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venerdì 17 aprile 2009

TERMOVALORIZZATORI: UN SISTEMA STUPIDO PER RISOLVERE UN PROBLEMA SEMPLICE

Prof. Federico VALERIO dell’I.S.T.

Questa è la sintesi della mia lunga intervista che avrebbe dovuto andare in onda il 14 settembre su RAI 1, in un numero speciale di Super – Quark, dedicato all’incenerimento dei rifiuti, in cui Piero Angela aveva garantito un adeguato spazio alle ragioni di chi non gradisce questa opzione.
Per una serie di circostanze, il giorno prima della messa in onda, un cambiamento di programma ha annullato la trasmissione e gli italiani non avranno mai più la possibilità di capire per quali motivi c’è qualcuno che ritiene essere una scelta assolutamente stupida quella che pensa di risolvere con la termovalorizzazione i problemi creati dai rifiuti.
Infatti, come si può definire altrimenti la scelta che, per risolvere il problema dell’ingombro di giornali, imballaggi, fazzoletti di carta, bucce di patate e pannoloni, li termovalorizza trasformandoli, da oggetti ingombranti e nel peggiore dei casi maleodoranti, in composti altamente tossici?
E quale giudizio si può dare ad una tecnologia che per cercare di neutralizzare la tossicità dei composti da lei stessa prodotta, costringe a gestire complessi impianti di trattamento fumi, il cui costo di installazione e gestione fa diventare la termovalorizzazione, in assoluto, il più costoso sistema di trattamento dei rifiuti urbani?
Peraltro, nonostante i sofisticati sistemi di disinquinamento dei termovalorizzatori dell’ultima generazione, dai camini non esce, come qualcuno crede, profumo di limoni. In base alle dichiarazioni pubbliche del Vice Commissario di Governo per l’emergenza rifiuti della Campania, il costruendo termovalorizzatore di Acerra “ garantisce, “ per chi abita nelle zone di ricaduta dei suoi fumi, qualcosa come 1.024 tonnellate all’anno di anidride solforosa, acido cloridrico, polveri, ossidi di azoto ed una ventina di chili tra cadmio, tallio e mercurio.
Per quanto riguarda le emissioni di diossine e furani, la quantità giornaliera che il Vice Commissario di Governo per l’Emergenza Rifiuti, Bonifiche e tutela delle acque della Regione Campania “ garantisce “ ai cittadini di Acerra e dintorni, è di 548 milioni di picogrammi, quanto basta per coprire la dose massima giornaliera, giudicata tollerabile dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per tre milioni novecento quattordicimila e rotti soggetti adulti.
Ma l’impianto ambientale dei tanto decantati termovalorizzatori dell’ultima generazione non finisce qui. Molti degli inquinanti che meravigliosi macchinari sottraggono ai fumi non spariscono certo per magia!
Rimangono intrappolati nelle cosidette polveri volanti o nei fanghi prodotti dal lavaggio dei fumi. In altre parole, i termovalorizzatori oltre che inquinanti aeriformi, producono rifiuti tossici che devono essere smaltiti con le dovute cautele.
E non è un problema da poco, anche in termini finanziari.
