri umani". "Quest’anno - è l’invito della Comunità di Base - ci piacerebbe festeggiare insieme a voi il ricordo della comparsa dell’idea di eguaglianza di tutti e tutte sulla Terra, non soltanto per costruire un segno di amicizia e di reciproca accoglienza, ma anche per ribadire il valore dei diritti che dall’eguaglianza derivano". (ingrid colanicchia)


domenica 6 dicembre 2009

un esempio di giornalismo (?)

E il neo direttore di Avvenire: retromarcia clamorosa, ma le scuse non bastano

Feltri ci ripensa: Boffo va ammirato

Il direttore del Giornale: la verità è che non è implicato in vicende omosessuali. La Cei: «Ammissioni tardive»

MILANO - «Boffo ha saputo aspettare, nonostante tutto quello che è stato detto e scritto, tenendo un atteggiamento sobrio e dignitoso che non può che suscitare ammirazione». Lo dice Vittorio Feltri, rispondendo su Il Giornale, il quotidiano da lui diretto, a una lettrice che gli chiede «perché una cosa così piccola sia diventata tanto grande al punto da procurare un fracasso mediatico superiore a quanto meritasse. Lei che ha accesso la miccia che ne dice a distanza di tre mesi?».

«NON E' IMPLICATO»- Dal fascicolo sottolinea Feltri «non risulta implicato in vicende omosessuali, tanto meno si parla di omosessuale attenzionato. Questa è la verità. Oggi Boffo sarebbe ancora al vertice di Avvenire». «Personalmente - spiega Feltri - non mi sarei occupato di Dino Boffo, giornalista prestigioso e apprezzato, se non mi fosse stata consegnata da un informatore attendibile, direi insospettabile, la fotocopia del casellario giudiziario che recava la condanna del direttore a una contravvenzione per molestie telefoniche. Insieme, un secondo documento (una nota) che riassumeva le motivazioni della condanna. La ricostruzione dei fatti descritti nella nota, oggi posso dire, non corrisponde al contenuto degli atti processuali».

FUOCHI D'ARTIFICIO - Il direttore de Il Giornale sottolinea poi che all'epoca, «un periodo di fuochi d'artificio sui presunti eccessi amorosi di Berlusconi», venne giudicato interessante il caso Boffo «per cercare di dimostrare che tutti noi faremmo meglio a non speculare sul privato degli altri, perché anche il nostro, se scandagliato, non risulta mai perfetto. Poteva finire qui». La cosa, «forse, sarebbe rimasta piccina - continua Feltri - se Boffo, nel mezzo delle polemiche (facile a dirsi, adesso) invece di segretare il fascicolo, lo avesse reso pubblico, consentendo di verificare attraverso le carte che si trattava di una bagatella e non di uno scandalo».

«SCUSE TARDIVE» - Domenico Pompili, il portavoce della Cei, la conferenza episcopale italiana che è l'editore di Avvenire, replica all'intervento di Feltri spiegando che «l’articolo di oggi conferma il valore della persona del dottor Boffo che, ancora prima delle tardive ammissioni di Feltri, si è volontariamente fatto da parte per non coinvolgere la Chiesa, che ha peraltro servito da sempre con intelligenza e passione». L'Avvenire ha invece deciso di aprire il proprio sito web con la notizia del «ripensamento» (il verbo è quello scelto dal quotidiano di piazza Carbonari) di Feltri dopo quella che è ancora considerata un'«aggressione». Il quotidiano riporta anche le dichiarazioni del nuovo direttore, Marco Tarquinio, secondo cui quella di Feltri è «una retromarcia clamorosa e importante». «Dicemmo all'inizio della vicenda - ha proseguito - che con un galantuomo come Boffo il tempo sarebbe stato galantuomo. Questa volta abbiamo dovuto aspettare meno del consueto. Le scuse pubbliche pubblicate sulla prima pagina del Giornale, tuttavia non riparano completamente ai danni subiti non solo da Boffo ma anche da un metodo di informazione corretta fondata sui fatti, e non cancella le responsabilità di chi conduce battaglie mediatiche con mezzi tutt'altro che limpidi».

NÈ SCUSE NÈ LACRIME - «Nè scuse né lacrime», nè tanto meno «una retromarcia», ma solo «una doverosa precisazione». Vittorio Feltri definisce in questo modo la sua presa di posizione sul caso Boffo. «Sono trascorsi tre mesi dalla notizia che abbiamo pubblicato su Boffo - ricorda Feltri - e soltanto negli ultimi giorni il nostro condirettore Alessandro Sallusti ha avuto la possibilità di dare una sbirciatina alle carte secretate e ha verificato che non si parla di «omosessuale attenzionato». Perciò abbiamo dato la precisazione, e basta. Se Boffo avesse desecretato gli atti, probabilmente l'avremmo fatta il giorno dopo. L'omosessualità, certo, non è un reato, ma le molestie rimangono e così pure la pena pecuniaria». Per Feltri, si è dunque trattato di «una doverosa precisazione: se si dà una notizia in un modo e poi si scopre che un particolare era sbagliato, è giusto provvedere. Non ho mai avuto nulla di personale contro Boffo: sappiamo che è un bravo giornalista e una persona perbene alla quale nella vita è capitato un incidente e noi l'abbiamo riferito. Nel riferirlo, visto che gli atti erano secretati a abbiamo detto una cosa che non era, abbiamo rettificato - conclude - come usano fare giornali corretti».