I due tanto decantati inceneritori di Vienna, ogni anno spediscono 506 tonnellate di questi rifiuti da loro prodotti, nelle ex miniere di salgemma di Heilbrom, a nord di Stoccarda, con un viaggio di oltre 200 chilometri. E in queste stesse miniere finiscono, a caro prezzo, le polveri volanti dei termovalorizzatori tedeschi, come pure quelle prodotte dal termovalorizzatore di Brescia!
La stupidità della scelta che in modo massiccio si vuole imporre, anche con la forza, agli italiani è che i termovalorizzatori neanche riescono a far meno delle discariche.
Dopo la termovalorizzazione, dal 20 al 30% in peso di quello che entra nell’impianto lo si trova, sotto forma di scorie e ceneri pesanti, tutt’altro che inerti come si vuol far credere, con l’aggravante che metalli e diossine, ancora presenti in queste ceneri, risultano più solubili e biodisponibili dei metalli e delle diossine che si trovano nei rifiuti prima della termovalorizzazione.
La stupidità della termovalorizzazione a tutti i costi è che esistono altri metodi, non solo accettati dalla popolazione, ma anche più economici, meno energivori, intrinsecamente a minore impatto ambientale, idonei a risolvere i problemi rifiuti e questi metodi sono: il riuso, il riciclaggio, il compostaggio, l’ossidazione biologica.
Ancora migliori, dal punto di vista ambientale, economico energetico sono le politiche che inducono una minore produzione di rifiuti, come il compostaggio domestico e la reintroduzione del vuoto a rendere. Ognuno di voi faccia mente locale e quanta posta indesiderata ha trovato questa mattina nella propria casella postale, per valutare gli effetti di una semplice norma che vietasse la pubblicità a domicilio, o sul parabrezza delle auto, peraltro pratiche giudicate poco efficaci anche da parte degli stessi pubblicitari!.
La richiesta di privilegiare queste scelte, prima di pensare a qualunque termovalorizzatore, non è solo da parte di alcune minoranze disinformate, come in Italia si vuol far credere. E’ la scelta che gran parte dell’Europa ha avviato da tempo, ma ancor più, queste sono le scelte di una Nazione che non a caso, non viene mai citata dagli amici dei termovalorizzatori: gli Stati Uniti.
In questo Paese, grazie ad opportune scelte politiche, la produzione procapite dei rifiuti si è ridotta, in dieci anni, del 19% ed è ormai stabile da diversi anni; il 32% di tutti i prodotti negli è riciclato o compostato e l’incenerimento è passato dal 30,6% degli anni “60”, all’attuale 15,9%. Questo forte alo non è casuale.
La crisi degli inceneritori negli USA è cominciata quando gli Stati Federali, uno dopo l’altro, hanno deciso di non sovvenzionare l’elettricità prodotta dai termovalorizzatori. Questo ha comportato l’annullamento dei progetti di oltre duecento nuovi termovalorizzatori e la chiusura di numerosi altri impianti, diventati improvvisamente troppo costosi.
La crisi dei termovalorizzatori negli U.S.A. ha costretto le multinazionali dei rifiuti a trovare mercati più facili nel terzo mondo e l’Italia, che offre generose sovvenzioni ed agevolazioni di ogni genere, a che realizza termovalorizzatori, è diventata terra di conquista.
Prof. Federico VALERIO

mercoledì 15 aprile 2009

SPIRITO INQUIETO E ANTI-ACCADEMICO

Franco Volpi, grande filosofo e storico della filosofia, è improvvisamente mancato a seguito di un incidente stradale. Dal sito del quotidiano La Repubblica, traggo questo bellissimo ricordo di Antonio Gnoli...

IL RICORDO. 57 anni, visse l'università con insofferenza, estraneo al potere
Spirito inquieto e anti-accademico
di ANTONIO GNOLI


FRANCO Volpi è morto. E il primo pensiero va alla lunga amicizia che ci ha legato nel corso degli anni. Guardo con gratitudine a quel legame che è stato intenso e singolare. Il professore e il giornalista. C'eravamo conosciuti in occasione di una polemica che aveva diviso la scena filosofica italiana e che riguardava Nietzsche e il suo presunto testo La volontà di potenza. Mi colpì l'intervento che Volpi fece su queste pagine: demoliva i colpevolisti - coloro che imputavano a Nietzsche la sciocchezza di essere un nazista ante litteram - con garbo e competenza. Dietro lo stile preciso e l'argomentazione esauriente si scorgeva un'inquietudine antiaccademica che col tempo imparai a conoscere. Gli chiesi se avesse voglia di collaborare con Repubblica e mi rispose che per lui sarebbe stato come evadere da una gabbia. Visse l'università con insofferenza: si sentiva estraneo alle beghe accademiche, ai rapporti di potere, ai programmi normalizzanti. Eppure era all'apparenza un tradizionalissimo filosofo venuto su con il pane di Aristotele e di Plotino, con i timidi affacci in Germania, dove aveva cominciato a specializzarsi su Heidegger. Del filosofo della Selva Nera sapeva tutto, aveva letto tutto, frugato negli archivi, conosciuto le persone che gli erano state vicine e che potevano offrire una testimonianza di prima mano. Come il figlio Hermann, che andammo a trovare in una giornata di sole pallido, mentre tornavamo da Wilflingen, dove il giorno prima avevamo incontrato Ernst Jünger. Lungo la strada Volpi mi disse: "Sai, da queste parti abita il figlio di Heidegger. Non c'entra nulla con la filosofia, però gestisce l'intera eredità spirituale del padre". Gli chiesi se si poteva intervistare. Rispose che era molto difficile, e che aveva sempre rifiutato di incontrare i giornalisti. "Forse farà un'eccezione se sei tu a chiederglielo", replicai. Ci fermammo a pochi chilometri da Friburgo davanti a una cabina telefonica. Volpi lo chiamò e, con sorpresa di entrambi, Hermann Heidegger ci ricevette il giorno dopo. Quell'intervista fece il giro del mondo.
Se ripenso ai nostri viaggi, in Germania, in Francia, in Italia, mi torna in mente la sua velocità di pensiero. Sembrava un elfo contagiato dall'inquietudine. Credo si sentisse libero solo in movimento. Poteva coprire in macchina migliaia di chilometri su e giù per l'Europa - ha insegnato in molte università - o in aereo al di qua e al di là degli oceani, senza risentirne. Non so come facesse: un seminario a Nizza, una lezione a Jena, un convegno a Buenos Aires. Era un filosofo poliglotta. Non ho mai conosciuto nessuno che avesse la versatilità per le lingue che aveva Volpi. Di tutti i viaggi fatti, di tutte le persone incontrate, di tutte le esperienze condivise - i luoghi, gli individui, i libri - mi resta chiarissima una frase che amava ripetere: "Sbagliano quelli che pensano che la vita si spiega con la filosofia. Per quanti sforzi il pensiero faccia, il risultato è sempre lo stesso: la filosofia arranca dietro la vita che se la ride". Volpi pensava da filosofo, ma agiva da uomo che vede il mondo andare in tutt'altra direzione. Era convinto che i filosofi avessero perso la curiosità, il gusto di meravigliarsi, di lasciarsi sorprendere, di gioire del nuovo. Credevano di avere in pugno il mondo e avevano in pugno solo se stessi. Pochi giorni fa ci sentimmo per un articolo sulle posizioni espresse dal Papa su Nietzsche. Fu puntuale come al solito. La nostra amicizia cominciò con Nietzsche e si è interrotta con lui. Continueremo a seguire da lontano gli amici che se ne vanno. La loro morte è parte della nostra morte che si annuncia attraverso il lutto e il dolore. Ma è anche la vita che ci donano come esempio e ricordo. È l'immagine che si fa traccia, che supera il pianto e ci fa dire: ho avuto la fortuna di conoscerti.


(tratto da www.repubblica.it del 15 aprile 2009)