IL CDR DI AVVENIRE - E il comitato di redazione di «Avvenire» in una nota risponde a Feltri: «Un buon giornalista avrebbe verificato la notizia prima di pubblicarla. Le sue ammissioni rendono ancor più evidente la necessità di una seria riflessione sulla professione giornalistica, sulla responsabilità dell'informazione, a tutela del lettore e di chi, questo mestiere, cerca ancora di onorarlo con onestà intellettuale e umano rispetto».

da www.corriere.it

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E' uscita la nuova "Guida per l'informazione sociale" Edizione 2010

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13 macroaree (Carcere - Infanzia e adolescenza - Famiglia - Anziani - Lavoro - Salute - Emarginazione e povertà - Disabilità fisica e mentale - Droghe e dipendenze - Criminalità, giustizia e sicurezza - Economia e finanza etica - Volontariato e terzo settore - Immigrazione).

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Migliaia di dati, notizie e riferimenti sui temi al centro dei fenomeni delle marginalità e delle politiche per il welfare in Italia, a partire dal lavoro quotidiano dell'Agenzia.

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Informazioni: 0734 681001 – guida@redattoresociale.it

venerdì 4 dicembre 2009

04/12/2009

Cari lettori,

vi segnaliamo alcune delle notizie pubblicate su Nigrizia.it e vi invitiamo a venirci a visitare per leggere anche gli altri approfondimenti.

...Buona lettura!

Irregolare, ti curo e non ti denuncio

Il ministero dell'Interno ha emanato una circolare che ribadisce - nonostante le norme del 'pacchetto scurezza' - la permanenza del divieto di segnalazione di migranti irregolari che si rivolgono alle strutture sanitarie. Soddisfatte le organizzazioni che avevano lanciato la campagna di disobbedienza civile.

 

 

I fondi avvoltoio puntano la Liberia

Altamente tossici, comprano per 'pochi spiccioli' crediti di milioni di dollari. Al momento giusto, trascinano i paesi in tribunale e chiedono la solvenza dei debiti, in alcuni casi congelando i fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo. Si tratta dei fondi avvoltoio, sempre più integrati nei mercati finanziari mondiali.

 

 

Rd Congo: ribelli, armi e missionari

In un rapporto Onu, ufficiale da domani, ma già oggetto di commenti, si afferma che due missionari saveriani avrebbero sostenuto i guerriglieri hutu nel nord-est del paese. La Rete pace per il Congo fornisce una lettura del contesto.

 

 

Copenaghen: i poveri al centro

In vista della Conferenza Onu di Copenaghen sul clima (7-18 dicembre), si registra una presa di posizione di Irene Khan, segretaria di Amnesty International e di Mary Robinson, già Alto commissario Onuper i diritti umani. L'accordo sul clima, spiegano, deve garantire che i poveri non vengano esclusi e ulteriormente svantaggiati.

E ancora...

 

Nigrizia ora è anche digitale! Abbonati

E poi non perdere...

Si concludono i Video Colloqui con lo scrittore Roberto Saviano.

Nigrizia Multimedia ha presentato una serie di puntate (11) in cui l'autore di Gomorra racconta i protagonisti di tanti sud. E parola dopo parola, Saviano racconta anche sé stesso...

giovedì 3 dicembre 2009

Crocifisso: il parere di una musulmana

Non può essere un oggetto da brandire come un’arma a proprio uso e consumo

di Renata Rusca Zargar

Io sono musulmana (nata cristiana ed educata dalle suore di Santa Maria Giuseppa Rossello) e da tempo sento discutere la questione del Crocifisso nei luoghi pubblici dello Stato, in particolare nelle scuole. Prima di citare risposte e parteggiare per l’una o l’altra, mi sembrerebbe giusto esprimere qualche considerazione pratica.

Nella mia qualità di insegnante (dal 1975), mi sono trovata ad operare in aule con e senza Crocifisso, anche se, nella maggioranza, il Crocifisso non c'era e nessuno ne sentiva la mancanza. Infatti, come anche la Chiesa sa bene, ormai la maggior parte degli italiani sono atei. Alcuni, magari, hanno ricevuto i Sacramenti ma non sono praticanti, molti non danno nessuna educazione religiosa ai figli, secondo la famosa regola che "da grandi sceglieranno". Personalmente, non condivido affatto questa regola, perché un genitore deve dare tutto se stesso ai figli in ogni campo, e poi allora, davvero, essi da grandi potranno scegliere consapevolmente. E' un po' come se non insegnassimo a non rubare perché i figli decideranno da adulti se rubare o no! Tanti genitori, dunque, non ritengono di dover formare su questo punto, come ben dimostra l’atteggiamento sbigottito della maggioranza dei miei alunni quando parlo di San Francesco (letteratura italiana) o del Cristianesimo (storia), ecc. perché non conoscono quasi nulla.