OLTRE 14 MILIARDI DI EURO PER IL CACCIA F-35 MENTRE MANCANO I SOLDI PER I TERREMOTATI

www.disarmiamoli.org



Di Manlio Dinucci

Per i terremotati dell’Abruzzo il governo ha messo a disposizione 100 milioni di euro, ma ce ne vorranno molti di più: solo per le esigenze del ministero dell'interno, si dovranno trovare 130 milioni nei prossimi sei mesi. E, se si vorrà veramente ricostruire, occorreranno stanziamenti ben maggiori. Dove trovare questi fondi, in una fase di crisi come quella attuale, senza dover con ciò tagliare ulteriormente le spese sociali (scuola, sanità, ecc.)? La risposta è più semplice di quanto sembri: basterebbe bloccare l’enorme stanziamento che sta per essere destinato all’acquisizione del caccia statunitense F-35 Lightning II (Joint Strike Fighter) della Lockeed Martin.
La commissione difesa della camera ha già dato parere favorevole all’acquisizione del caccia e quella del senato lo farà entro il 16 aprile. Nel budget 2009 del ministero della difesa è già previsto uno stanziamento di 47 milioni di euro per l’F-35. E’ solo un piccolo anticipo: per partecipare al programma, l’Italia si è impegnata a versare oltre un miliardo di euro. Ma sono ancora spiccioli, di fronte alla spesa che il parlamento sta per approvare: 12,9 miliardi di euro per l’acquisto di 131 caccia, più 605 milioni per le strutture di assemblaggio e manutenzione. Complessivamente, 14,5 miliardi di euro. Saranno pagati a rate di circa un miliardo l’anno tra il 2009 e il 2026. Ma, come avviene per tutti i sistemi d’arma, il caccia verrà a costare più del previsto e, una volta prodotto, dovrà essere ulteriormente ammodernato. E’ quindi certo che l’esborso totale (di denaro pubblico) sarà molto maggiore di quello preventivato. Va inoltre considerato che l’aeronautica sta acquistando 121 caccia Eurofighter Typhoon, il cui costo supera gli 8 miliardi di euro.
La partecipazione dell’Italia al programma del Joint Strike Fighter, ribattezzato F-35 Lightning (fulmine), costituisce un perfetto esempio di politica bipartisan. Il primo memorandum d’intesa è stato firmato al Pentagono, nel 1998, dal governo D’Alema; il secondo, nel 2002, dal governo Berlusconi; il terzo, nel 2007, dal governo Prodi. E nel 2009 è di nuovo un governo presieduto da Berlusconi a deliberare l’acquisto dei 131 caccia che, a onor del vero, era già stato deciso dal governo Prodi nel 2006 (v. il manifesto, 25-10-2006). Si capisce quindi perché, quando il governo ha annunciato l’acquisto di 131 F-35, l’«opposizione» (PD e IdV) non si sia opposta.
L’Italia partecipa al programma dell’F-35 come partner di secondo livello: ciò significa che contribuisce allo sviluppo e alla costruzione del caccia. Vi sono impegnate oltre 20 industrie, cioè la maggioranza di quelle del complesso militare, tra cui Alenia Aeronautica, Galileo Avionica, Selex Communications, Datamat e Otomelara di Finmeccanica e altre non-Finmeccanica, come Aerea e Piaggio. Negli stabilimenti Alenia in Campania e Puglia, e successivamente in quelli piemontesi, verranno prodotte oltre 1.200 ali dell’F-35. Presso l’aeroporto militare di Cameri (Novara) sarà realizzata una linea di assemblaggio e collaudo dei caccia destinati ai paesi europei, che verrà poi trasformata in centro di manutenzione, revisione, riparazione e modifica. Dalla catena di montaggio italiana usciranno probabilmente anche i 25 caccia acquistati da Israele, cui se ne potranno aggiungere altri 50. Il governo lo presenta come un grande affare per l’Italia: non dice però che, mentre i miliardi dei contratti per l’F-35 entrano nelle casse di aziende private, i miliardi per l’acquisto dei caccia escono dalle casse pubbliche. Questa attività, secondo il governo, creerà subito 600 posti di lavoro e una «spinta occupazionale» che potrebbe tradursi in 10mila posti di lavoro. Una bella prospettiva quella di puntare, per far crescere l’occupazione, su uno dei più micidiali sistemi d’arma.
L’F-35 è un caccia di quinta generazione, prodotto in tre varianti: a decollo/atterraggio convenzionale, per le portaerei, e a decollo corto/atterraggio verticale. L’Italia ne acquisterà 69 della prima variante e 62 della terza, che saranno usati anche per la portaerei Cavour. I caccia a decollo corto/atterraggio verticale, spiega la Lockheed, sono i più adatti a «essere dispiegati più vicino alla costa o al fronte, accorciando la distanza e il tempo per colpire l’obiettivo». Grazie alla capacità stealth, l’F-35 Lightning «come un fulmine colpirà il nemico con forza distruttiva e inaspettatamente». Un aereo, dunque, destinato alle guerre di aggressione, a provocare distruzioni peggiori di quelle del terremoto dell’Abruzzo. Ma per le vittime non ci saranno funerali di stato, né telecamere a mostrarli.

Tratto dalla lista semprecontrolaguerra@tiscali.it

martedì 14 aprile 2009

HANS JONAS, MEMORIE

LIBRI. MARIO PORRO PRESENTA LE "MEMORIE" DI HANS JONAS

[Dal quotidiano "Il manifesto" del 10 febbraio 2009 col titolo "La parabola
di Hans Jonas attraverso i suoi incontri" e il sommario "Saggi. Pubblicate
le Memorie del filosofo tedesco"]

Hans Jonas, Memorie. Conversazioni con Rachel Salamander, Il Melangolo,
pp. 411, euro 30.
*
Le Memorie di Hans Jonas cominciano dalla rievocazione del mondo ebraico e
dell'ambiente intellettuale della Germania precedente l'avvento di Hitler.
In Jonas la passione per la filosofia conviveva con la volonta' di
riscoprire la tradizione ebraica che Martin Buber gli fece conoscere;
restava salda in lui la convinzione che la ricerca filosofica imponesse di
"diventare atei", cioe' di negare preliminarmente dogmi e certezze di fede.
Iniziati gli studi universitari nel 1921, Jonas si reco' a Friburgo a
studiare con Husserl, per il quale provava un grande rispetto umano e
intellettuale; la fenomenologia pero' non lo attrasse. Sosteneva che "una
pagina di Thomas Mann contiene giudizi piu' profondi di interi trattati
sulla costituzione del mondo concreto negli atti intenzionali della
coscienza". Al seminario tenuto dal giovane Martin Heidegger, Jonas
incontro' Karl Loewith e Guenther Anders e in seguito, alle lezioni di
Rudolf Bultmann sul Nuovo Testamento, conobbe Hannah Arendt, che ritrovo' a
Marburg dove intanto Heidegger si era trasferito. Hannah era allora una
diciottenne, "affascinante, attraente, ammaliatrice", ricorda Jonas; ne
nacque un'amicizia intensa, in cui la confidenza era totale - tanto che lei
gli avrebbe presto rivelato la sua relazione con Heidegger.
Schieratosi presto nel campo sionista, Jonas giunse in Palestina poco dopo
l'ascesa al potere di Hitler; frequentava la cerchia degli amici di Gershom
Scholem ed entro' come volontario nell'organizzazione clandestina che
proteggeva gli insediamenti ebraici dagli attacchi arabi. Allo scoppio della
guerra Jonas promosse un appello in cui invitava gli ebrei a porsi in prima
linea nella lotta al nazismo: le vittime designate, minacciate di
annientamento, a cui e' negata la possibilita' stessa di esistere sulla
Terra, sono chiamate ad allearsi con l'occidente cristiano, che porta in se'
l'eredita' di Israele, per sconfiggere il disprezzo per l'umanita' del
paganesimo nazista.
Rientrato in Germania come soldato del Jewish Brigade Group, costituitosi
sotto la giurisdizione dell'esercito britannico, Jonas apprese la morte
della madre ad Auschwitz. Le preoccupazioni per il permanente conflitto con
gli arabi lo indussero ad accettare incarichi di insegnamento prima in
Canada e poi a New York, dove ritrovo' la Arendt. La pubblicazione nel '62
della Banalita' del male apri' pero' fra loro un contrasto profondo; Jonas
non poteva accettare l'esplicita impronta antisionista del libro, le accuse
di collaborazione (forzata o volonterosa) al loro stesso sterminio da parte
delle comunita' ebraiche. Aveva dedicato la sua tesi di laurea
all'inquietudine gnostica dei primi secoli dell'era cristiana, rileggendola
attraverso le categorie esistenziali di Essere e tempo. Il mondo era il
luogo delle tenebre e del male, da cui fuggire, distaccandosi da tutti i
vincoli terreni, per cercare la salvezza nel regno ultraterreno della luce.
Ma un analogo senso di estraneita' gli veniva comunicato dall'esser-ci di
Heidegger, dal venire "gettato" in un mondo nemico se non assurdo; qui sta
la ragione del contrasto col suo maestro, in quanto "sebbene vi accadano
naturalmente cose terribili, il mondo per me non e' mai stato un luogo
ostile", scriveva Jonas. Lo smarrimento di Heidegger di fronte al nazismo
non fu allora solo una terribile delusione personale: quando lo rivide