Comunque, mi è capitato, una volta, che un Crocifisso rotto e caduto da dove era appeso, fosse abbandonato e girasse qua e là sui banchi. L'unica persona infastidita (solo perché mi sembrava di mancare di rispetto a Gesù) ero io. Agli altri, quel povero Crocifisso rotto non diceva nulla.

Poi venne l'italiano convertito all'Islam che disse che non ci dovevano essere i Crocifissi nei luoghi pubblici.

Allora, la segretaria della scuola dove mi trovavo in quel tempo corse subito a comprare i Crocifissi per metterli in tutte le aule, mentre varie tipologie di persone si schierarono in difesa della religione cristiana e dei suoi simboli. Così come succede oggi davanti alla sentenza della Corte di Strasburgo.

Ma che cosa rappresenta il Crocifisso? La difesa dei propri egoistici diritti contro quelli delle altre persone?

Gesù avrebbe forse buttato la gente a mare condannandola alla morte o alla prigionia in un paese governato da un ex sanguinario dittatore? Avrebbe mai detto che alcuni sono più civili e superiori agli altri? O avrebbe accolto e condiviso la vita con chi soffre, con chi ha di meno? Non è il Cristianesimo una religione di amore e di pace?

Allora io mi chiedo: Gesù avrebbe voluto che a difenderlo fosse una società di istigatori al razzismo, in nome di denaro, potere, lussuria? Certamente sì, se queste persone fossero cambiate e si fossero pentite dei loro peccati.

C’è poi un altro problema che mi sembra degno di rilievo. In molte scuole, la bestemmia non viene sanzionata in nessun modo e anche i genitori di molti ragazzi ammettono tali espressioni, che spesso sono diventate un comune intercalare. Io non ammetto, invece, la bestemmia, perché penso che, se una persona è credente, non possa bestemmiare e, se non lo è, non debba mancare di rispetto a chi crede sinceramente in Dio. Eppure nessuno sta facendo una crociata sulla bestemmia, forse perché non sono i poveri extracomunitari a bestemmiare?

In conclusione, se il Crocifisso è lo strumento per combattere altri esseri umani, che venga pure eliminato.

Ma se il Crocifisso è simbolo di un messaggio di pace, amore, accoglienza, giustizia, perdono, accettazione di tutti i fratelli e sorelle creature di Dio, ben venga.

Qualsiasi religione e le varie Dichiarazioni dei diritti umani si nutrono degli stessi valori e non sarà difficile spiegarli ai bambini di tutte le religioni o atei, a tutte le classi scolastiche.

L’importante è che non si voglia difendere solo un oggetto da brandire pericolosamente come un’arma

a proprio uso e consumo.

Renata Rusca Zargar

Sabato 28 Novembre,2009 Ore: 00:11

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«Il Dialogo - Periodico di Monteforte Irpino»
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Giovanni Sarubbi

martedì 1 dicembre 2009


Sul post di ieri, decorato (si fa per dire) dal tricolore savoiardo, ho dimenticato di indicare che la bandiera con la croce l'avevo prelevata dal sito http://www.monarchia.it/ .



dallo stesso sito, riporto due testi che preferisco non commentare, lasciando il 'piacere' ai lettori...



 



MINARETI: SUL TRICOLORE ITALIANO, DAL 1848 AL 1946, LA CROCE GIA’ C’ERA…



Dichiarazione del Segretario nazionale dell’Unione Monarchica Italiana (U.M.I.) Sergio Boschiero:

«Non ho nulla contro i minareti e i simboli religiosi ma, di fronte alla grottesca polemica in corso, indice di intolleranza e ignoranza, ricordo ai politici epuratori che la bandiera italiana conservò fino al giugno 1946 lo scudo dei Savoia, che il Re Carlo Alberto volle ben visibile sul bianco del Tricolore.
Lo scudo sabaudo riproduceva una gran croce bianca in campo rosso, nella cornice azzurro Savoia.
Giosuè Carducci, un repubblicano serio, dedicò alla bandiera stemmata la celebre poesia "Bianca croce di Savoia, Dio ti salvi e salvi il Re!".
I Sovrani sabaudi, avendo partecipato alle Crociate, potevano fregiarsi del titolo di "Re di Cipro e di Gerusalemme".
Il Re Vittorio Emanuele III, nel corso della vista in Libia, Eritrea e Somalia, visitò più moschee che il Gran Muftì di Gerusalemme».



Roma, 1 Dicembre 2009
Sergio Boschiero



 



Il mondialismo minaccia l'identità dei popoli e delle nazioni.
Solo la Monarchia potrà salvarci dal pericolo e guidare i popoli verso il futuro. I Principi orgogliosi del nome e fedeli alla tradizione si mettano alla testa delle genti e tengano ben alta e visibile la bandiera del Regno. In fondo al nostro cammino c'è un Re, non un Presidente. Siamo monarchici, solo monarchici, decisamente monarchici!