ottantenne, Jonas resto' deluso dalla mancanza di un chiarimento o di una
parola di rincrescimento. Ma, soprattutto, quel cedimento aveva
rappresentato una catastrofe per la filosofia; l'indifferenza etica, anche
nei confronti dei crimini nazisti, era radicata nel nichilismo secolarizzato
che faceva dell'esistenzialismo l'erede della gnosi. Su questo punto molti
critici hanno pero' rilevato che il suo "debito impensato" Heidegger lo
contrasse proprio con l'ebraismo, da cui aveva attinto il senso angosciante
della caduta, conseguente alla cacciata dal paradiso. Non e' comunque dal
linguaggio oracolare del tardo Heidegger che la teologia cristiana puo'
apprendere qualcosa, sostiene Jonas in Heidegger e la teologia (Medusa). Chi
aveva definito l'uomo il "pastore dell'essere" aveva poi miseramente fallito
quando si era trattato di farsi "custode del proprio fratello".
La filosofia della vita che Jonas elaboro' mentre la guerra stava finendo
(abbozzata nelle "lettere didascaliche" spedite alla moglie dal fronte, e
riportate nelle Memorie) poneva le premesse ontologiche perche' la liberta'
umana si traducesse in responsabilita' morale verso la vita.
All'esistenzialismo che ci vuole estranei al mondo, alla concezione
meccanicistica della scienza moderna che vede la natura neutra, indifferente
e priva di valori, i saggi raccolti in Organismo e liberta' (Einaudi)
oppongono l'idea, per molti versi romantica, di una natura partecipe dello
spirito. Nel contesto dell'evoluzione, la morte non e' solo il termine del
cammino concesso alla finitudine umana, e' al contrario la condizione che
consente alla vita di rinnovarsi; il mondo e' lo spazio in cui l'organismo
conquista la sua esistenza strappandola al non-essere. Di qui l'interesse di
Jonas, negli anni '60, per le questioni di etica medica, e la stesura del
libro che, come gli scrisse la Arendt, "il buon Dio aveva in mente per te",
Il Principio responsabilita' (Einaudi). Nel tempo in cui la tecnica ci ha
resi creatori, siamo chiamati ad assumere la responsabilita', nei confronti
delle generazioni future, dei suoi potenziali effetti distruttivi. All'etica
tradizionale, ristretta alle relazioni interumane, ecco sostituirsi una
nuova formulazione dell'imperativo kantiano: "Agisci in modo che gli effetti
delle tue azioni siano compatibili con il permanere di una vita
autenticamente umana sulla Terra". Abbandonato il sogno utopico di un
perfezionamento dell'umano, il principio speranza di Ernst Bloch si traduce
ora nella piu' modesta prospettiva di conservare per il futuro la
vivibilita' del mondo, quella sopravvivenza che il nazismo voleva annullare
per il popolo ebraico. Come nei racconti "fantascientifici" di Primo Levi,
la catastrofe nazista rende avvertiti di una cosmica infezione, di un "vizio
di forma" che, anche per i rischi connessi alle innovazioni tecnologiche,
sgretola il tessuto dell'essere.
La responsabilita' dell'uomo nei confronti della creazione comporta anche la
sua collaborazione all'opera di un Dio immortale ma sofferente. Gia' dagli
anni '60 Jonas elaboro' il "mito" di un Dio che ha rinunciato ai suoi
poteri, si e' spogliato della propria divinita' per riaverla di nuovo
nell'odissea del tempo, trasfigurata o sfigurata. Nel 1984 il tema venne
ripreso nel saggio Il concetto di Dio dopo Auschwitz (Il melangolo): lo
sgomento esistenziale per il silenzio di Dio di fronte al genocidio impone
la rinuncia alle tradizionali risposte ebraiche a Giobbe, compresa quella
del martirio per amore di un Dio che non possiamo piu' credere signore della
Storia. Affidando il mondo all'essere umano, Dio gli ha concesso in sorte
anche il proprio destino; ed ora accompagna impotente la storia umana
"trattenendo il respiro".


Tratto da:
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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento settimanale del martedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 323 del 14 aprile 2009

In questo numero:
1. Maria G. Di Rienzo: Urgenze
2. Il 24 aprile a Roma
3. Stefano Catucci presenta alcuni recenti saggi su Michel Foucault
4. Ermanno Paccagnini presenta "La mostra" di Claudio Magris
5. Mario Porro presenta le "Memorie" di Hans Jonas
6. Massimiliano Tomba presenta "The Beginning of History. Value Struggles
and Global Capital" di Massimo De Angelis
7. Benedetto Vecchi presenta alcuni scritti di Andre' Gorz
8. Letture: Anne Applebaum, Gulag
9. Letture: Giorgio Colli, Filosofi sovrumani
10. Riedizioni: Soeren Kierkegaard, Briciole di filosofia. Timore e tremore
11. Riedizioni: Denis Mack Smith, Le guerre del duce
12. Riedizioni: Charles Sanders Peirce, Scritti scelti
13. Riedizioni: David Ricardo, Principi di economia politica e dell'imposta
14. Riedizioni: Arthur Schopenhauer, Il mondo come volonta' e
rappresentazione

S C I A C A L L I

Mosaico dei giorni
Sciacalli14 aprile 2009 - Tonio Dell'Olio
Nello sciame sismico dell'informazione del dopo-terremoto, non vi sarà sfuggita la notizia dei "4 rumeni" arrestati in flagranza di reato mentre si introducevano furtivamente nelle case semidistrutte per sottrarre beni e valori.
Il giorno dopo, con meno enfasi, siamo stati informati che i quattro, processati per direttissima nel tribunale da campo di L'Aquila, sono stati assolti con formula piena perché stavano frugando sì, ma nelle proprie abitazioni e in quella di un anziano di cui una delle quattro è badante: cercavano di recuperare ciò che poteva essere utile alla sopravvivenza nella vita in tenda. Tante scuse! Ma è lecito chiedersi a questo punto quando accadrà che televisioni, radio e giornali ci indicheranno a dito le forme di "sciacallaggio preventivo" compiuto da amministratori distratti o complici, imprese edili e speculatori d'altro genere che hanno costruito case ed edifici pubblici mettendo in pericolo la vita di tante persone per lucrare maggiori guadagni. Quando indicheranno chi sta speculando sulla sciagura abruzzese per garantirsi visibilità e consenso? Quando si dirà che sono sciacalli (e stupidi!) anche i giornalisti che pensando di partecipare a un reality, insistentemente andavano chiedendo di notte alla gente che dormiva in macchina: "Perché avete scelto di dormire in auto?" È sciacallo chiunque trae vantaggio dalla disgrazia altrui, qualunque tipo di vantaggio. Processiamoli per direttissima almeno nella nostra coscienza.
http://www.peacelink.it/mosaico/a/29228.html
_______________________________________
Mosaico di paceVia Petronelli n.670052 Bisceglie (BA)tel. 080-395.35.07
fax 080-395.34.50www.mosaicodipace.itorari di apertura: lun - ven dalle 8 alle 13

post scriptum:
ora si scopre che L'Aquila era una città fuori regola, che ben pochi costruttori avevano rispettato le norme. Una domanda sorge spontanea: chi doveva controllare? perchè non lo ha fatto? Si facciano i nomi dei costruttori e dei (presunti) controllori...Altrimenti è inutile piangere i morti...
e il governo cosa fa, oltre le solite sceneggiate (ma un sisma non è il Grande Fratello!) rinvia l'applicazione delle norme antisismiche...non solo chi propone questo è un senatore PDL eletto in provincia di Imperia, una delle zone sismiche...

martedì 7 aprile 2009

il nucleare e il terremoto

Le catastrofi naturali recano anche, col loro carico di immedicabile dolore, la manifestazione di un'inesorabile verita'. L'essere umano e' fragile, fragili i suoi manufatti, fragile la sua civilta'.
E la natura e' un gioco di equilibri che possono improvvisamente spezzarsi. Con questa fragilita' e precarieta' occorre imparare a convivere, agendo in modo da tenerne sempre conto.
*Anche per questo - oltre che per molti altri motivi - e' insensato voler realizzare opere pericolose come le centrali nucleari in un paese ad alto rischio sismico come l'Italia. Anche per questo e' criminale cementificare i suoli ed edificare oltre ogni ragionevole limite, senza tener conto della capacita' di carico degli ecosistemi e senza rispettare quelle norme edilizie ed urbanistiche che sole garantiscono - tra l'altro - l'attenuazione dell'impatto dei sismi. Anche per questo occorre contrastare l'ideologia consumista e le sue concrete realizzazioni che mercificano e devastano e alienano ed annichiliscono l'ambiente, la salute, la dignita' della vita, i beni comuni e la stessa umanita'.
*Anche per questo ci opponiamo alle opere nocive e distruttive, speculative e fuorilegge, che poteri irresponsabili ed interessi illeciti vorrebbero imporre al nostro territorio. Dal mega-aeroporto di Viterbo all'autostrada Livorno-Civitavecchia, dalla centrale a carbone di Torvaldaliga Nord alla centrale nucleare a Montalto.

L'associazione "Respirare"
Viterbo, 7 aprile 2009


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L'associazione "Respirare" e' stata promossa dalla sezione di Viterbo dell'"Associazione medici per l'ambiente (Isde - Italia)" e dal "Centro diricerca per la pace" di Viterbo.

Per informazioni e contatti: Sezione di Viterbo dell'Associazione italiana medici per l'ambiente - Isde (International Society of Doctors for theEnvironment - Italia), tel. 3383810091,
e-mail: antonella.litta@libero.it,web: www.coipiediperterra.org;
Centro di ricerca per la pace di Viterbo:strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail:nbawac@tin.it, web: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/.
* * *
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Eco-fem-nonviolenta mailing list
Eco-fem-nonviolenta@lists.nonviolenti.org
http://lists.nonviolenti.org/mailman/listinfo/eco-fem-nonviolenta

sabato 4 aprile 2009

FOGGIA: IL PD AL CAPOLINEA

Sono giorni che provo a scrivere qualcosa di sensato, e non offensivo, sulla vicenda di Foggia e della linea di trasporto pubblico separata indigeni/migranti.
Sono giorni che provo...ma non ci riesco...non è garantito che ci riesca oggi!
Per chi ne fosse all'oscuro, il sindaco di Foggia che ha avuto questa bella pensata è un sindaco di centrosinistra, del partito democratico...

Questo fatto dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, che il PD è allo sfascio: non ha un minimo di idee -tanto meno sul gestire l'immigrazione- e che insegue il centrodestra...

...non ha ancora capito che la gente (come dicono i destri) tra dover scegliere l'originale e una pallida imitazione, preferisce l'originale, anche se si chiama Silvio Berlusconi.

Che fare? Intanto occorre distinguersi: proprio su un tema caldo come l'immigrazione è assurdo inseguire la destra: dobbiamo creare l'alternativa...
Garantire gli immigranti, i settori deboli, i precari; far pagare i ricchi e gli evasori; valorizzare il nostro patrimonio, fatto di persone, di idee, di paesaggi e monumenti...rivedere il nostro modo di vivere e di pensare...
...e rimangiarsi la delibera sulla linea per bianchi/linea per neri: dove siamo nel SudAfrica di qualche decennio fa?

Intanto occorre andare a votare, ad esempio, votanto liste come Per il Bene Comune...

mercoledì 1 aprile 2009

PER IL BENE COMUNE...

Nel triste panorama politico italiano, Per il Bene Comune è l'unica lista nonviolenta e pacifista.
Qui accanto ci sono due link...
Buona lettura...

Giuliano